
Non so perché gli ho detto di sì, forse per farmi salire la nausea fino al massimo, come la farsi la grande dose per smettere, forse perché voglio andare lì per urlare, per andare a cercare i miei editori, tutti quelli che mi hanno pubblicato e tutti quelli che non lo hanno mai fatto e dirgli che ho smesso di scrivere, ad alta voce, ha capito?, con lo sguardo alterato, dire che cazzo io non scrivo più, ha capito?, non scrivo più ho smesso, e perdere un po’ di bava ai lati della bocca e balbettare senza vergogna, forse per questo, perché ho bisogno di urlare, di balbettare, di gridare a tutti che è finita, una grande fase della mia vita è finita, o forse perché gli voglio bene a marco, e adesso siamo a grosseto sotto una pioggia infernale con la macchina che balla sotto i colpi di un vento invernale e scuro che sembra volerci spingere fuori di strada o accompagnare decisamente verso uno svincolo qualsiasi che ci riporti a genova, alla vecchia e cara genova, dove tutto è così immobile e provinciale da decenni, dove ci sono ancora le acciaierie e dove puoi vivere bene a meno che tu non decida che nella tua vita vuoi fare qualcosa, qualsiasi cosa, in tal caso devi lasciare genova perché a genova non si fa niente, bisogna andarsene, sentire il telefono squillare e poi sentire la voce di marco che dice oh venerandi mi accompagni? e chiedere, beh certo marco ma dove, e sentirsi dire, a roma cazzo venerandi a roma, e chiedere, bene marco, ma a roma e fare cosa? e sentirsi dire, beh amico alla fiera della media e piccola editoria, sai di cosa sto parlando, la fiera della media e piccola editoria, a roma, la capitale, il colosseo, l’eur, e dire, ah marco ma io ho smesso, io non scrivo più, cosa ci vengo a fare alla fiera della media e piccola editoria e sentire marco che ride e dice a soffrire, fabbrì, a soffrire.
Il problema delle fiere, dei saloni, dei meeting della media, piccola, grande editoria è che te scrittore ci sei attirato come una mosca è attirata dalla roba che marcisce e si contorce, e tu ci vai e pensi di essere al tuo posto, tu scrivi libri e lì si vendono libri, si vendono le cose che tu hai fatto, credi di essere al posto giusto, e invece tutte le volte che ci sono andato ho avuto a che fare con persone come posso dire, spiacevoli, cioè gente a posto, ma con la quali si costruivano situazioni spiacevoli, dialoghi imbarazzanti, rapporti malsani e per un certo periodo ho pensato che fosse colpa mia, che non ero adeguato, poi invece ho capito, è il posto che è sbagliato, è una fiera di venditori, di gente che è lì per vendere della roba, che pensa di venderne ancora di più che ragiona con altra gente su come vendere quel prodotto low-cost che si chiama ‘libro’ e che è ammantato di una nobiltà sempre più grottesca man mano che passa il tempo.
Ci dovrebbe essere una fiera anche per chi scrive, una fiera degli scrittori dove tu entri e ci sono tutti gli stand degli scrittori dove gli scrittori sono seduti dietro al loro stand e parlano di quello che fanno, di scrittura, di cosa scrivere, insomma una vera fiera destinata a chi scrive, ogni scrittore il suo stand con i suoi libri e potrebbero andare a vederlo i suoi lettori e lui parlerebbe con i suoi lettori, tranne quelli che sono a loro volta scrittori, perché quelli sarebbero già seduti al loro stand ad aspettare i loro lettori e ci vorrebbe un posto molto grosso per contenere tutti gli scrittori con il loro stand personale, un posto enorme, e penso che se mai qualcuno facesse davvero la fiera degli scrittori sarebbe una cosa fantastica perché uno entrandoci dentro capirebbe immediatamente cosa è l’inferno. L’inferno è quello, scrittori ognuno con il proprio metro quadro, sepolti dietro ai loro libri, tutti convinti di fare letteratura e tutti pronti ad azzannarsi al collo a parole. Gli scrittori sono gente orrenda, gente che non è capace, oh non so se posso continuare. Gente che non è capace di leggere tre righe di seguito di qualcosa ma capace di scrivere centinaia di pagine, di parlare, di pontificare, state a tavola con uno scrittore e non arriverete alla frutta, ecco cosa mi dice marco gesticolando pericolosamente mentre sorpassa un furgonato croato.
