Non puoi scrivere di nuovo queste cose su un blog vol.1

febbraio 27th, 2010 § Lascia un commento

Quindi entra mio nipote in auto, circa cinque anni e io sto ascoltando Frank Zappa, you can’t do that on stage anymore vol.2, appena comprato al music store, 15 euro, e si siede si allaccia la cintura, non ci riesce, vuoi che ti aiuto, si fabrizio aiutami, e io gli allaccio la cintura e in quel momento mi dice, fabrizio bella musica, chi è il batterista? e io rimango fermo e dico, uh non lo so se vuoi poi guardo sul cd, e lui dice occhei, e questa cosa che mio nipote di cinque anni mi chieda una cosa del genere mi fa capire che non sono solo i miei figli dei piccoli geni inaspettati, è proprio il dna della famiglia della mia consorte che ha qualcosa di effervescente. Mi piace raccontare le cose, oggi andavo al porto antico e leggevo, non c’è niente di più bello che camminare leggendo, le dita martoriano le pagine del libro, lo si piega per tenerlo bene in mano, la cosa ha tutto il fascino religioso del piccolo breviario: io sono in mezzo a voi ma sono altrove. Il mio spirito è qua con voi che cammina ed anche con un francese psicopatico che mi descrive con eccesso di zelo la sua libreria religiosa. Leggo e quindi sono in un territorio di alterità. Il libro è un oggetto fisico, carnale, si tiene tra le mani, viene colpito dallo stesso vento che sta colpendo noi adesso, da questo vento salmastro che emerge dal bacino stagnante del mare di Genova.
La stessa cosa potrebbe essere uno spettacolo, una specie di performance, guarda mamma il mimo su una gamba: guarda mamma quello che legge mentre cammina: il morto che parla: la madonna che piange. E invece è un percorso tutto interno, mio personale. Leggo perché ho fame, una fame da morire, non fame di leggere, ho fame di restare qua in questo posto e nello stesso tempo di non esserci. Ho bisogno di essere in mille posti e esserci realmente, con il mio corpo fisico. Niente virtualità.
Voglio esserci qua in mezzo alla gente. Fare la mia porca, brutta, invisibile figura.
La cosa ha tutta la sincerità dell’immediatezza, niente è delegato al poi e alla riciclabilità del favoloso social qualcosa. Il social network è effimero: comunicare non era poi così importante. Questo l’ho già scritto. Esserci è più importante, portarsi addosso il proprio odore, i propri pensieri. C’era un videogioco anni fa in cui tu interpretavi un cane e quando giravi per i vari posti vedevi anche gli odori, che erano come dei colori, la realtà aumentata dei canini. Penso che il social network ci faccia questo, che i nostri movimenti si portino dietro una realtà aumentata di quello che siamo, di quello che diciamo, di quello che abbiamo letto, ascoltato, fotografato scritto, come un odore che ci segue e svolazza attorno a noi in tanti colori. Siamo cliccabili anche noi, e escono fuori le nostre relazioni con le cose, le nostre ipoproduzioni.
Anche questa cosa che sto scrivendo si inserisce nello stesso meccanismo. Scrivo per definire le mie ramificazioni, per renderle taggabili, in fondo anche io voglio essere taggato, ho paura di diventare un povero essere invisibile. Amare significa taggare. Ma l’eterno non passa da queste parti, ha poco a che fare con dioniso.
I tag non durano in eterno, i nostri avatar, i nostri nickname non sono eterni, anzi, sono fragili. Subiscono le scelte di moda e di mercato, la corsa continua che ci permette di non prenderci mai troppo sul serio. Il vantaggio di questa nostra fragilità è che non fa male, ci siamo ormai abituati a frantumarci e diventare un Qualcosa Di Frantumato e non dei frammenti di qualcosa che è andato a pezzi. Siamo qualcosa di frantumato che continua a prendersi come una bella identità, a raccontarsela, se va bene, mettendo assieme dei cocci che sono delle paradossali diversità.
