iente in confronto di questa cosa che avevo in re
galo, cosa avevo in regalo avevo in regalo un pasto
quotidiano un gesto umano avevo in regalo il fatto
di morire a pezzi prima gli organi interni poi quelli
esterni avevo una cosa bassa nell’addome era una
pietra filamentosa era un brano di bestia odorosa
era la cosa che era marcita una sostanza benedetta
era una chiavica aveva in sé una chiavetta che dando
le il giro faceva il gesto della monaca, risate, avete
presente il gesto della monaca, altre risate, queste
cose le ho dette ma le ho anche dimenticate, questa
cosa era il mio centro adesso l’ho detto era il mio
centro che era rimasto dopo le cose le intemperie
degli anni era rimasto dentro nascosto eppure ape
rto come una sacca era dotato di grosse pareti era
coperto di piccoli pezzi di altiforni andati in rovina
era sboccato come una rima sbagliata una metrica
crollata, amore mio infinito, era la voce senza la li
ngua era l’odore delle mie ossa era il mio punto se
nza ritorno ed era già lì dalla partenza, come era na
to? non lo so non c’ero cioé c’ero ma non ci pensa
vo, era una cosa concava e cava era la forma senza
la prosa era la cosa che mi arrestava dal farmi cade
re, schifare, ammazzare anche se tutto mi avesse ma
rcito anche se avessi perso le cose che sono ava
riate anche se avessi deciso per gioco di prendermi
al collo una lama d’argento e di farla stillare si fa
per dire di succhi metalli, anche in quel caso il buco
secreto mi avrebbe protetto dal fatto inatteso mi avre
bbe lanciato un grido, fatto prendere aria al grovi
glio midollare avrebbe secreto quel liquido bianco
che è fatto di particolari segmenti cronici che sono
cosa sono, sono come dei pezzi di carne che vengo
no dati in allegato come una cosa dolce e modella
ta a venire giorno dopo giorno franta e macerata e
cco la mia colla vertebrata, ecco la mia arteria dedi
cata, amore mio decollato, dico e dicevo se non ave
te visto cosa c’è sotto all’inferno cominciate a scava
re, risate, sotto l’inferno ci sono le tue parole gela
te e dimenticate, su cui ho messo le dita per fare
parola, le ho modellate che cosa le dita le ho spez-
zate in tocchettini e nodi come fossero grissini ho
visto il mio centro dicevo come fosse un panino
qui il poeta parla di come si mangia, si mangia con
appetito e con nausea, ho mescolato il conato al
succo d’arancia, dicevo, ho fatto gli anni settanta
ho fatto la quinta malattia ho fatto il richiamo l’anti
tettonica, ho perso all’inizio il senso del vero quando
ti senti quel centro dentro la pancia che dice e che
parla e ti fa una cosa meravigliosa quella cosa mera
vigliosa era una semplice cosa, una fila fatta alla spesa
una coda che ti cresce all’interno del culo e va a fruga
rti il mescolame dei pezzi di carne che ti frollano sotto
la parte di corpo spugnosa sotto la carica dei colpi
sotto la forma dicevo sotto la cosa che torna a parlare
cosa, che cosa è che torna a parlare è la mia voce
che ancora ci prova, cosa volessi che si mettesse a parla
re, è la mia voce che avanza ancora di un verso per dire
che è viva ed è strafatta di questo suo non essere
ancora stata ammazzata, amore mio dalla gola slabbra
ta, quel centro dicevo è una cosa preziosa perché non
ce ne sono due uguali al mio solo un altro che è stato
tenuto nel più profondo del regno dei cieli, lì viene
inciso e tenuto in polle di vetro mesmerizzato tra
cisti e frammenti di voce-vapore, amore, dicevo quella
volta che ci siamo parlati era una chiavica da innamora
ti, eppure quella nostra parola si è frammentata e da
ogni frammento è uscito un male malsano che si è me
sso a distificare con rime baciate e poi con strane coitate
ha preso a strabacellare cose di semi e di voci patate
e da lì fili e gangli nervosi e amore questa cosa adesso
è una specie di mostro da cinema di fantademenza,
amore cretino che hai masticato il golem ragazzino che
prende dal fango un pezzo di un dito e se lo ficca nel
fronte e muove la voce e dice quella cosa così sottile
e così atroce dice una cosa banale dice ecco siete la mia
croce e si disfa come una montagna di stracci come
squarci di manzo e cozzi di grasso come una froceria
di onda macinata che scrolla a terra che suona del colpo
qui il poeta parla ancora di come si mangia, si mangia
con la bocca premuta contro la tavola si mangia a rove
sci si mangia sboccando fino alla fine perché questa
cosa dolce e preziosa che si insaporisce in quella cosa
questa pietanza dipinta di rosa, questa mia voce e questa
mia parola che se spingo -dai- viene fuori, ecco questo
mio rekiem in seconda battuta è l’unica cosa che posso
strafare per fare sentire il fondo dei mio santo bicchiere
alla fine quello che non ho fatto, amore, non c’è più
stato, adesso che mi sono buttato e che sono soprav-
vissuto adesso che ho perso e che ho barcollato che
sono morto già da rinato, che ho fatto il miracolo del pane
pepato, ecco che sono sul fermo bancone con le mie zampe
tutte strinate mi vedi verde con le mie antenne che muovo
lento le mie ghiandoline, al sole sono lì senza polmoni
che stringo le ganasce, amore, che chitino ancora il coso
che tengo schiacciato tra i denti e l’addome, che sputo il su
cco denso e ne faccio una palla attaccata alla pelle e poi
la vedo strapparsi e mi sento morire e godere e vedo che
nasci, amore, come una cosa che brama e che soffre e
si gira e m’addenta e lo vedo -sai- che ancora mi cresci