Tutto è grigio intorno, il cielo sembra un grosso telone cerato che butta la sua ombra sulle colline bagnate, le auto scure.
“Capisco” dico e fisso con tristezza l’autoradio spenta. “Ma io che c’entro?” chiedo.
Marco non mi guarda, non direttamente, si passa una mano sotto la maglietta alla pelle e poi dice che questa cosa che ho smesso di scrivere gli scazza. “Mi scazza” ribadisce.
Acqua si schianta contro il parabrezza, sembra disintegrarsi in vapore, tutto spruzza acqua. L’auto, l’asfalto, le gomme dei camion che ci circondano, tutto è immerso in questa vaporizzazione.
“Non capisco” dico.
Marco aggrotta lo sguardo, sotto i suoi spessi occhiali da intellettuale. “Una volta -inizia a dirmi tornando a gesticolare furiosamente e abbandonando, ora con la mano destra, ora con la mano sinistra, il volante- una volta avevo questo amico, un vecchio amico che ascoltava i rem”
“I rem”
“Sì, i rem, era il periodo dei rem, andavano fortissimo. Stiamo parlando degli anni ottanta, fine anni ottanta inizio anni novanta”
“Del secolo scorso”
“Quello. Comunque questo mio amico ad un certo punto mi dice che mi deve parlare, da solo. In una birreria di Busalla”
“Peso”
“Moltissimo, io non capivo cosa volesse dirmi e andiamo in questa birreria di Busalla, tu sai dove è Busalla?”
“Se il nome è onomatopeico, sì”
“Non so se lo sia, comunque immaginati Busalla come una acciaieria chimica molto pericolosa, una strada e alcune case, parte costruite attorno all’acciaieria chimica e parte attorno alla strada. Al di fuori di queste tre cose c’è solo materiale ostile, tipo natura umida, arbusti, vento. Fango. Il sole non esiste a Busalla, non l’ho mai visto”
“Non esistono le acciaierie chimiche, afaik”
Marco per un attimo brevissimo gesticola con entrambe le mani e la macchina ne approfitta per una sbandata direzione guardrail. Gemo. Marco ha uno sguardo panico e riafferra il volante come se lo vedesse solo in quel momento. La opel agila amaranto torna a scattarrare nella direzione capitolina.
“Cazzo marco, cazzo! Tieni le due fottute mani sul volante!” urlo fingendo di ansimare.
“Eh -fa lui- questa volta ho avuto paura anche io” ammette e poi torna tranquillo di colpo, come se non fosse successo niente. “Comunque -riprende- io vado a Busalla, mi vedo con questo amico che mi abbraccia”
“Ah”
“Infatti”
“Non sapevo che fossi uno di quelli che si fa abbracciare dai suoi amici”
“Infatti, di solito no”
“È più una cosa da ragazze”
“Infatti non è stato piacevole. Comunque. Mi abbraccia e poi mi dice vieni e mi conduce dentro alla birreria, entriamo, è una birreria normale con gente normale e lui ridacchia, come se dovesse dirmi una cosa speciale e io capisci, ho paura”
“Ci credo”
“Sai che sono omofobico”
“Per non parlare dei gatti”
“Gatti e animali in genere. Piccoli roditori”
Dopo aver detto la frase “piccoli roditori” Marco inizia a digrignare i denti, si sente il rumore nonostante la pioggia. Dai bocchettoni dell’aria dell’auto entra un odore strano, denso. Quando piove sull’asfalto le strade sudano e dopo un po’ mandano una puzza inimmaginabile.
“Comunque -continua- questo mio amico mi invita a Busalla”
“Eravamo già nella birreria”
“Ecco, entriamo nella birreria e ci sediamo al tavolo. La birreria è quasi deserta. C’è odore di fritto anche se sono le cinque del pomeriggio. Il mio amico, che da ora in poi nel racconto chiamerò alfa, mi sorride e aspetta”
“Cosa?”
