Senatore a morte

maggio 7, 2013 § Lascia un commento

Volevamo mettere il coccodrillo di Andreotti su lamerotanti, ma quando siamo andati a prenderlo abbiamo visto che era morto anche il coccodrillo.

m’importa ‘na saga

aprile 29, 2013 § 1 commento

quando ero un ragazzino abitavo in un paese che si ascoltava musica alternativa il punk i genesis vecchi i doors i clash i sex pistols era un grande rimescolamento a scuola mi passavano la roba dark i cure i current 93 i joy division alla televisione passava boy george prince gli wham

ero un ragazzino molto confuso e preciso

una volta mi sono comprato la cassetta di socialismo e barbarie, erano i cccp, andavo in un sottotetto fatto tutto di tegole rosse e lì sentivo da solo la voce di ferretti che urlava di lucidità

socialismo e barbarie mi faceva paura, mi faceva paura la foto piccola di fatur, tutto era molto misterioso, poche cose si capivano, c’erano canti in latino, chiodi

io non ero un punk non ero un dark, andavo in giro vestito di nero con i rosari alle dita, passavo le serate al cimitero del paese ero ridicolo come tutti, passavo il tempo nel miglior modo che potessi, sopravvivevo e mi irrobustivo

lovecraft e astronavi, facevo le prime linee di codice, mi mettevo a ballare inutilmente

dopo venticinque anni ho riprovato le cose alternative, ho rimesso su i PIL ho trovato vecchia roba underground e mi sono sembrati così normali, così normali e di mercato

due giorni fa ho preso l’ultima cosa di giovanni lindo ferretti, si chiama saga, ho provato lo stesso desiderio di chiudermi nel sottotetto e restare da solo

ferretti ha sostituito il comunismo con i cavalli, lo stesso entusiasmo

poi parla della razza a cui ha scoperto tardivamente di appartenere, cattolico barbaro ariano celtico scettico

non posso non sentirmi ancora come nell’ottantasette mentre urla in latino qualcosa, si aggrappa, difende e combatte, voce alla mano

che poco onore, comunque, uomo produttore

Io nicco, la scuola, i figli, i giochi di ruolo, il perché si scrive

aprile 9, 2013 § 2 commenti

Sono lì che cammino quando si mette a suonare il cellulare, guardo, è un numero privato, ma come faccio a scrivere, spendo due parole prima di cominciare il racconto, scrivere con una tastiera ad una certa velocità è come suonare il pianoforte, ci vuole concentrazione quando scrivi e sei stanco, allora sbagli i tasti, errori su errore, tutto un fiorire di segnetti rossi sullo schermo, ti deconcentri pensi non ce la posso fare, non posso andare avanti, allora perché scrivo, perché qualcuno deve leggere mentre io dormo, ecco perché si scrive, perché così anche mentre io sto dormendo la gente legge quello che ho scritto e quindi è come se una parte di venerandi fosse sveglia, scrivere è un po’ come programmare degli script che creano pezzi di venerandi che fanno gli scemi, spernacchiano, fanno la vociona mentre il venerandi vero, quello si riposa abbracciato a qualche donna di dimensioni variabili che manda il suo respiro notturno; lui dorme e dà pace ai neuroni allo stremo, fa ricaricare la batteria al litio che gli scalda il cervello da anni, ma quelli su internet lo leggono e pensano, ma guarda che ha scritto il venerandi, proprio ora, proprio mentre sono solo stanotte a fissare lo schermo per non crollare con la testa sulla tastiera, ecco, fine digressione, si scrive così oggi mentre ieri invece camminavo, suona il cellulare, guardo, numero privato. L’ho già scritto. Guardo Elettra, Elettra guarda me, apro il cellulare e dico pronto e la voce dall’altra parte mi dice, centro didattico di marassi, e io penso centro didattico di marassi vuole dire le scuole dei miei figli, che incidentalmente in questo momento sono a scuola, e penso quale figlio ha combinato quale casino, e già mi agito e dico buongiorno, io sono il papà di niccolò e anche di simone edoardo e anche di bernadette bianca. Per quale devo preoccuparmi?
La voce resta muta per un tempo percettibilmente lungo e poi dice, il cognome, mi chiede quale sia il mio cognome e io dico venerandi, scusi, certo, venerandi, sono padre di niccolò venerandi e anche di simone edoardo venerandi e anche di bernadette bianca venerandi. Per quale devo preoccuparmi?
La voce dice certo, allora, il problema è niccolò.
Ah faccio io, che problema? E la voce dice, beh ha mal di testa. “Adesso anche io” dico e rido, per empatizzare, ma la voce non ride, Elettra mi guarda e fa dei gesti per dire che cazzo sta succedendo, chi è? “Niccolò – dunque – ha mal di testa” ripeto a voce alta, scandendo bene le parole, per far capire anche a Elettra e lei fa un gesto come dire, vabbé, anche lei ha mal di testa e ride. Anche io rido, la voce dall’altra parte sembra un po’ impressionata.
Non se lo aspettava.
Forse altri genitori al sentire che il loro pargolo ha mal di testa già compongono il 118, ma noi siamo decisamente più selettivi.
Non è che siamo insensibili. Ma negli ultimi anni le telefonate che abbiamo ricevuto dalla scuola ci hanno informato che, in ordine sparso, mio figlio si era aperto la testa contro una colonna, mio figlio si era aperto la fronte su un calorifero, mio figlio si rifiutava di fare un cubo (nel senso di disegnarlo), mio figlio era svenuto, mia figlia aveva tipo 39 di febbre, mio figlio era fuggito di classe, mio figlio si rifiutava, non solo di seguire la lezione, ma di farla seguire anche al resto della classe, mio figlio stava vomitando parte della sua anima, mio figlio aveva 39 di febbre, mio figlio era su un’ambulanza, ma c’era anche mia moglie di non preoccuparmi, et ceterae.
Capite bene che un mal di testa è una specie di benedizione.
“Ha solo un mal di testa” ripeto. “Che mi consiglia di fare?” dico e intanto faccio una faccia a caso a Elettra che fa un gesto come dire, bravo prendila larga. “Eh” fa la voce dall’altra parte del centro didattico. “Vedete voi” dice, però sta male.
“Sta male” ripeto io.
“Eh, ha mal di testa” dice la voce.
“Ha mal di testa” ripeto guardando Elettra e facendo un gesto che nella mia immaginazione significa, che facciamo, come possiamo far capire che empatizziamo con il dolore di nostro figlio senza che la cosa ci porti via troppo tempo?
Elettra fa spallucce e io dico, “il mal di testa è un po’ il male del secolo”, e faccio un gesto filosofico nell’aria, nei giochi di ruolo questo si chiama cercare le vie di fuga.
Ho giocato ai giochi di ruolo negli anni ottanta del secolo scorso, non so se c’eravate. Io sì. Il secolo scorso era più o meno come questo, solo che internet era più lento. Negli anni ottanta anzi non c’era nemmeno internet, infatti ci si vedeva per giocare ai giochi di ruolo, si prendeva l’autobus, le birre rosse alla spina, cose di questo genere. Vedevi gente, era bello, una volta un tipo durante una sessione di un gioco di ruolo mi ha ammanettato a un calorifero. Davvero, manette vere, per quasi due ore ho giocato al gioco di ruolo ammanettato a un calorifero da questo poliziotto che poi, incidentalmente, la settimana dopo gli hanno dato fuoco alla porta di casa. Per dire. Altro che hackeraggio. Non so chi sia stato eh. Però. Però poi non l’ho più visto alla mia sessione di gioco di ruolo.
Comunque, nelle sessioni di gioco di ruolo c’erano varie figure, elfi, guerrieri, nani, maghi, ranger, chierici e poi c’era anche il ladro. Il ladro è quello che in teoria dovrebbe individuare le trappole e trovare le vie di fuga. Di solito il ladro ha anche come si chiama. Non riesco a continuare. Come si chiama, l’allineamento. Il ghost, come si chiama. Neutro. Non ce la faccio più, poi magari riprendo domani, questo script è stato eseguito alle 22:14 del 9 aprile 2013.