Tipo Ravenna, sono stato a Ravenna, alla mattina sono stato a vedere i mosaici, a rileggermi la storia di Galla Placidia e al pomeriggio sono stato in questa multisala dove ho visto avatar, il film, in 3 dimensioni, seduto in prima fila. Quello che mi ha impressionato è stata la multisala, appena entrato potevo essere in qualunque pezzo del mondo, non ero più a Ravenna, entrarci era come entrare in un canale che mi portava in un posto che non esisteva. Sì, certo, la globalizzazione, solo che c’ero dentro io. Mi sono sentito talmente stronzo e mi ha fatto bene.
Non esiste il discorso, ma in fondo è uno strumento, lo si può usare anche bene, quando hai la certezza che tante altre persone lo useranno male. Dove per male si intende come vogliono quelli che lo hanno messo su, quelli che lo hanno ideato.
Io non sono uno che va contro le regole, davvero, sono uno che nel momento che c’è una regola la segue, e va a vedere il punto in cui la regola smette di essere una regola e diventa qualcosa tipo un algoritmo e cerca di capire se l’algoritmo funziona davvero. Mi piace capire quali sono gli estremi e le conseguenze della regola. Tipo all’uscita del cinema multisala ci hanno detto che gli occhiali per vedere in tre dimensioni andavano buttati via, che non andavano restituiti.
Sono qua sul tavolo, sono occhiali neri grossi, in plastica, c’è scritto Not for use as sun glasses, e poi Real D 3D, si aprono e si chiudono come i veri occhiali, e ogni giorno a Ravenna ne buttano via un migliaio. Anche io li butterò via non me ne posso fare niente.
Questa cosa mi fa stare male, alla mattina ho visto dei mosaici che ritraggono la moglie di Giustiniano, mosaici che resistono in questo posto da più di millecinquecento anni e al pomeriggio ho visto la vita breve degli occhiali Real D 3D, che vivono per circa due ore. Dopo qualche giorno ne avranno una montagna, sopra c’è il simbolo del riciclo e il numero sette. Sicuramente vuol dire qualcosa.
A volte mi chiedo quanto resisterà nel tempo il virtuale. Stiamo trasferendo ogni cosa in digitale, ma non sappiamo quanto ci metta il digitale per perdere liquido, per muffire. Per ora sappiamo solo che ogni tanto disappear.
Però ieri sera ho giocato per due ore con i miei figli a Ali baba and the 40 thieves, stiamo parlando di un classico di Stuart Smith annata 1981, sono riuscito a farlo andare con un emulatore di Apple II e devo dire che giocare con i miei figli al gioco che mi ha insegnato un certo tipo di sogni quando io ero un quattordicenne, è stato un bel salto indietro nel tempo. Vedere che quel gioco funzionava ancora oggi, che i miei figli si divertivano è stato un bel canale, un po’ come ascoltare Frank Zappa con mio nipote (btw alla batteria c’era Chester Thompson). Nel giorno in cui la notizia che interessa è la giovane istruttrice di orche uccisa da un orca in un parco di divertimenti, una notizia tragicamente hollywoodiana che oggi attira la morbosa curiosità del reality via youtube, e domani non esisterà più, io prendo i miei figli e li porto davanti a loro padre quattordicenne e li faccio giocare assieme con un gioco che è morto più di venti anni fa, e che invece è ancora qua con tutta la sua intelligenza.
Di Stuart Smith ho trovato solo una foto in rete, è un ragazzo con sua moglie e con tre figlie bellissime e bionde. Non c’è altro, si sa solo che dopo il 1984 ha lasciato la programmazione di videogiochi per un lavoro meno creativo ma più remunerativo, perché, cito, aveva la responsabilità di mantenere la famiglia. Di lui non si sa nulla, non c’è niente in rete se non qualche ricordo di chi giocava ai suoi giochi venti anni fa. E quella foto anni ottanta, di questa famiglia felice così fiction da essere probabilmente umanamente vera.
Anche il digitale crea la sua storia, ma forse è meno prometeica della mitologia ‘a la’ wired.

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