“Non lo so. Resta a fissarmi sorridendo. Io sono in panico”
“Ci credo”
“Dopo molto tempo, davvero molto, arriva la cameriera, e ci chiede cosa vogliamo, e non ce lo chiede con il tono di una che una volta sentito cosa vogliamo poi ce lo porta, ma piuttosto il tono di una che vuole sapere cosa vogliamo dalla sua vita. Scazzo a mille. Io dico una birra rossa alla spina, e alfa dice una tisana”
“Una tisana”
“Una fottuta tisana”
“In birrera?”
“Una fottuta tisana in birreria”
“La tisana in birreria è più da femmine”
“Un sottoinsieme delle femmine. La maggior parte delle femmine prende birre, negroni, roba che spacca lo stomaco. Taipiroska. Alcune, un sottoinsieme, prende le tisane”
“Comunque non i ragazzi”
“No, ecco, non i ragazzi. Alfa invece chiede una tisana. La cosa stupisce anche la cameriera, che chiede una tisana? e alfa ribadisce, sì, una tisana, e la cameriera dice, tisana, beh dobbiamo vedere, devo chiedere, e alfa dice, se ci sono problemi va bene anche un tea”
“Un tea”
“Fabrì, sudavo, capisci cosa sto dicendo? Su-da-vo”
“Ma nelle birrerie tengono anche il tea?”
“Credo che ci vogliano dei permessi per fare il tea”
“Ah, dici?”
“Stiamo parlando di acqua che bolle. Pentolini che raggiungono ebollizione. Roba incandescente che dovrebbe essere gestita da persone che sono capaci solo di stappare un tappo metallico da una bottiglia e versare il contenuto in un bicchiere. Ma ti vedi un gestore di birreria che alle tre di notte, al quarto negroni si mette a trafficare con fornelli, gas, e acqua ustionante?”
“In effetti è pericoloso”
“Locali che esplodono, ti dico solo questo, locali che esplodono”
“Torniamo ad alfa”
“Giusto. Alfa. Il buon vecchio alfa. Chiede il dannato tè e la ragazza non dice niente, si riprende i menù, ci aveva dato dei menù unti con scritte delle cose, e dopo che alfa chiede il suo dannato tè la ragazza se li riprende indietro come se si fosse resa conto che non ce li meritavamo. Le cose vanno così e alfa torna a sorridermi mentre aspettiamo questo tè e questa birra ed è a qual punto che me lo dice”
“È gay”
“Fuochino. Mi dice per la precisione che è un frate”
“Cioé…”
“Che ha deciso di diventare frate”
“Un fottuto prete? Eri amico di un fottuto prete?”
“No, un frate”
“Capisco la tisana adesso”
“Un frate. Io non ci credo. Cioé mi avesse detto che era gay era quasi la stessa cosa”
“Frate è peggio”
“È meno divertente”
“Notevolmente meno divertente”
“Io comunque gli dico che beh, sono felice per la sua scelta”
“Eri felice per la sua scelta?”
“Ero a Busalla, vicino ad una pericolosa acciaieria chimica, seduto ad un tavolo di una birreria con un frate che mi sorrideva. Ti sembra che potessi essere felice?”
“Eri spaventato”
“Come un pulcino. In ogni caso lui mi parla della sua scelta, che sposa Dio, bla bla bla, le tipiche cose di un frate. E io penso”
“Pensi”
“E dopo un po’ gli chiedo, eh ma scusa e le ragazze? La fica?”
“Bravo”
“Cioè…”
“Sei stato onesto”
“E lui mi sorride e fa un gesto”
“Che gesto?”
“Un gesto come uno sbuffo passato sulla fronte” e per spiegarmi meglio il gesto Marco cerca di mimarlo abbandonando per un attimo il volante con la mano sinistra finché non incrocia il mio sgaurdo terrorizzato e allora riprende il volante con entrambe le mani. “Un gesto come uno che fa uno spruzzo con le dita sulla fronte, e poi mi dice, ho scelto qualcosa di più grande”
“Qualcosa di più grande”
“Ho scelto qualcosa di più grande”
“Frase che avrebbe funzionato benissimo anche se ti avesse confessato di essere gay”
“Eh… e io resto lì e lui, alfa, continua a parlarmi e mi dice che ora lui ha scelto Dio, che ora la sua sposa è Gesù e io lo guardo un po’ parlare e gli dico va bene, la castità va bene”
“Va bene?”