io nicco e la doccia filmica

aprile 9, 2013 § Lascia un commento

- primogenito
- eh
- sei ancora sotto la doccia?
- ho quasi…
- figlio, sono le sette e venti!
- sto per…
- sei entrato alle sette meno venti!
- io…
- sono quaranta minuti che sei sotto la doccia!
- è record?
- se tu ti fai ancora una doccia che supera i due minuti io faccio uno scena tipo shining
- tipo cosa?
- un film, shining, un classico
- mai visto
- beh è un classico, in pratica si svolge in un albergo
- tanto che racconti finisco la doccia
- chiudi. quell’. acqua. ora.
- okk
- dicevo, si svolge in un albergo dove una donna, ma non voglio raccontarti tutta la storia se no poi non lo guardi più
- okk
- ti dico solo questa scena, c’è questa donna sotto la doccia, si sta facendo la doccia, è nuda, e a un certo punto
- …
- …
- papà?
- zitto che sto pensando
- okk
- …
- papà?
- cancella tutto quello che ho detto
- mh…
- non è shining
- ah
- è psyco
- capisco
- psyco, è un classico
- e si svolge in un albergo anche questo?
- psyco, c’è questa donna sotto la doccia e viene inquadrata la doccia, lei che si lava, poi un coltello, la tenda che si tira, lei guarda, urla, e poi si vedono le coltellate, il sangue che scivola con l’acqua nello scarico
- forte
- ma non si vede l’assassino
- eh eh
- è una delle scene più famose del cinema
- capisco
- ecco, figlio: questo
- se supero i quaranta minuti?
- ho detto due, non quaranta. due minuti e rifaccio shining
- psyco
- psyco, ma se sopravvivi anche shining

Come scrivevo i racconti di “io e ce” per Macworld (3X1)

marzo 24, 2013 § 2 commenti

(Ho trovato tre versioni di un racconto di “io e ce” scritto anni fa per Macworld, in cui spiegavo come funzionava la scrittura dei racconti per Macworld. Ne ho trovate tre versioni: le prime due erano state rifiutate per vile censura. Le trovate qua tutte e tre, per la prima volta al grande pubblico di internet).

