[ repost_marzo2007 ] io, amanda e david bowie

ottobre 24, 2009

“Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.” guy debord_la società dello spettacolo

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Stanotte ho sognato che io e Amanda avevamo ammazzato David Bowie e non sapevamo come fare, dovevamo sbarazzarci del corpo, o forse io avevo ammazzato David Bowie e Amanda mi aveva sorpreso nell’atto di trascinare il cadavere e mi aveva chiesto cos’era successo a David Bowie, cosa gli avevo fatto, e io l’avevo pregata di aiutarmi ad occultare il corpo per nascondere quella orribile disgrazia, una grande perdita per il mondo ed era tutta colpa mia, io e David Bowie avevamo cominciato a discutere e ci eravamo infervorati parecchio anche a causa dell’alcol che entrambi avevamo ingerito in grosse quantità, tutti i partecipanti alla festa se n’erano andati e io e David Bowie eravamo rimasti a discutere accanto alla vetrata, poi ci siamo messi a litigare, volavano parole grosse e a un certo punto David Bowie ha alzato le mani, mi ha dato una spinta, mi ha provocato, e io mi sono arrabbiato e gli ho sferrato un pugno sul viso e allora abbiamo iniziato a fare a botte e graffi e morsi, siamo rotolati sul tappeto e David Bowie mirava alla gola, voleva uccidermi, e io invece non volevo ucciderlo, non intendevo ferirlo gravemente, dopotutto era David Bowie anche se mi aveva fatto incazzare, ciononostante ho preso David Bowie e l’ho scagliato contro la grande vetrata nera, il corpo magro e incredulo di David Bowie è volato attraverso il vetro, rompendolo, ed è cascato di sotto, nel giardino, tra l’erba, e allora mi sono reso conto di ciò che era successo e sono corso di sotto, terrorizzato che qualcuno potesse aver visto tutto anche se non c’erano segnali di vita da nessuna parte, gli ospiti se n’erano andati ormai tutti da ore e le strade attorno erano deserte, nere come tutte le case intorno, nere, le finestre nere, vuote, e David Bowie riverso al suolo, bianco, morto, le membra scomposte sopra l’erba e i vetri rotti, sanguinante, gli occhi spalancati, bianchi, la bocca aperta, nera, un macello, un vero disastro, e un gran silenzio.
“Nascondere” ho pensato subito, “occultare, nascondere, dimenticare,” e ho afferrato David Bowie per le caviglie e ho cominciato a trascinarlo su per le scale con immensa fatica, volevo portarlo in casa, ed ero quasi arrivato in cima quando è arrivata Amanda.
O forse era Amanda che l’aveva ammazzato e io ero arrivato dopo, chissà, sta di fatto che mi trovavo con Amanda a trasportare il cadavere di David Bowie in questa grande casa vuota, io lo tenevo per i piedi e lei sotto le ascelle ed era sconvolta quasi più di me, “abbiamo ucciso David Bowie, abbiamo ucciso David Bowie” continuava a cantilenare con voce infantile e io temevo che perdesse il controllo, che si mettesse a urlare o piangere o che facesse qualche sproposito, “coraggio portiamolo da qualche parte, chiudiamolo in un armadio, in un ripostiglio” gridavo concitato ma in quella casa non c’erano armadi, non c’erano ripostigli né bagni, solo corridoi grigi e vetrate nere e festoni penzolanti e striscioni con la scritta “buon compleanno” perché era il compleanno di Amanda e Amanda era stata molto felice che fosse venuto David Bowie, era una cosa da raccontare, e invece poi è successo quel che è successo, David Bowie è morto e la casa è diventata un labirinto da cui non si esce e io cercavo di vedere le cose dal lato positivo, e cioè che io e Amanda adesso avevamo un segreto in comune che ci univa per l’eternità ed era il fatto che avevamo ucciso David Bowie, la notizia sarebbe uscita su tutti i giornali del mondo, su tutti i telegiornali, avrebbero mandato in onda degli speciali su David Bowie e io e Amanda avremmo fatto finta di essere sconvolti come tutti gli altri e invece saremmo stati calmi, una calma piatta ci avrebbe invaso dentro rendendoci tutti e due vuoti, uguali e maledetti.