“Aspetta. Gli dico, va bene la castità, una scelta eccetera ma è contro natura”
“Onestissimo. Davvero Marco ti sto rivalutando”
“Gli dico che abbracciare Dio va benissimo, massimo rispetto, ma lasciare la fica è contro natura. E’ un peccato contro la bellezza della creazione”
“E lui?”
“Inizia un discorso dicendo che no, che è una scelta consapevole anche quella di togliersi dalle cose di questo mondo per rivolgersi a Dio, che il sesso, nota bene che lui non usa più la parola fica, il sesso non è una cosa connaturata nell’uomo, non deve diventare una schiavitù, ma anzi, dice lui, devo essere io che possiedo il mio corpo e non deve essere il corpo a possedere me”
“Era preparato”
“In quel momento arriva la ragazza, mi dà la birra e dà qualcosa di fumante e scuro ad alfa, io intanto penso, e gli dico eh sì ma scusa, e le polluzioni?”
“Le polluzioni”
“Gli dico da oggi non scopi più per il resto della tua vita perché tu domini il tuo corpo, ok, e le polluzioni? Sai quante te ne vengono da domani? Sai il tuo corpo che domini quanto si mette a scopare di notte quando tu dormi, eh?”
“Avrei voluto essere la cameriera in quel momento”
“Non dirlo. Non l’hai vista”.
“Ok”
“Comunque, la cameriera fa uno sguardo indecifrabile, quasi alieno e se ne torna dal bancone, il mio amico alpha fa un’espressione strana e per un attimo gli torna la faccia vecchia, di quello che conoscevo io, con gli occhi un po’ acidi di quello che ascolta i REM. Mi guarda con così per un attimo e io capisco che si è pentito di avermi fatto tante confidenze, per un attimo lo vedo che sta pensando che sono il solito stronzo”
“Mh”
“E io mi sento anche uno stronzo, capiscimi, quello mi sta confidando qualcosa che per lui è importante, che cambierà la sua vita e io cosa faccio?”
“Lo aiuti”
“No, faccio lo stronzo. Aiutare è diverso. Aiutare dopo ti dicono grazie”
“E lui non ti ha ringraziato”
“No. Ha iniziato a bere il te. E io lo guardavo e pensavo che poco prima era felice e io come al solito non avevo pensato a lui ma solo a me stesso, che lo avevo trattato come se mi avesse detto che io dovevo diventare frate e non lui”
“Magari stava per introdurre il discorso”
Marco sbuffa. “No, fabbrì, la verità è che mi scazzava. Che mi stava lasciando solo per andarsene a seguire un suo progetto in cui non ci entravo”
“Eh”
“E tu uguale fabbrì. Smetti di scrivere, cosa nobilissima, davvero, perché io sono convinto che scrivere sia una vera merda. Sia una specie di droga di chi vorrebbe ma non può. Ma se scrivere è una merda perché mi ci lasci da solo a gestirla, eh? Che ti ho fatto?” e dopo aver detto questa frase con tono quasi commuovente Marco si gira verso di me e mi fissa con uno sguardo vuoto e buio, come non lo avevo mai visto e mi fissa ancora finché non sentiamo quel terribile rumore di clacson.
Quando siamo certi di esserci persi nel centro di Roma Marco decide di chiedere informazioni a qualcuno. Cioè devo suggerirglielo.
“Marco ci siamo persi”
“Sento che siamo vicini, sento l’odore degli scrittori che sudano”
“Persi, Marco, dobbiamo chiedere”
“oook, va bene, chiedere, tanto siamo così vicini”
In giro non c’è nessuno, c’è caldo, Roma sembra disabitata.
“Chiedi al ragazzo” faccio ad un certo punto.
“Che ragazzo?”