Prima versione
io ce minority report e x-binary

Una cosa fastidiosa di quando si scrivono racconti divertenti, io non ho niente contro i racconti divertenti, davvero, ma prima vi dico come nasce un racconto di io e cecilia per macworld in pratica io ho un file con scritto appunti per macworld e quando succede nella mia vita qualcosa di febbricitante o cecilia dice qualcosa di inaspettato o i miei figli fanno cose clamorose o eccetera io scrivo due righe in questo file e questo fino al 14 del mese, al 14 del mese mi si apre una finestra di neooffice che dice ciao venerandi sono il tuo memo ricordati che per domani devi scrivere il racconto per macword e io dico cazzo cazzo il racconto entro domani cazzo e lo dico tutte le volte, e mi dico anche devo cambiare il memo e farlo aprire il 10 e non il 14, ma la stessa cosa la dico da tre anni quindi ogni mese c’è la scenetta del cazzo cazzo, e quindi apro il file con gli appunti di cose strane accadutemi, li leggo con attenzione e li cancello perché sono cose che non c’entrano niente le une con le altre e mi metto a scrivere il racconto sperando nell’ispirazione divina e nonostante il mio voto politico degli ultimi diciotto anni sia pesantemente laico, l’ispirazione divina viene e scrivo il pezzo, deo gratias.
Quando finisco il racconto mi butto indietro contro la sedia, mi stiro la schiena e guardo quanti caratteri ci sono e scopro che ho sforato di qualche migliaio di caratteri e allora dico di nuovo cazzo cazzo troppo lungo cazzo, e inizio a cancellare frasi, una cosa dolorosissima, intere gag ridotte all’osso, pensieri profondissimi tagliati via, tutti i televisori trasformati in tv, i macintosh in mac e così via finché alla fine c’è un relitto del racconto ma è lungo il giusto.
Allora lo do a cecilia perché lo legga e mi dica se va bene, e cecilia dice occhei lo guardo, prende il powerbook in mano e inizia a leggere, poi alza gli occhi verso di me che sono rimasto lì immobile e mi dice esci di qua che quando leggo non voglio avvoltoi che mi spiano e io dico ma scherzi? certo che esco amore, e esco dalla stanza e mi chiudo anche la porta dietro ma non la chiudo del tutto, la lascio socchiusa studiando l’inclinazione che permetta al buco della serratura di essere in linea con la sedia di cecilia e poi da fuori mi piego e di nascosto guardo dal buco della serratura la faccia di cecilia -inciso sul senso dell’umorismo di cecilia, cecilia non ha senso dell’umorismo, cioè ce l’ha ma la irrita, tipo adiamo al cinema e c’è una battuta e tutti nel cinema ridono e anche io, e cecilia mi guarda con occhi sbarrati e chiede perché? fabrizio cosa cazzo fai perché ridi? e io le dico beh quel tipo ha detto “ornitorinco” e la donna ha detto “non oggi”, è una buona battuta e cecilia mi dice che non è cretina, ha capito la battuta, ma perché rido? Cosa ho da ridere? E io di solito dico ‘ah’, smetto e resto a fissare tutto il resto della commedia come se fosse un dramma bergmaniano e mi chiedo davvero perché dovrei ridere, quali meccanismi sociali mi fanno muovere i muscoli facciali e mostrare i denti a perfetti sconosciuti cioè al cinema è meglio andarci senza cecilia, in generale- fine inciso io resto dalla serratura e guardo le labbra di cecilia e so che alzata leggera di un labbro destro vuol dire che una persona normale sta ridendo, alzata del secondo labbro vuol dire che una persona normale sta lacrimando dal ridere, sorriso blando tipo monna lisa significa che una persona normale sta già postando il racconto a qualcun altro per farlo leggere perché è eccezionale, di solito cecilia si mette la mano davanti alla bocca così non vedo.
A questo punto cecilia mi chiama e mi dà il suo giudizio che ha bisogno di una ulteriore traduzione che ora, dopo anni di esperienza, ho tarato in maniera abbastanza precisa: a) “no guarda, non funziona, devi lavorarci ancora” (trad. ci hai azzeccato è perfetto salvalo in punto doc e spediscilo a bertoli di macword senza manco rileggerlo); b) “per macworld va bene” (trad. hai in mano un meccanismo narrativo che manco borges se proprio vuoi darlo a macworld chiedi il doppio); c) “bravo, un bel pezzo davvero” (trad. trascina sul cestino, svuota e dimentica di aver scritto merda del genere), e io accetto il giudizio prendo il mio file e a questo punto inizia la seconda fase che è quella di minority report.
Ovvero apro ichat e cerco le tre persone a cui spedirlo che sono minestro, il grafico di lamerotanti che è ricco e che quando gli chiedo se può leggere il pezzo può dirmi cazzo venerandi spedisci pure lo leggo subito ci mancherebbe altro, e allora vuol dire che il pezzo è buono, oppure no guarda venerandi adesso sto lavorando sono nella merda i cinesi mi vogliono fottere e allora capisco che il pezzo non è buono, non è neppure necessario che lo legga effettivamente, già questa risposta ci becca sempre, minestro lo sente a contatto, è un artista; poi c’è mcavall che è un programmatore fotografo che qualsiasi cosa gli mando dice che la legge e poi dopo cinque minuti mi arriva un suo messaggio ichat con scritto “ok”, qualsiasi cosa gli abbia mai mandato mi ha sempre scritto “ok” è di bergamo, ma quell’ok è importante non andrei avanti senza quell’ok; e il terzo è maramao che è uno che qualsiasi stronzata gli mando mi dice cazzo venerandi sei un maestro sei un genio, e io gli chiedo ma è buono il racconto? e lui mi dice, è il migliore, scherzi, il migliore! e io gli chiedo ma ci sono difetti, e lui dice tu non sbagli mai scherzi tu non sbagli mai! è perfetto! e io gli chiedo ma il pezzo in cui cecilia dice che gli occhiali da sole sono lo specchio dell’anima altrui non ti sembra un po’ debole? e allora lui dice beh quello venerandi è una merda, lo cancellerei, e io dico ah. E si va avanti così, finché tutti e tre i giudizi collimano su ok, allora supero la fase minority report lo spedisco a macword e chiudo il computer e mi rilasso e dico mai più mai più ogni mese passo una settimana d’inferno perché mi viene l’ansia che non lo riesco a scrivere quel maledetto racconto o viene fuori che cecilia non ride e i tre tipi di minority report dicono che no questa volta venerandi hai sbagliato o sonicher che è uno su internet che ogni mese scrive le recensioni delle riviste di computer dice che no, questa volta il racconto di venerandi era proprio una merda e io ci sto male è una cosa che mi costa moltissimo stress, mi fa venire paura di essere impotente in senso più generale e allora cerco qualcosa che mi faccia passare lo stress e la cosa che mi fa passare lo stress è paradossalmente il powerbook che ho appena chiuso e allora lo riapro anche se non so bene cosa ci farò, ma solo stare davanti al powerbook mi calmo mi arriva la serotonina e sto calmo e appena riapro il powerbook arriva il messaggio di bertoli che dice che non riesce a leggere il file, sei sicuro -mi chiede- di averlo fatto con word e io gli scrivo sono sicuro di no, l’ho fatto con neooffice e l’ho spedito in erretieffe e lui mi dice me lo rimandi in formato word che qui a noi ci passano word e io gli dico occhei e lo risalvo in punto doc e lui dice benissimo grazie e poi mi riscrive dicendo che è un racconto fantastico, che sono uno scrittore davvero eccezionale ma devo tagliare 300 battute è troppo lungo.
“Bertoli, l’ho già mutilato in lungo e in largo, se taglio altre trecento battute rimangono i nomi dei personaggi e qualche verbo”
“Non è un problema, il tuo racconto è dopo l’articolo di bragagnolo, di solito i lettori non ci arrivano fin lì”
“Lo dico a bragagnolo”
“Non è un problema di bragagnolo, i lettori non arrivano manco a bragagnolo. E’ che leggere stanca gli occhi, con internet la gente si è abituata a leggere cose che non superino le sei righe, poi hanno bisogno di cliccare da qualche parte. E poi dovresti scrivere da qualche parte che usi x-binary”
“x-bin…”
“Sì, dovresti scrivere che usi x-binary e che sei più felice da quando usi x-binary”
“E’ qualcosa tipo cialis o viagra?”
“No, è uno sponsor. In ogni numero dobbiamo nascondere una reclame di x-binary all’interno di un articolo e il lettore che la trova vince un ipod. Questo mese tocca a te”
“Ah. Mi pagate di più?”
“Non scherzare. Sei divertente ma non scherzare sui soldi” ed eccola -alla fine- la cosa fastidiosa di scrivere racconti divertenti, mi stavo dimenticando, è che quando scrivi qualcosa che non è divertente la gente ti ammazza, cioè si aspettano che tutto quello che scrivi è divertente e c’è gente giuro che pensa che anche tu sia divertente, cioè se scrivi cose divertenti tu scrittore devi essere divertente, un po’ come se chi scrive giallo in fondo è un assassino e così quando incontro qualcuno che legge i racconti di io e cecilia mi dice ah tu sei quello di io e cecilia e io dico eh sì e lui dice ne ho letto qualcuno davvero sei un tipo divertente e io dico beh grazie e quello rimane a guardarmi come se dovessi fare da un momento all’altro una battuta formidabile, ha il tipico sorrisino dell’aspettativa e io allora di solito allargo la gamba un po’ come fanno i cani e scorreggio; lui fa la faccia sbalordita e poi ride e mi indica e dice cioè, ma sei fortissimo venerandi!

