Stanotte ho sognato che mi trovavo su un palcoscenico, di fronte a un pubblico. Recitavo in una rappresentazione teatrale. E non ricordavo neanche una battuta del copione. È un incubo abbastanza ricorrente per chi fa l’attore. Il punto è che io non faccio l’attore e questo complica la faccenda.
Insomma esco sul palco, accanto a me c’è solo una ragazza, l’altra attrice. I riflettori puntati su di me, il pubblico in silenzio, in attesa. E io non ricordo la mia battuta. Vedo che in prima fila c’è seduta la regista, o l’assistente alla regia, non ricordo bene. E tra le mani ha il copione. Allora senza farmi troppi problemi mi avvicino alla prima fila della platea, prendo il copione dalle mani della regista, o dell’assistente alla regia, e ritorno in posizione sul palco. Il pubblico non dice nulla, pensa che faccia tutto parte della messinscena.
Già che sono lì, è inutile fingere. Mi siedo per terra, a gambe incrociate, sul palco, sotto lo sguardo perplesso dell’altra attrice. Comincio a leggere le mie battute, proprio a leggerle, non ci provo neanche a recitarle. Il mio personaggio si chiama Orfeo, oppure Omero, non ricordo.
Quando finisco la battuta attendo con pazienza che l’attrice reciti la sua, poi vado avanti. Così per almeno tre o quattro pagine di copione. Il pubblico continua a seguire lo spettacolo come se nulla fosse, evidentemente pensa che sia proprio così che lo spettacolo è stato concepito.
Non ho parlato della scenografia. Era molto sobria. Sulle uniche due quinte presenti qualcuno aveva disegnato vaghe forme montuose, scogli. Tutto sui toni del grigio e di un azzurro molto vicino al violetto.
Poi succede qualcosa. Anche l’attrice non ricorda la battuta che deve dire. Mi guarda con occhi supplicanti. Vuole che gliela suggerisca. Io sorrido. Che senso ha suggerire una battuta quando il copione è qui per terra, di fronte a me? Le faccio un cenno con il mento. Lei è riluttante, ma alla fine si accovaccia accanto a me e comincia, anche lei, a leggere le sue battute.
Andiamo avanti così per un altro paio di pagine. Il pubblico segue con attenzione.
Non ho parlato della storia. Era abbastanza noiosa. Almeno fino al punto in cui entra in scena il terzo personaggio. Un personaggio che non è fisicamente presente in scena, ma che è solo evocato nel racconto del mio personaggio, questo Orfeo, o Omero, non ricordo.
È qui che cambia tutto. A un certo punto, infatti, nelle battute di Orfeo, o Omero, compare questo terzo personaggio. E questo terzo personaggio si chiama come me. Ha il mio vero nome. Per un attimo mi fermo. Ma che razza di testo stiamo recitando? Faccio fatica ad andare avanti. L’attrice accanto a me mi guarda come a dire: maledizione, neanche leggendo il copione riesci ad arrivare alla fine di tutta la faccenda? Così vado avanti. E più vado avanti più mi sento male. Perché nel racconto di Orfeo, o Omero, il personaggio che ha il mio stesso nome è davvero uguale a me. Fa la mia stessa vita, pensa le stesse cose che penso io.
Mentre recito, ormai sconfortato, mi chiedo chi diavolo abbia scritto un testo del genere. Ed è lì che mi sale l’orrore: potrei essere stato io? Voglio dire: stare su un palco e non ricordare le battute, passi. Recitare da schifo un testo mediocre, pure. Ma essere io l’autore di tutto è davvero troppo.
È allora che guardo il pubblico. E il pubblico non dice e non fa nulla. Se ne sta semplicemente lì, nel buio, e aspetta la prossima battuta. Il pubblico vuole solo che lo spettacolo continui. E così noi continuiamo.
Un incubo.