“Quello là che attacca i manifesti”
“L’attacchino”
“L’attacchino”
Marco accosta la macchina a questo ragazzo con la bicicletta, un grosso secchio di colla, un lungo bastone e un numero non precisato di manifesti da attaccare. Il mio compagno abbassa il finestrino.
“Scusi, mi sa dire dove è lo spazio fiera?”
L’attacchino si gira verso di noi, si toglie il walkman e ci dice eh?
“Lo spazio fiera, stiamo cercando lo spazio fiera”
L’attacchino sorride.
“Siete due scrittori?” ci chiede e Marco si gira verso di me e sorride, come dire, eh eh eh.
“Sì -risponde Marco con un tono un po’ discreto- siamo due scrittori”
“Ah, forte” fa l’attacchino. “Perché anche io scrivo”.
Marco sbianca. Io inizio a singhiozzare e a darmi della pacche sulla gamba.
“Sto scrivendo un romanzo di fantascienza proprio adesso ma non trovo un editore” continua l’attacchino.
“È un collega!” sussurro a Marco tirandolo per la maglietta.
Marco deglutisce rumorosamente. L’attacchino ha posato il secchio e ci sta parlando di una razza aliena. Parla di spore. “Capisco” dice Marco e poi sento il rumore dell’acceleratore quando viene premuto fino in fondo.
L’auto si scaglia sul centro di Roma.
Stiamo tornando indietro e Marco si capisce che vuole dirmi qualcosa si tormenta le mani stringendo e mollando il volante e alla fine sbuffa e fa un gesto con l’indice e dice che, insomma, vuole che io torni a scrivere.
“Ma non le stesse stronzate di prima” aggiunge subito riportando la mano sul volante.
“Che stronzate?”
“Niente astronavi del cazzo, scimmiotti antropomorfi o cose del genere, niente del genere”
“Eh, ma a me gli scimmiotti antropomorfi piacciono”
“Venerandi, a te piacciono, perché hai dei problemi, ma non puoi pensare che tutto il tuo pubblico sia fatto da gente che ha dei problemi. O meglio, non ci sono abbastanza persone che abbiano i tuoi stessi problemi tanto da diventare un pubblico significativo”
“Capisco”
“Devi parlare a gente che ha problemi più normali”
“Un pubblico di normale gente problematica”
“Ecco, bravo, gente normale che ha problemi, che soffre. Non devi scrivere libri che raccontino solo storie del cazzo”
“Eh, ma se non racconto una storia non rimane niente”
“Devi parlare di sentimenti”
“Sentimenti”
“Bravo Venerandi, devi parlare dei sentimenti che prova la gente. Entrare nelle persone e parlare dei suoi sentimenti. Scrivere libri di sentimenti”
“Tipo i cesaroni”
“I ces…”
“Sai i cesaroni, quelli de roma che…”
“Venerandi vaffanculo”
“Ehi, tu hai detto i sentimenti, la gente normale, e io ho pensato automaticamente ai cesaroni”
“I cesaroni”
“Ci sono anche in dvd”
Marco scuote il capo, pesantemente, come se gli fosse entrata dell’acqua nell’orecchio. “No” dice.
“No? Ci sono anche in edicola”
“No, non pensavo ai cesaroni. Pensavo a roba diversa. Tipo quell’americano”
“Chi?”
“Adesso mi sfugge il nome. Quello famoso”
“Non abbastanza”
“Ma sì. Cazzo, dai come si chiama quello americano famoso”
“Tim burton”
“Tim…”
“Mi era venuto in mente Tim Burton. Non conosco molti americani famosi”
“Non è Tim Burton. Vabbé è quello che ha fatto pastorale americana. Hai presente pastorale americana?”
“Mai visto”
“Cazzo un… è un libro, come fai a non aver letto pastorale americana?”
“Forse il titolo mi ha tenuto lontano non so”
“Cazzo, tutti gli scrittori hanno letto pastorale americana”
“Forse lo ho associato a d’annunzio e mi è venuta paura”
“Pastorale americana va letto, cazzo, ci credo che non sei un vero scrittore”
“Eh vabbé lo leggerò. Che genere è, un noir?”