Seconda versione
io ce minority report e x-binary

Una cosa fastidiosa di quando si scrivono racconti divertenti, io non ho niente contro i racconti divertenti, davvero, ma prima vi dico come nasce un racconto di io e cecilia per macworld in pratica io ho un file con scritto appunti per macworld e quando succede nella mia vita qualcosa di febbricitante o cecilia dice qualcosa di inaspettato o i miei figli fanno cose clamorose o eccetera io scrivo due righe in questo file e questo fino al 14 del mese, al 14 del mese mi si apre una finestra di neooffice che dice ciao venerandi sono il tuo memo ricordati che per domani devi scrivere il racconto per macword e io dico cazzo cazzo il racconto entro domani cazzo e lo dico tutte le volte, e mi dico anche devo cambiare il memo e farlo aprire il 10 e non il 14, ma la stessa cosa la dico da tre anni quindi ogni mese c’è la scenetta del cazzo cazzo, e quindi apro il file con gli appunti di cose strane accadutemi, li leggo e li cancello perché sono cose che non c’entrano niente le une con le altre e mi metto a scrivere il racconto sperando nell’ispirazione divina e nonostante il mio voto politico degli ultimi diciotto anni sia pesantemente laico, l’ispirazione divina viene e scrivo il pezzo, deo gratias.
Quando finisco il racconto mi butto indietro contro la sedia e guardo quanti caratteri ci sono e scopro che ho sforato di qualche migliaio di caratteri e allora dico di nuovo cazzo cazzo troppo lungo cazzo, e inizio a cancellare frasi, una cosa dolorosissima, intere gag ridotte all’osso, pensieri profondissimi tagliati via, tutti i televisori trasformati in tv, i macintosh in mac e così via finché alla fine c’è un relitto del racconto ma è lungo il giusto.
Allora lo do a cecilia perché lo legga e mi dica se va bene, e cecilia dice occhei lo guardo, prende il powerbook e inizia a leggere, poi alza gli occhi verso di me che sono rimasto lì immobile e mi dice esci di qua che quando leggo non voglio avvoltoi che mi spiano e io dico ma scherzi? certo che esco amore, e esco dalla stanza e mi chiudo anche la porta dietro ma non la chiudo del tutto, la lascio socchiusa studiando l’inclinazione che permetta al buco della serratura di essere in linea con la sedia di cecilia e poi da fuori mi piego e di nascosto guardo dal buco della serratura la faccia di cecilia -inciso sul senso dell’umorismo di cecilia, cecilia non ha senso dell’umorismo, cioè ce l’ha ma la irrita, tipo adiamo al cinema e c’è una battuta e tutti nel cinema ridono e anche io, e cecilia mi guarda con occhi sbarrati e chiede perché? fabrizio cosa cazzo fai perché ridi? e io le dico beh quel tipo ha detto “ornitorinco” e la donna ha detto “non oggi”, è una buona battuta e cecilia mi dice che non è cretina, ha capito la battuta, ma perché rido? Cosa ho da ridere? E io di solito dico ‘ah’, smetto e resto a fissare tutto il resto della commedia come se fosse un dramma bergmaniano e mi chiedo davvero perché dovrei ridere, quali meccanismi sociali mi fanno muovere i muscoli facciali e mostrare i denti a perfetti sconosciuti cioè al cinema è meglio andarci senza cecilia, in generale- fine inciso io resto dalla serratura e guardo le labbra di cecilia e so che alzata leggera di un labbro destro vuol dire che una persona normale sta ridendo, alzata del secondo labbro vuol dire che una persona normale sta lacrimando dal ridere, sorriso blando tipo monna lisa significa che una persona normale sta già postando il racconto a qualcun altro per farlo leggere perché è eccezionale, di solito cecilia si mette la mano davanti alla bocca così non vedo.
A questo punto cecilia mi chiama e mi dà il suo giudizio che ha bisogno di una ulteriore traduzione che ora, dopo anni di esperienza, ho tarato in maniera abbastanza precisa: a) “no guarda, non funziona, devi lavorarci ancora” (trad. ci hai azzeccato è perfetto salvalo in punto doc e spediscilo a bertoli di macword senza manco rileggerlo); b) “per macworld va bene” (trad. hai in mano un meccanismo narrativo che manco borges, a macworld chiedi il doppio); c) “bravo, un bel pezzo davvero” (trad. trascina sul cestino, svuota e dimentica di aver scritto merda del genere), e io accetto il giudizio prendo il mio file e a questo punto inizia la seconda fase che è quella di minority report.
Ovvero apro ichat e cerco le tre persone a cui spedirlo che sono minestro, il grafico di lamerotanti che è ricco e che quando gli chiedo se può leggere il pezzo può dirmi cazzo venerandi spedisci pure lo leggo subito ci mancherebbe altro, e allora vuol dire che il pezzo è buono, oppure no guarda venerandi adesso sto lavorando sono nella merda i cinesi mi vogliono fottere e allora capisco che il pezzo non è buono, non è neppure necessario che lo legga effettivamente, già questa risposta ci becca sempre, minestro lo sente a contatto, è un artista; poi c’è mcavall che è un programmatore fotografo che qualsiasi cosa gli mando dice che la legge e poi dopo cinque minuti mi arriva un suo messaggio ichat con scritto “ok”, qualsiasi cosa gli abbia mai mandato mi ha sempre scritto “ok” è di bergamo, ma quell’ok è importante non andrei avanti senza quell’ok; e il terzo è maramao che è uno che qualsiasi stronzata gli mando mi dice cazzo venerandi sei un maestro sei un genio, e io gli chiedo ma è buono il racconto? e lui mi dice, è il migliore, scherzi, il migliore! e io gli chiedo ma ci sono difetti, e lui dice tu non sbagli mai scherzi tu non sbagli mai! è perfetto! e io gli chiedo ma il pezzo in cui cecilia dice che gli occhiali da sole sono lo specchio dell’anima altrui non ti sembra un po’ debole? e allora lui dice beh quello venerandi è una merda, lo cancellerei, e io dico ah. E si va avanti così, finché tutti e tre i giudizi collimano su ok, allora supero la fase minority report lo spedisco a macword e chiudo il computer e mi rilasso e dico mai più mai più ogni mese passo una settimana d’inferno perché mi viene l’ansia che non lo riesco a scrivere quel maledetto racconto o viene fuori che cecilia non ride e i tre tipi di minority report dicono che no questa volta venerandi hai sbagliato o sonicher che è uno su internet che ogni mese scrive le recensioni delle riviste di computer dice che no, questa volta il racconto di venerandi era proprio una merda e io ci sto male è una cosa che mi costa moltissimo stress, mi fa venire paura di essere impotente in senso più generale e allora cerco qualcosa che mi faccia passare lo stress e la cosa che mi fa passare lo stress è paradossalmente il powerbook che ho appena chiuso e allora lo riapro anche se non so bene cosa ci farò, ma solo stare davanti al powerbook mi calmo mi arriva la serotonina e sto calmo e appena riapro il powerbook arriva il messaggio di bertoli che dice che non riesce a leggere il file, sei sicuro -mi chiede- di averlo fatto con word e io gli scrivo sono sicuro di no, l’ho fatto con neooffice e l’ho spedito in erretieffe e lui mi dice me lo rimandi in formato word che qui a noi ci passano word e io gli dico occhei e lo risalvo in punto doc e lui dice benissimo grazie e poi mi riscrive dicendo che è un racconto fantastico, che sono uno scrittore davvero eccezionale ma devo tagliare 300 battute è troppo lungo.
“Bertoli, l’ho già mutilato in lungo e in largo, se taglio altre trecento battute rimangono i nomi dei personaggi e qualche verbo”
“Non è un problema, il tuo racconto è dopo l’articolo di bragagnolo, di solito i lettori non ci arrivano fin lì”
“Lo dico a bragagnolo”
“Non è un problema di bragagnolo, i lettori non arrivano manco a bragagnolo. E’ che leggere stanca gli occhi, con internet la gente si è abituata a leggere cose che non superino le sei righe, poi hanno bisogno di cliccare da qualche parte”
“Ah”
“E poi devi scrivere qualcosa al posto di quella cosa su x-binary. L’abbiamo censurata”
“Censurata? Scherzi?”
“Tagliata via”
“Ma era la parte più divertente del racconto!”
“Forse. Ma il nostro sindacalista ha detto che se la pubblicavamo ci radiavano dall’ordine dei giornalisti”
“Uh, radiati… fico”
“Non molto venerandi. Sei divertente ma non scherzare su certe cose” e eccola -alla fine- la cosa fastidiosa di scrivere racconti divertenti, mi stavo dimenticando, è che quando scrivi qualcosa che non è divertente la gente ti ammazza, cioè si aspettano che tutto quello che scrivi è divertente e c’è gente giuro che pensa che anche tu sia divertente, cioè se scrivi cose divertenti tu scrittore devi essere divertente, un po’ come se chi scrive giallo in fondo è un assassino e così quando incontro qualcuno che legge i racconti di io e cecilia mi dice ah tu sei quello di io e cecilia e io dico eh sì e lui dice ne ho letto qualcuno davvero sei un tipo divertente e io dico beh grazie e quello rimane a guardarmi come se dovessi fare da un momento all’altro una battuta formidabile, ha il tipico sorrisino dell’aspettativa e io allora di solito allargo la gamba un po’ come fanno i cani e scorreggio; lui fa la faccia sbalordita e poi ride e mi indica e dice cioè, ma sei fortissimo venerandi!

