quando ero una ragazzina alla mattina presto scendevo in spiaggia con mia madre. arrivavamo in spiaggia molto presto. mia madre mi dava da montare l’ombrellone e poi mi metteva le crema e mi chiedeva di metterla a lei. poi si sedeva sull’asciugamano, e restava a guardare il mare, mia madre odiava il mare. andava in mare solo per abbronzarsi. mio padre non ci metteva nemmeno piede in spiaggia, restava da solo in campeggio a leggere i gialli mondadori.
ne leggeva a centinaia, in canotta bianca.
mia madre mi impediva di nuotare, aveva paura che mi venisse una congestione e la cosa mi andava benissimo, camminavo sul bagnasciuga, erano diversi chilometri di bagnasciuga, potevo camminare per ore. lei si raccomandava e poi si sdraiava per prendere il sole. mia madre aveva i capelli neri e suo padre era morto annegato.
quando lasciavo mia madre e cominciavo a camminare alle otto del mattino, sul bagnasciuga su cui si frangeva il mare calmo e fresco, io sognavo il digitale. erano gli anni ottanta, io ero nel pieno della mia gracilità e sognavo il basic, sognavo phoenix, sognavo l’odore caldo dei primi microcomputer.
nel futuro poteva succedere qualsiasi cosa e nella mia testa questa cosa si amplificava, il futuro stava succedendo e io ne avevo uno in casa.
oggi, a vent’anni di distanza, cammino per questa spiaggia croata e sento il grosso vuoto dei miei sogni. se li è mangiati il digitale, quello che è diventato.
il digitale ha digerito tutto il comunicabile perché il comunicabile era commestibile.
se i sogni emanano energia, l’energia che ho prodotto negli anni ottanta era energia buona e bianca, era energia capace di dare frutti, era fertile.
negli anni ottanta io mi ero iscritto ad uno dei licei classici più conservatori e bui della mia città, i miei compagni erano figli di avvocati della genova bene, che comunque sarebbero diventati avvocato, il liceo classico era solo il primo passo. un pro forma.
era un ambiente vecchio, monumentale, immobile, di destra, ricco.
io arrivavo dall’entroterra, ogni giorno facevo mezz’ora di treno da un paese famoso esclusivamente per i suoi insaccati e mi infilavo in un liceo fatto di busti di marmo, scalinate fasciste, grammatiche romane.
appena potevo uscivo e andavo di corsa nell’aula di fisica, perché lì c’era un apple IIe e per un po’ vedevo quella cosa nuova, nascosta tra bottiglioni con foglie di metallo, antichi apparecchi elettrici e animali morti sottospirito.
siamo con amici su una barca che fa un giro attorno alle isole * si ferma ogni tanto per farci fare il bagno. il sole è fortissimo. tutti sudano e sorridono, cercando di tenere buoni i bambini, la barca è piccola, c’è odore di nafta, per parlare devi urlare.
dopo un po’ parliamo della crisi e matteo dice che la crisi lo ha messo un po’ in difficoltà. per il suo concetto di decrescita, il fatto che il pil stia scendendo non rende il mondo migliore.
è giusto -dice- che la gente consumi meno, ma questa diminuzione del consumo non è avvenuta per una scelta strutturale, ma per una crisi, la gente consuma meno perché è a casa, è stata licenziata.
appena finirà la crisi tornerà a consumare come prima, dice, e ride.
nel momento in cui il consumo e il mercato mostrano la sua crisi ci viene detto che dobbiamo consumare di più.
parliamo di energia rinnovabile, di digitale, di decrescita, di gruppi di consumo, di orti cittadini, di differenziata. lo facciamo goffamente, come si fa sesso un po’ goffamente in alcuni casi. parliamo di lavoro e di vita e di tempo e un po’ silenziosamente parliamo di felicità, di come questo sistema ci spinga ed avere un lavoro, dei figli, e a entrare in crisi perché questo lavoro non ci permette di avere dei figli e ci abbandona e non ci rende felici.
quello che vogliamo è concreto e tangibile. avere meno guadagni. avere meno bisogni. ottimizzare il nostro sfruttamento delle risorse. essere compatibili con il nostro ambiente. avere dei figli in un sistema sociale che ci permetta di lavorare e di essere nucleo familiare, dignitosamente.
se c’è una strada, che è una strada obbligata per arrivare ad un consumo che sia adeguato alla percezione che abbiamo oggi di quello che ci circonda, è una strada che è poco più che segnata e che è destinata -oggi- ad una minoranza intellettuale.
la lotta per la decrescita felice la faranno i benestanti.
sara mi racconta che con ingegneri senza frontiere quando devono mandare motori in africa per lo sviluppo, devono mandare roba vecchia, tecnologia obsoleta e inquinante, perché se mandano cose sofisticate, eco, moderne, al primo guasto non si riescono a riparare o non sono economicamente in grado di gestirle.
a questo punto sono sdraiato sul cemento di un molo di velirat, ho la faccia che sporge oltre il bordo, vedo le onde che si sfanno a colpi forti contro il molo. in mano tengo un filo trasparente che si perde nell’acqua. nonostante il mio acclamato vegetarianesimo sto aspettando che un pesce abbocchi e nello stesso tempo spero che non lo faccia mai perché sarei terrorizzato se abboccasse. un animale ferito che si agita tra le mie mani, mio figlio che urla felice, nessuno secchiello in cui infilare il brachiforme.
il realtà non sto pescando, sto aiutando mio figlio a pescare, ma il primogenito, dopo avermi mollato tutto il fragile armamentario, è corso sugli scogli per saltare e vedere delle cose tra le rocce.
così resto a fissare il filo trasparente fra le mie dita e sento qualcosa che tira, per un istante. osservo il mare ed è una massa verde, imperscrutabile. il filo tira ancora, ecco, l’unica cosa affascinante è questa comunicazione, un filo teso tra due mondi dove nessuno vede il suo interlocutore e solo il tendere di un filo o il dolore improvviso di uno squarcio in bocca ti fa capire che esiste qualcosa fuori da te e che ti sta chiamando.
sarebbe bello gettare il filo in un mare impenetrabile e sentire qualcosa di alieno che ti risponde tirando dalla sua parte, con un suo linguaggio inintelleggibile, senza vittime o persecutori.