“Ma che noir! E’ un affresco, è un capolavoro che devi leggere punto e basta”
“Ok, ok, ma fammi capire che libro è”
“Eh”
“C’è un morto?”
“Ma no! Cioè sì, all’inizio muore il protagonista”
“Allora è un noir”
“…zzo, no, venerandi muore per i cazzi suoi. Non lo ammazza nessuno”
“Capisco. In ospedale?”
“Mi pare di sì”
“Quindi è un surgeon-thriller”
“…”
“Ho indovinato?”
“Senti venerandi, se non la smetti accendo l’aria condizionata e ti uccido. E’ un ampio affresco politico e sociale dell’america, la figlia del protagonista fa un attentato politico con una bomba e uccide un po’ di persone e questo…”
“Ferma ferma. Ma allora è un politic-thriller”
“Rinuncio”
“No, dai, poi come va avanti?”
“Te lo scordi”
“Aspetta, lei fugge, coperta dal padre. La insegue un vecchio poliziotto nero che sta per andare in pensione affiancato da un giovane agente della cia, sono sulle sue tracce e si dipana un doppio racconto. Da un lato c’è lei che fugge e va a finire in una comunità mormone”
“Va-fa-ncu-lo”
“Senti, lei va nella comunità mormone e la mettono a tenere le pecore. Diventa un pastore. Una pastorella americana. Intanto il nero e l’uomo della cia la inseguono e fanno dei dialoghi sul senso della vita, il vecchio nero è amareggiato dalla vita e il giovane invece è un cinico e alla fine del film lei muore…”
“Culo culo va fan culo”
“…uccisa da un branco, cani rossi che aggrediscono il suo branco di pecore e la fanno fuori mentre lei cerca di difendere le pecorelle perché ha capito anche lei il valore della vita, anche se sono solo pecore, e quindi morendo riscatta il suo stupido attentato bombarolo, e appena muore si sentono gli spari e sono il giovane e il vecchio poliziotto nero che ammazzano i cani rossi ma troppo tardi per prenderla viva. Finale con il vecchio che va in pensione ma il giovane adesso è un uomo, americano, vero”
“Venerandi, non meriti il fatto che ogni tanto azzecchi la posizione di due o tre tasti di seguito sulla tastiera”
“Non ci ho dato?”
Marco torna a guidare, poi allunga una mano e gira per un po’ a vuoto l’accendisigari. Poi abbassa gli occhi e bestemmia tra sé e sé e sposta la mano un po’ più in altro e si mette ad armeggiare con la manopolina dell’autoradio. Dalle casse si sente solo un rumore bianco, assoluto.
“C’è questo racconto di Carver, tu conosci carver” mi chiede dopo un po’.
“Non di persona”
“Ci credo, è morto”
“Ah”
“Comunque c’è questo racconto di Carver, e racconta di due amici. Erano amici fin da ragazzi, sai cosa voglio dire. E sono due che sono un po’ cazzoni, se la godono. Fanno un po’ i cazzoni e poi mettono la testa a posto. Iniziano a sposarsi, prima uno poi l’altro. E fanno dei figli, trovano un lavoro fisso, mettono su famiglia, si comprano una casa. Ma restano amici anche se non come prima, per un po’ non si vedono e poi tornano a frequentarsi. Fanno conoscere le loro mogli e fanno le grigliate nelle loro case americane”
“Sembra un film”
“Infatti. Durante una di queste grigliate fanno anche la piscina per i bambini. Uno dei due, mi pare si chiamasse Andy, ha quattro figlie, mentre l’altro, che poteva chiamarsi Bill, ha due bambini. Comunque riempiono questa piscina e i ragazzi iniziano a giocare. E le mogli in cucina chiaccherano. Loro, i maschi, sono fuori su una sdraio che bevono una birra. L’atmosfera è tipico pomeriggio americano di provincia che potrebbe succedere qualsiasi cosa”.