Terza versione
Una cosa fastidiosa di quando si scrivono racconti divertenti, io non ho niente contro i racconti divertenti, davvero, ma prima vi dico come nasce un racconto di io e cecilia per macworld in pratica io ho un file con scritto appunti per macworld e quando succede nella mia vita qualcosa di febbricitante o cecilia dice qualcosa di inaspettato o i miei figli fanno cose clamorose o eccetera io scrivo due righe in questo file e questo fino al 14 del mese, al 14 del mese mi si apre una finestra di neooffice che dice ciao venerandi sono il tuo memo ricordati che per domani devi scrivere il racconto per macword e io dico cazzo cazzo il racconto entro domani cazzo e lo dico tutte le volte, e mi dico anche devo cambiare il memo e farlo aprire il 10 e non il 14, ma la stessa cosa la dico da tre anni quindi ogni mese c’è la scenetta del cazzo cazzo, e quindi apro il file con gli appunti di cose strane accadutemi, li leggo e li cancello perché sono cose che non c’entrano niente le une con le altre e mi metto a scrivere il racconto sperando nell’ispirazione divina e nonostante il mio voto politico degli ultimi diciotto anni sia pesantemente laico, l’ispirazione divina viene e scrivo il pezzo, deo gratias.
Quando finisco il racconto mi butto indietro contro la sedia e guardo quanti caratteri ci sono e scopro che ho sforato di qualche migliaio di caratteri e allora dico di nuovo cazzo cazzo troppo lungo cazzo, e inizio a cancellare frasi, una cosa dolorosissima, intere gag ridotte all’osso, pensieri profondissimi tagliati via, tutti i televisori trasformati in tv, i macintosh in mac e così via finché alla fine c’è un relitto del racconto ma è lungo il giusto.
Allora lo do a cecilia perché lo legga e mi dica se va bene, e cecilia dice occhei lo guardo, prende il powerbook e inizia a leggere, poi alza gli occhi verso di me che sono rimasto lì immobile e mi dice esci di qua che quando leggo non voglio avvoltoi che mi spiano e io dico ma scherzi? certo che esco amore, e esco dalla stanza e mi chiudo anche la porta dietro ma non la chiudo del tutto, la lascio socchiusa studiando l’inclinazione che permetta al buco della serratura di essere in linea con la sedia di cecilia e poi da fuori mi piego e di nascosto guardo dal buco della serratura la faccia di cecilia -inciso sul senso dell’umorismo di cecilia, cecilia non ha senso dell’umorismo, cioè ce l’ha ma la irrita, tipo adiamo al cinema e c’è una battuta e tutti nel cinema ridono e anche io, e cecilia mi guarda con occhi sbarrati e chiede perché? fabrizio cosa cazzo fai perché ridi? e io le dico beh quel tipo ha detto “ornitorinco” e la donna ha detto “non oggi”, è una buona battuta e cecilia mi dice che non è cretina, ha capito la battuta, ma perché rido? Cosa ho da ridere? E io di solito dico ‘ah’, smetto e resto a fissare tutto il resto della commedia come se fosse un dramma bergmaniano e mi chiedo davvero perché dovrei ridere, quali meccanismi sociali mi fanno muovere i muscoli facciali e mostrare i denti a perfetti sconosciuti cioè al cinema è meglio andarci senza cecilia, in generale- fine inciso io resto dalla serratura e guardo le labbra di cecilia e so che alzata leggera di un labbro destro vuol dire che una persona normale sta ridendo, alzata del secondo labbro vuol dire che una persona normale sta lacrimando dal ridere, sorriso blando tipo monna lisa significa che una persona normale sta già postando il racconto a qualcun altro per farlo leggere perché è eccezionale, di solito cecilia si mette la mano davanti alla bocca così non vedo.
A questo punto cecilia mi chiama e mi dà il suo giudizio che ha bisogno di una ulteriore traduzione che ora, dopo anni di esperienza, ho tarato in maniera abbastanza precisa: a) “no guarda, non funziona, devi lavorarci ancora” (trad. ci hai azzeccato è perfetto salvalo in punto doc e spediscilo a bertoli di macword senza manco rileggerlo); b) “per macworld va bene” (trad. hai in mano un meccanismo narrativo che manco borges, a macworld chiedi il doppio); c) “bravo, un bel pezzo davvero” (trad. trascina sul cestino, svuota e dimentica di aver scritto merda del genere), e io accetto il giudizio prendo il mio file e a questo punto inizia la seconda fase che è quella di minority report.
