Stanotte ho sognato che mi trovavo su un palcoscenico, di fronte a un pubblico. Recitavo in una rappresentazione teatrale. E non ricordavo neanche una battuta del copione. È un incubo abbastanza ricorrente per chi fa l’attore. Il punto è che io non faccio l’attore e questo complica la faccenda.
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Sogno n. 116
febbraio 9, 2010Le lettere della scimmia
febbraio 8, 2010
Le lettere della scimmia rappresentano il grado di scimmia che ti separa dall’esame. La cosa funziona pressapoco così, quando l’esame è tra due o tre mesi il tuo grado scimmia è bassissimo e quindi studi per l’esame nell’aula E. L’aula E è grande, luminosa, vicino al distributore delle patatine, è piena di ragazzi e ragazze simpaticissimi, ci vai con i tuoi libri e un po’ studi per l’esame e un po’ chiacchieri, mangi le patatine, ascolti il walkman, ridi. La tua scimmia è al grado E, si toglie le zecche, si fa i fatti suoi.
Quando manca un mese e mezzi passi all’aula D perché nella E in effetti c’è un po’ troppo casino e non riesci a studiare e inizi a capire che sei indietro che non hai finito il programma e, insomma, visto da un altro punto di vista un mese e mezzo sono sei settimane, sei settimane non sono niente e la gente che trovi nell’aula D è gente nervosa, che ha lo sguardo fuggente, cordiale ma di poche parole e tu studi.
Quando manca meno di un mese inizi a non sopportare chiunque sia nell’aula D. Odi la ragazza che fa sempre tick, tick con la penna, il ragazzo che tossisce ogni tre pagine, quello che sfoglia il libro con la stessa grazia con sui si sbatte un lenzuolo, quindi ad un certo punto non vai più nel’aula D ma passi all’aula C.
Quando passi nell’aula C la tua scimmia ti ha già scoperchiato il cervello e sta cercando tra il pelo qualcosa. L’aula C è abitata solo da ombre, non sono ragazzi e ragazze, sono le loro immagini sbiadite. Vedi i corpi aggrappati alle pagine di libri sottolineati di ogni colore possibile, senti il loro odore animale di chi non ha più il tempo di lavarsi perché mancano solo due settimane, solo due settimane, non hai tempo di parlare, respirare, puoi solo entrare dentro al libro, ripassare il programma che ormai è dentro di te fa parte del tuo dna. Quando la scimmia finalmente trova tra i suoi peli il cucchiaino d’argento e lo immerge nel tuo cervello sei già passato nell’aula B.
L’aula B è un sacrario. E’ piccola, buia, nessuno ci entra, le anime che ci sono dentro ci arrivano per passaggi sconosciuti, oppure ci sono sempre state. Se un ragazzo apre per errore la porta dell’aula B sente il respiro di gelo uscire e richiude subito. Mancano due giorni all’esame, quelle cose che sono dentro all’aula B potrebbero fare di te qualsiasi cosa se solo lo volessero, ma non vogliono. Tu non sei niente per loro, non esisti. Esiste solo l’esame, che è adesso, ed esiste la scimmia che dorme ridendo sulla spalla con la pancia piena fino al midollo.
L’aula A non esiste, in nessuna università e infatti anche nella Boston University dopo la B c’erano solo i corridoi che continuavano verso nord, sud e sudovest.
mio figlio ha la spada
febbraio 1, 2010
mio figlio ha la spada di zorro, la mascherina di zorro e un cappello di zorro. mio figlio ha cinque anni, quando ha la mascherina di zorro sembra me o chiunque altro negli anni settanta si fosse vestito da zorro. alcune cose evidentemente non muoiono mai. è oldissimo quando è vestito da zorro.
la tecnologia non sempre è piacevole, è un periodo che uso finestre di terminale, grosse e nere che coprano tutto quello che fa colore. le finestre di terminale sono una parte della mia infanzia, uno schermo nero con il cursore e il prompt dell’apple ][. ho passato anni davanti a quella finestra e poi l’ho maledetta, ho abbracciato il mouse, le finestre, il macintosh lc. Leggi il seguito di questo post »
Sulla superficie igroscopica (pt. 2 di boh)
gennaio 27, 2010Lo scarabocchio si situa tra l’errore e l’arte. Così il mio maestro, nel mio primo giorno di lezione.