Ma a un tratto Amanda mollava la presa e la testa di David Bowie sbatteva sul pavimento di moquette con un tonfo ovattato e anch’io lasciavo i piedi del cadavere e guardavo Amanda con uno sguardo di panico, “non ci sono armadi, non ci sono ripostigli” gridavo fuori di me ma Amanda sorrideva, era calma e sorrideva e mi carezzava il viso e mi diceva “senti lasciamo perdere David Bowie, David Bowie non è importante, lasciamo perdere questa messinscena”, e mi spiegava con calma tutte le stranezze della serata, la prima delle quali era David Bowie alla sua festa di compleanno, quando mai David Bowie può venire alla festa di compleanno di Amanda, e io dicevo “ma no, ma come” e lei mi tirava i capelli affettuosamente convincendomi a ragionare, a capire che era impossibile che David Bowie fosse presente alla sua festa di compleanno qui, in Italia o dovunque fossimo, di conseguenza noi non potevamo averlo ucciso perché lui non poteva essere lì, semplicemente non c’era, e io ero smarrito, confuso, stanco, non mi raccapezzavo, “allora senti guarda, io non mi raccapezzo più” dicevo ad Amanda, stranito, e lei ridendo sfiorandomi le labbra con le dita mi spiegava il fulcro della situazione, e cioè che eravamo entrambi fantasmi e ci trovavamo in una specie di limbo, una zona di passaggio in cui niente era reale, né corpo né pensiero, e ricordi e allucinazioni e sogni e paure e desideri e impulsi e stimoli e impressioni si mischiava tutto assieme dentro e fuori di noi per darci un’impressione di realtà, una realtà fittizia che ci facesse “vivere” qualcosa, un “luogo” dove tutto era possibile, sogni e incubi mescolati insieme e quindi ecco David Bowie in carne e ossa alla festa di compleanno di Amanda, ed ecco David Bowie morto per colpa nostra, o mia, o sua, e tutto -come potevo constatare- rimaneva comunque uguale.
“Ma uguale a cosa?” domandavo ad Amanda, dubbioso.
“Uguale, e basta.”
“Come, uguale e basta?”
“Sì, uguale, da solo.”
“Non so, non sono del tutto convinto.”
Nel frattempo notavo che Amanda era truccata in modo elaborato e strano, gli occhi erano cerchiati da complicati ghirigori variopinti e portava una bizzarra acconciatura, le ciocche di capelli corvini erano legate insieme con nastri e fiocchi e spille multicolori e il corpo nudo di Amanda era spalmato di una strana sostanza iridescente, sprigionava luce, capivo dunque che Amanda era diventata una sorta di fata, o spirito, o che so io, e i suoi discorsi erano costituiti da cose che avevo sentito da sveglio durante la giornata mescolate con cose che avevo detto o pensato e di cui non serbavo ricordo, e il cadavere di David Bowie era ancora lì, ai nostri piedi, tra noi, e il rimorso di averlo ucciso non mi abbandonava, il senso di colpa mi trafiggeva lo sterno rendendomi difficoltoso respirare.
Io dicevo ad Amanda che desideravo un bagno, avrei voluto che in quella casa ci fosse un bagno.
“Perché?”
“Per pulire.”
“Pulire è noioso” diceva dunque Amanda librandosi in aria, su verso il soffitto, e io con lei, passavamo attraverso il soffitto e ci trovavamo nel cielo notturno della città periferica, nero, le case basse, nere, le strade nere sempre più in basso mentre cominciavano ad apparire le prime stelle, ci avvicinavamo allo spazio.
“Sta’ attento” mi ammoniva Amanda sorridendo divertita, “non avvicinarti troppo al sole, che ti bruci.”
Solo allora mi rendevo conto che mi ero presentato alla sua festa di compleanno senza nemmeno un regalo, neanche un fiore, niente, ma a quel punto forse non aveva più importanza.

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