Ovvero apro ichat e cerco le tre persone a cui spedirlo che sono minestro, il grafico di lamerotanti che è ricco e che quando gli chiedo se può leggere il pezzo può dirmi cazzo venerandi spedisci pure lo leggo subito ci mancherebbe altro, e allora vuol dire che il pezzo è buono, oppure no guarda venerandi adesso sto lavorando sono nella merda i cinesi mi vogliono fottere e allora capisco che il pezzo non è buono, non è neppure necessario che lo legga effettivamente, già questa risposta ci becca sempre, minestro lo sente a contatto, è un artista; poi c’è mcavall che è un programmatore fotografo che qualsiasi cosa gli mando dice che la legge e poi dopo cinque minuti mi arriva un suo messaggio ichat con scritto “ok”, qualsiasi cosa gli abbia mai mandato mi ha sempre scritto “ok” è di bergamo, ma quell’ok è importante non andrei avanti senza quell’ok; e il terzo è maramao che è uno che qualsiasi stronzata gli mando mi dice cazzo venerandi sei un maestro sei un genio, e io gli chiedo ma è buono il racconto? e lui mi dice, è il migliore, scherzi, il migliore! e io gli chiedo ma ci sono difetti, e lui dice tu non sbagli mai scherzi tu non sbagli mai! è perfetto! e io gli chiedo ma il pezzo in cui cecilia dice che gli occhiali da sole sono lo specchio dell’anima altrui non ti sembra un po’ debole? e allora lui dice beh quello venerandi è una merda, lo cancellerei, e io dico ah. E si va avanti così, finché tutti e tre i giudizi collimano su ok, allora supero la fase minority report lo spedisco a macword e chiudo il computer e mi rilasso e dico mai più mai più ogni mese passo una settimana d’inferno perché mi viene l’ansia che non lo riesco a scrivere quel maledetto racconto o viene fuori che cecilia non ride e i tre tipi di minority report dicono che no questa volta venerandi hai sbagliato o sonicher che è uno su internet che ogni mese scrive le recensioni delle riviste di computer dice che no, questa volta il racconto di venerandi era proprio una merda e io ci sto male è una cosa che mi costa moltissimo stress, mi fa venire paura di essere impotente in senso più generale e allora cerco qualcosa che mi faccia passare lo stress e la cosa che mi fa passare lo stress è paradossalmente il powerbook che ho appena chiuso e allora lo riapro anche se non so bene cosa ci farò, ma solo stare davanti al powerbook mi calmo mi arriva la serotonina e sto calmo e appena riapro il powerbook arriva il messaggio di bertoli che dice che non riesce a leggere il file, sei sicuro -mi chiede- di averlo fatto con word e io gli scrivo sono sicuro di no, l’ho fatto con neooffice e l’ho spedito in erretieffe e lui mi dice me lo rimandi in formato word che qui a noi ci passano word e io gli dico occhei e lo risalvo in punto doc e lui dice benissimo grazie e poi mi riscrive dicendo che è un racconto fantastico, che sono uno scrittore davvero eccezionale ma devo tagliare 300 battute è troppo lungo.
“Bertoli, l’ho già mutilato in lungo e in largo, se taglio altre trecento battute rimangono i nomi dei personaggi e qualche verbo”
“Non è un problema, il tuo racconto è dopo l’articolo di bragagnolo, di solito i lettori non ci arrivano fin lì”
“Lo dico a bragagnolo”
“Non è un problema di bragagnolo, i lettori non arrivano manco a bragagnolo. E’ che leggere stanca gli occhi, con internet la gente si è abituata a leggere cose che non superino le sei righe. Poi hanno bisogno di cliccare da qualche parte. Loro ci provano, aprono macworld, ma dopo l’editoriale iniziano a perdere colpi, già a pagina dieci li becchi che cliccano sul foglio con le dita”
“Ah”
“Però vai molto bene tra i lettori giapponesi perché quelli partono a leggere dal fondo, lì sei un mito”
“E’ una battuta?”
“Vedi tu. Ad Accomazzi è piaciuta moltissimo”
“Non mi parlare di Accomazzi. Ogni volta che compero un videogioco Accomazzi chiama i programmatori e li convince a fare una patch per aumentarmi la difficoltà. Stavo per finire Blades of avernum e ora ci sono dei ricci gelatinosi spuntati dal nulla che mi sbudellano i personaggi”
E ride Bertoli, via mail, ride, crede che io scherzi ed eccola -alla fine- la cosa fastidiosa di scrivere racconti divertenti, mi stavo dimenticando, è che quando scrivi qualcosa che non è divertente la gente ti ammazza, cioè si aspettano che tutto quello che scrivi è divertente e c’è gente giuro che pensa che anche tu sia divertente, cioè se scrivi cose divertenti tu scrittore devi essere divertente, un po’ come se chi scrive giallo in fondo è un assassino e così quando incontro qualcuno che legge i racconti di io e cecilia mi dice ah tu sei quello di io e cecilia e io dico eh sì e lui dice ne ho letto qualcuno davvero sei un tipo divertente e io dico beh grazie e quello rimane a guardarmi come se dovessi fare da un momento all’altro una battuta formidabile, ha il tipico sorrisino dell’aspettativa e io allora di solito allargo la gamba un po’ come fanno i cani e scorreggio; lui fa la faccia sbalordita e poi ride e mi indica e dice cioè, ma sei fortissimo venerandi!