“Tipo Stephen King”
“Ecco, bravo, fai conto Stephen King ma senza talismani del cazzo. Comunque ad un certo punto Andy dice perché non andiamo a farci un giro? Eh Bill, come ai vecchi tempi. E Bill dice perché no, vado a dirlo alle donne, e lo va a a dire alle mogli e in praticai due maschi escono con l’auto di Andy e vanno a farsi una paio di birre nel locale di biliardo dove andavano quando erano dei ragazzi e sono decenni che non ci vanno più, e si capisce che Andy è triste”
“Non voleva uscire?”
“Diciamo che si capisce che non vuole rientrare”
“Ah”
“Comunque mentre tornano verso casa Andy vede due ragazzine che stanno andando in bici e dice a Bill, ehi amico, perché non ci divertiamo un po’ con queste due, e Bill dice, mio dio Andy, non so, e Andy dice, ehi amico, ci divertiamo solo un po’, tutti dialoghi così, e iniziano a fare i cretini con le due ragazze che ridacchiano e fanno le scemette anche loro”
“Ci stanno”
“La cosa va avanti per le lunghe finché ad un certo punto sta venendo buio e le due ragazze scappano su per una collina e i ragazzi, scendono dall’auto e le inseguono, per parlare un po’, e quelle scappano e si dividono e anche i ragazzi si dividono e continuano a inseguirle e alla fine Andy ne raggiunge una e le tira due cazzotti e in pratica la violenta”
“Minchia”
“E poi le chiede, lo dirai in giro, e lei piange non dice niente e lui dice preferirei che non lo dicessi, e lei non dice niente e lui si avvicina e le tira un cazzotto, e poi prende un pietra e inizia a tirargliela in faccia e quella vuole difendersi ma non ci riesce e allora Andy prova a strozzarla e non ci riesce, quella ha i denti spezzati ha la faccia che è una maschera di sangue ma è ancora viva e lui allora solleva una grossa pietra, con la terra sotto, questo fottuto particolare della terra sotto non lo dimenticherò facilmente, e va con la pietra sulla faccia della ragazza e gliela fa cascare sopra, e poi ancora un paio di volte”
“Minchia, ma perché mi racconti queste cose”
“Poi arriva Bill che invece aveva raggiunto l’altra ragazza e ci aveva scambiato due parole, lui non voleva farci niente, e siccome Andy non arrivava era andato a cercarlo e quando arriva sulla collina vede la ragazza con la testa spappolata e il suo amico Andy cha va verso di lui e Bill è in piena paranoia tutte le cose che vede gli danzano nella testa e alla fine Andy arriva di fronte a lui e gli si butta di testa sulla spalla e inizia a piangere”
“Pesissimo”
“Il racconto finisce così, e tu ti chiedi subito che cazzo faranno adesso. Che faranno con la ragazza che è sotto dalle bici che aspetta l’amica. E’ l’inizio di un film, capisci”
“Pesissimo. Cazzo. Perché mi hai raccontato tutto sto racconto? Ora sto male”
Marco non risponde subito, fa un gesto vago con il braccio sopra il cruscotto. “Venerandi, se non ci fosse stato quello stronzo di Carver questo racconto non ci sarebbe. Non ti avrei potuto raccontare un cazzo”
“Eh”
“Scrivere è una merda, la gente che sta nella scrittura è una merda, i posti della scrittura sono dei posti di merda. Siamo d’accordo. Ma io questo raccontino di carver, che è poi un raccontino del cazzo, senza offesa, un raccontino del cazzo”.
Fa ancora un gesto vago sul cruscotto e poi riprende.
“Io quel raccontino del cazzo, non so come dirti, l’ho digerito”
“Digerito”
“Quel raccontino l’ho digerito. Adesso ce l’ho dentro anche adesso quando guido”.
“Sei un po’ carver anche tu”
“Prendimi per il culo venerandi, prendimi. Non mi tiro indietro. Ma è così, un pezzetto di carver me lo sono mangiato anche io. Quindi, niente, venerandi. E’ facile smettere di scrivere, ma se smetti di scrivere esci fuori da questo mondo di cannibali. Qua tutti hanno fame e tutti vomitano”.



maggio 16, 2010 a 12:44 am
ti voglio bene.
maggio 17, 2010 a 8:16 am
Abbiamo ancora fame
maggio 19, 2010 a 7:23 pm
Ce l’abbiamo dentro