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wimble.doc .epub
gennaio 22, 2010I ragazzoni di MRT hanno riunito i materiali della grande sfida autunnale/invernale di wimble.doc in un ebook scaricabile da questa pagina. Si tratta di racconti affilati come lame, immagini, foto, parole, tutto dalla schiuma della narrativa giovane fichetta e sì, ci sono anche alcuni racconti scritti da noi, giovani scrittori conformi al sistema.
Scaricatelo sul vostro ebook reader, stampatelo, leggetelo on line, fate come potete, il prima possibile, fatevi nostri, con quel tipico amore di cui siete capaci. Stay tuned!
Storia di uno scatto
gennaio 19, 2010La prima cosa che impari quando sei a Zanzibar è che sei un turista, cioè non è che esistono persone che vanno in Zanzibar e che possono integrarsi con l’ambiente e altre che invece ci fanno la figura da turisti, ma nel momento stesso in cui metti piede in Zanzibar, il tuo dna viene marchiato e da quel momento in poi la tua relazione con il posto è la tipica relazione di un turista e l’unica cosa che puoi fare è accettare quel tuo senso di estraneità cretina tipica dei turisti cercando di dosare la cafonaggine e la paraculaggine che da quel momento si attorciglieranno attorno al tuo francese stentato e attorno alla forma da monolite nero e piatto della tua carta di credito.
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Sulla superficie igroscopica (pt. 1 di boh)
gennaio 18, 2010Seguitemi. Se è vero che i fogli di carta A4 pesano 80 grammi al metro quadro allora significa che un singolo foglio A4 pesa circa 12 grammi. Ora calcolando che io ogni volta ricavo quattro foglietti da un singolo foglio A4, semplicemente piegandolo e strappandolo con le mani, e che ognuno di questi foglietti pesa dunque 3 grammi e, ancora, che io consumo almeno una decina di foglietti al giorno, allora 3 grammi per 365 giorni fanno più o meno un chilo di carta all’anno, cioè trenta chili di carta in totale. Dove voglio arrivare? Ora ve lo spiego.
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non condivido
gennaio 15, 2010vedo il video e clicco su condividi e lo faccio vedere anche ai miei amici, la foto, la canzone, il testo: condivido ogni cosa e quella cosa sono anche io perché l’ho scelta. la moltiplico.
in questa moltiplicazione digitale viene meno il mio racconto. la cosa entra ed esce senza che io possa prenderla davvero dentro di me e cercare in quella cosa i punti del mio racconto.
manca la mia versione dei fatti. copio e incollo e quest’atto mi rende simile a un ripetitore, non mi dà la possibilità di mentire e -mentendo- di trovare la verità nascosta nella cosa.
la cosa poi esiste solo se c’è, se è riproducibile. la rete diventa un mare dopo un naufragio: a galla i resti di cose, oggetti, persone. quello che non c’è forse non c’è mai stato. o forse è colato a picco.
se qualcosa avviene e non lascia nessuna traccia in rete del suo esserci stato, se non produce qualcosa di condivisibile, ci si può solo affidare al mio racconto.
il mio racconto è questo: sono entrato in questa pasticceria per prendere delle paste, bisogna salire una grande rampa di scale e poi suonare un campanello. quando entri vedi due o tre pasticcieri che ridono, tengono in mano grossi vassoi, aprono armadi da cui esce una nube gelata e poi altri da cui esce un calore secco.
quando sono entrato ridevano, si prendevano per il culo e poi mi hanno chiesto cosa volevo e allora hanno iniziato a prendere per il culo anche me, si vedeva che erano felici.
ne avevano voglia, e io ho detto cosa volevo e un tipo mi ha detto di seguirlo e mi ha portato fino a un tavolo dove c’erano due grossi pacchetti, chiusi, con un fiocco.
“è per i dolci?” mi ha chiesto e io gli ho detto di sì e in quel momento avrei addentato tutto, la sua gola, il gelo ai denti, l’odore zuccheroso dell’aria, la vaniglia salata che avevo sulla pelle.