Io ce e il bio coop

marzo 24, 2013 § Lascia un commento

io ce niccolò e il bio

Siamo al supermercato della coop a fare la spesa, cecilia con niccolò abbracciato al collo, io con il powerbook a tracolla, da quando ho il powerbook lo porto dappertutto, non tanto perché mi serva effettivamente, ma perché nessun posto mi sembra abbastanza sicuro per il powerbook, ho sempre il terrore che torno a casa e scopro un buco nella parete e il mio powerbook è sparito e io faccio una cosa tipo l’urlo muto di munch e crollo a terra tendendo le mani verso la scrivania in un crescendo drammatico cui cecilia parteciperebbe parzialmente immaginandosi 1600 euro che si vaporizzano nell’invisibile, una cosa da vera paranoia così lo porto sempre con me, in ufficio, al bagno, a fare la spesa, all’asilo di niccolò lo tengo sempre molto aderente al mio corpo così se capita un incidente moriamo assieme e nessuno soffrirà per la mancanza dell’altro, deve essere un particolare senso di affetto, lo faccio anche con cecilia infatti stiamo sempre a braccetto quando camminiamo. Comunque: siamo alla coop e mentre stiamo entrando vediamo un sacco di consumatori che lasciano scatolami, pasta, riso e beni commestibili vari a persone che segnano tutto e preparano degli scatoloni per i poveri dell’africa, in pratica la gente entra dentro e mentre fa la spesa compra qualcosa anche per i poveri dell’africa e quando esce la dà a questa gente che inscatola tutto e spedisce.
“Uh- dallo sfruttato al produttore, dal produttore al consumatore, dal consumatore allo sfruttato” dico io e cecilia dice che sono cinico e stringe niccolò, mentre io protesto e dico che invece è una cosa molto bella, sembra il tao. “La prossima volta lo faccio anche alla FNAC, mi compero un joystick e lo mando ai bambini poveri della thailandia” e rido senza pensieri, sono occidentale.
Cecilia prende il carrello e non mi risponde neppure, iniziamo a fare la spesa.
Fare la spesa con la propria famiglia è un incrocio tra uno psicodramma e una reclame televisiva riuscita male, all’inizio vedi la coppia che entra nella coop tutta sorridente, con il carrello vuoto e il peso infinitesimale della carta di credito ad altezza cuore, e poi dopo mezz’ora vedi la stessa coppia con il carrello pieno, con la faccia scura, non si parlano nemmeno, hanno tutta la gestualità dello scontro, uscendo si mandano affanculo senza nessun pudore di fronte alle altre coppie sorridenti che stanno entrando in quel momento alla coop e guardano la coppia di litiganti come se fossero dei poveri stronzi, gente che non si ama, e non sanno che anche loro stanno per entrare nel meccanismo che poco dopo li ridurrà nello stesso stato.
Io e cecilia di solito iniziamo a incazzarci già quando facciamo la lista della spesa, così entriamo nella coop più preparati, infatti dopo mezz’ora di discussioni sul fatto che fosse o meno necessario il latte di soia, abbiamo deciso di fare due liste della spesa separate e ognuno segue la sua.
Appena entrati io tiro fuori la summenzionata lista della spesa, lista da me stilata e che non ha ovviamente avuto il beneplacito della mia consorte, lei tira fuori la sua, come per controllare che quello che compro io sia segnato anche nella sua, quindi decido di iniziare con beni di prima necessità in modo che non ci sia da subito motivo di litigio. “Olio!” dico con fare da capofamiglia e “olio!” ripete niccolò dalla sua postazione a quattro ruote. “Olio” dice cecilia annuendo spingendo il carrello verso lo scaffale dell’olio e io mi avvicino e ne prendo una bottiglia da un litro.
Appena lo prendo in mano sento una voce alle mie spalle.
“Non quello”
“Come non questo?” chiedo io girandomi e tenendo in mano l’olio extravergine di oliva marca coop. “E’ coop che vuol dire grande famiglia dei consumatori, è extravergine che vuol dire extra buono, che gli manca?”
“Prendi quello nello scaffale più in basso”
Abbasso lo sguardo giusto per vedere una bottiglia di olio simile a quella che ho appena preso, olio extravergine coop, ma la bottiglia è più piccola e costa tanto quella grossa.
“Ma è sempre olio extravergine coop e ce ne è meno!” protesto.
“E’ bio” dice cecilia e in effetti vedo che sulla scatola c’è scritto bio e la mia visuale si allarga faccio un passo indietro e vedo che accanto ad ogni prodotto coop ce ne è uno identico che costa qualche euro in più, e sopra c’è scritto bio: bio-biscotti, bio-uova, bio-pasta, bio-mozzarella, bio-succo.
“Bio” dico io. “E questo cosa è? Non-bio?” chiedo a cecilia mostrando l’olio extravergine normale che avevo preso.
“Non-bio” dice cecilia annuendo. “Non-bio” conferma niccolò e io deglustisco e decido di tenere profilo basso, rimetto la bottiglia al suo posto e prendo l’olio extravergine bio coop e lo infilo nel carrello, non commento e fingo di aver disimparato la percezione dei numeri arabi che ballonzolano prima del simbolo dell’euro nell’etichetta del prezzo.
Andiamo avanti nella lista e dico “caffe!” e niccolò dice “caffe!” e cecilia dice “caffe” e andiamo fino al carrello del caffe, siamo molto coreografici quando facciamo la spesa dovrebbero assumerci.
Memore dell’insegnamento di poco prima scarto il normale caffé coop, evidentemente non-bio, e cerco senza molto successo quello coop bio ma -non trovandolo- ripiego di nuovo su quello non-bio e sto per metterlo nel carrello quando una voce nota alle mie spalle sospira e dice non quello.
“Non quello” dice la dolce voce di cecilia.
“Come non questo! Guarda che quello bio non esiste!” protesto alzando la voce.
Cecilia scuote la testa. “Non è solidale”
“Solid…”
“Solidale. Non vorrai sfruttare i poveri terzomondisti? Il caffè si compera solidale. E’ una scelta etica”
Mi giro di nuovo verso lo scaffale e vedo che in effetti c’è un caffè coop solidale, ci sono dei disegni che mi dovrebbero indurre alla solidarietà finché non guardo il prezzo il caffé solidale costa più di quello normale. “Solidale” dico tra me e me e prendo il pacchetto e poi sorrido e dico, sì vabbé, è solidale. “Ma non è bio!” esclamo mostrando il pacchetto a cecilia.
Cecilia sbianca.
In effetti il pacchetto di caffè solidale coop non è bio, se sei solidale sei non-bio.
“Sei sicuro non esista un caffè solidale non-bio coop e un caffè solidale bio coop?”
Scuoto la testa. “Esiste un caffé non solidale non-bio coop, ma non un caffè non solidale bio coop, di contro c’è un caffé solidale non-bio coop, ma non un caffé solidale bio coop. Mi spiace” concludo con un sorriso luciferino sulle labbra.
Cecilia fa gli occhi fiammeggianti e mi guarda come se fossi un commesso coop che le ha rigato la macchina. Mi si avvicina, mi strappa dalle mani il caffè coop solidale, afferra un lavazza gusto oro e lo getta con rabbia nel carrello.
Da quel momento smettiamo di parlare e ognuno infila nel carrello le cose che ha scritto sulla propria lista della spesa, alla fine abbiamo tipo otto litri di latte e decidiamo di fare i sensibili verso i problemi dell’africa e di donare qualcosa che abbiamo comprato doppio.
Ma anche niccolotto vuole partecipare, inizia a fare domande e insomma cecilia spiega la sua versione edulcorata a niccolò che è entusiasta e vuole aiutare anche lui i bambini poveri e gira per il supermercato alla ricerca di qualcosa per i bambini poveri dell’africa finché lo sguardo gli si illumina e torna con una grossa scatola di ghiaccioli ai quattro gusti della motta.
“Uh” dico io.
Cecilia scuote la testa e appena inizia a spiegare a niccolò che no, i ghiaccioli non sono una buona idea per aiutare i bambini dell’africa, il niccolotto la prende sul personalissimo e scoppia in un pianto da palcoscenico, stringe la scatola di ghiaccioli e dice che li vuole regalare ai bambini, li vuole regalare ai bambini, li vuole regalare ai bambini ad libitum.
Ci guardiamo. Facciamo buon viso a cattiva sorte, teniamo i ghiaccioli, speriamo che si dimentichi, e invece quando siamo all’uscita niccolò prende la sua scatola di ghiaccioli e corre verso i volontari che raccolgono il cibo per i poveri e con il sorriso sulle labbra dona la sua scatola di ghiaccioli: i volontari alzano la testa perplessi, incrociano il nostro sguardo, cercano di capire se siamo degli imbecilli, capiscono, ci sorridono e ringraziano niccolò.
Lui è felice, certe volte guardando un bambino ti viene malinconia di quel tipo di felicità che -dopo i trenta- non esiste più.
Tranne quando si apre la scatola di qualcosa prodotto da cupertino, ovviamente.
Carichiamo tutto in macchina e mentre torniamo a casa chiedo a cecilia di fermarsi un attimo alla FNAC che voglio vedere il prezzo di una tastiera wireless esterna per il mio powerbook. Cecilia mi aspetta in auto e io entro dentro la FNAC, vado da un commesso e gli spiego che ho un powerbook e vorrei una tastiera esterna wireless e lui mi mostra una logitech e mi dice che costa 39 euro e c’è anche il mouse e mentre lui parla io vedo quella della apple e gli chiedo quanto costa quella.
“158 euro, mouse e tastiera”.
“Uh. E’ bio?”
“No, è apple” e sorride mettendomi una mano sulla spalla.

