Sono andato a leggere delle poesie a Milano, ho fatto questo viaggio con donald datti ed ero distrutto, mi avevano tolto sangue e altre cose dal corpo, poi ero stato al fisco e poi ero tornato a lavorare, ero a pezzi. Comunque andiamo e c’è questa tempesta, piove da pazzi io mi sento in colpa.
Quando arriviamo a Milano piove meno, il locale è pieno di gente, sono tutti poeti, sono molto diversi tra di loro. C’è Francesca Genti che ci saluta, mi sembra felice. Il locale è molto carino, non è fichetto, è alternativo, è un posto che capisci che dentro ci puoi fare delle cose. I poeti sono molto diversi, alcuni sono dei ragazzi, altri vecchi professori o signore, le poesie sono tutte diverse.
Quella che mi sfida nello slam poetry è nervosa, le dicono che deve leggere una sola poesia e lei è nervosa non sa quale leggere alla fine legge una poesia che parla di un bambino morto.
Ci sono luci gialle, tutto è marrone e caldo.
Quando torniamo all’auto siamo stanchi morti, vado a prendere l’auto mentre datti mi aspetta sotto una tettoia. Salgo in auto e sento un rumore come di ferraglia e penso che ho perso il datti e invece è ancora lì, è vivo. Quando sale in auto mi dice, non sai che spettacolo ti sei perso.
Scendiamo a Genova e Datti parla e io rispondo finché non mi rendo conto che se parlo inizia a girarmi la testa. Sono sfinito ma devo guidare, dico a datti di mettere prince e lui dice no cazzo prince no e io gli dico metti lotus flower il suo ultimo disco e lui cazzo no lotus flower no, e io gli dico datti o metti prince o crollo sul volante e moriamo.
Datti allora mette prince, ma controvoglia, poi dice che il volume è troppo basso, non si sente. Io non gli parlo più perché se parlo mi gira la testa, sto zitto e datti se ne sta, guarda nel vuoto.
Ad un certo punto mi sembra che due luci di un auto mi stiano venendo addosso da destra e bestemmio e sterzo invece è solo il guardrail, inizio ad avere paura, datti non si è accorto di niente.
Una poesia che ho letto era molto lunga parlava di un leone, anzi di una leonessa a cui rubano i piccoli e la leonessa ti insegue per ammazzarti, ma tu che scappi metti uno specchio sulla strada e la leonessa si ferma per ammirarsi, perché è molto vanitosa e si dimentica dei figli. Forse era una tigre, non una leonessa. Il mio specchietto destro si chiama specchietto picasso perché è andato in mille pezzi ma non ho i soldi per cambiarlo, cioè non ho voglia di spenderli adesso, niccolò ride tutte le volte pensando allo specchietto picasso.
Datti si fissa nello specchietto picasso e si addormenta.



novembre 10, 2009 a 11:21 am
Ah, era uno slam
novembre 10, 2009 a 10:13 pm
venerandi praticamente è come se ero lì, fai conto che ero lì