Il povero, povero pene di Sem

marzo 22, 2013 § Lascia un commento

La cosa era cominciata lentamente, all’inizio non se ne era nemmeno accorto. Era stata una specie di sorpresa all’incontrario, ma non un dramma, la prima cosa che gli avevano detto era che non si trattava di un dramma, anzi, era una cosa abbastanza normale, era una cosa che succedeva a più dell’ottanta per cento dei maschi, non c’era niente di strano. Se Sem avesse iniziato a considerare la cosa come un dramma, la cosa sarebbe andata sempre peggio, più Sem ci avesse pensato più la cosa sarebbe peggiorata, in maniera progressiva e certa. Bisognava invece ragionare in maniera nuova. Non era un dramma, era una novità. Poteva essere anche visto come un passaggio da uno stadio ad un altro stadio, così gli avevano detto, anche se -avevano aggiunto- Sem era ancora giovane.
In realtà, le prime volte Sem aveva pensato che la colpa non fosse la sua, ma che fosse l’apertura della ragazza che si era allargata. Era più grossa, o troppo lubrificata, qualcosa comunque non stava andando nella direzione giusta. Aveva caldo ai piedi, sentiva qualcosa che gli dava fastidio nei vestiti o nelle coperte. C’erano dei rumori. C’era puzza. Le coperte erano troppo pesanti. I piedi battevano contro il fondo del letto. Le coperte erano troppo umide. Pensava che non gli sarebbe venuto duro abbastanza: questo non le prime volte.
Le prime volte era convinto di avercelo duro, se lo sentiva duro, ma quando per qualche motivo lei lo toccava si rendeva conto che lui lo sentiva duro, ma non era così duro come pensava. Anzi. Aveva l’impressione che fosse duro, ma non era duro. No. Era una merda.
Il medico aveva detto che le cose gravi potevano essere due: un tumore alla prostata o un cancro al cervello. Il tumore alla prostata impediva le erezioni, mentre il cancro al cervello si mangiava la parte del cervello che avrebbe dovuto mandare l’impulso di gonfiarsi al pene. Queste erano le cose peggiori ed erano quelle che andavano escluse subito.
“Dobbiamo fare delle analisi del sangue, complete” disse il medico mentre nello schermo del computer dietro di lui piccole bandiere di Microsoft Windows si avvicinavano sempre di più fino a sparire nel nulla.
Uscito dallo studio medico Sem si era chiesto quale era la cosa peggiore, se il tumore alla prostata, il cancro al cervello o essere impotente, uno con il cazzo mollo. Ad un certo punto Sem pensò che il cazzo mollo sarebbe stato un modo per cambiare un po’ di abitudini.
Una delle prime cose che Sem fece mentre aspettava le analisi del sangue, fu quella di masturbarsi. Era davvero molto tempo che Sem non lo faceva. Si sedette sulla tazza del cesso, sospirò e prese in mano il cazzo. Lo guardò, per un tempo abbastanza lungo. Gli sembrava qualcosa di estraneo, un appendice aggiunta all’ultimo. Era brutto. Quelle vene diseguali, quella pendenza della carne, la parte bavosa in punta, e poi la peluria alla base, lo scroto; niente, Sem aveva sempre pensato che l’unica cosa affascinante del suo pene era il miracolo di sentirselo duro. Sentirlo scontrare contro i boxer, contro i pantaloni. L’orgasmo era anche meno importante, l’orgasmo era un po’ un modo elegante per chiudere.
Mentre si masturbava Sem sentiva come se il cazzo fose cavo, come se dentro ci fosse un canale. Come se dentro il suo cazzo ci fosse un pezzo di vegetale, un interno soffice di cotone vegetale che all’improvviso faceva venire fuori quello che doveva venire fuori, con un brivido spiacevole e sciocco. Di solito non era così, non era quasi mai stato così. Sem guardava il rotolo della carta igienica come se lo vedesse per la prima volta nella sua vita e non capisse a cose potesse servire quel cilindro.

Erano le prime cose da escludere. Una volta escluse quelle, che il medico diceva essere le peggiori, allora si poteva tirare un sospiro di sollievo. Non che il problema fosse risolto, diceva il medico, ma era un problema diverso. “In quel caso -affermava- è la testa”. Nel senso un problema di testa, un problema nervoso.
Sem sperava che fosse qualcosa. Che ci fosse qualcosa di fisico. Che le analisi del sangue fossero sballate, che i valori fossero assurdi, che sotto la sua pelle ci fosse una battaglia in corso e che il cazzo non fosse che l’ultimo problema di Sem, che al cazzo non avrebbe dovuto pensare per molto molto tempo. Che fosse una malattia enorme, totale. Che non fosse qualcosa legato alla sua vita, al fatto che la vita di Sem era una merda.
Non un problema nervoso, non qualcosa che avrebbe potuto affrontare solo rivedendo interamente la sua vita, anche perché Sem pensava che la sua vita era una merda ma che andava benissimo così. Che conosceva persone che facevano una vita di merda che in confronto la sua era cioccolato. Che la sua vita era una merda solo perché lui pensava che fosse arrivato a quel famoso punto di non ritorno, che non poteva inventarsi niente di nuovo. Quello che Sem pensava della sua vita era che doveva resistere fino alla morte senza fare troppe cazzate, andare avanti giorno dopo giorno vivendo il meglio possibile. Andare a teatro, sedersi, aspettare le telefonate, prendere le prenotazioni, vendere i biglietti, uscire da teatro, andare a scopare, dormire. Questa era la vita di merda di Sem ed era quello che Sem desiderava. La considerava di merda perché non era felice, ma era tranquillo.
Felice era una cosa diversa, felice erano cose tipo scosse di adrenalina, essere famoso, andare in posti, fare cose incredibili, essere conosciuto. Cambiare il mondo. Felice voleva dire significare qualcosa, mentre Sem stava più semplicemente passando sul pianeta terra. Oggi visita turistica sul pianeta terra, si scende per un po’ più di mezzo secolo, si fanno delle fotografie, dei figli e poi si tirano le cuoia. Fine della visita, quello che pensava della sua vita era questo, doveva arrivare alla fine della vacanza senza essere caduto in disgrazia. Il cazzo mollo era una disgrazia, in un certo senso.

(tratto da Bisanzio ovvero la fotografia dell’animale, opera mai conclusa)

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