Volevo pubblicare per una grande casa editrice

giugno 24, 2011 § Lascia un commento

Io resto zitto, non dico niente, guardo fuori il diluvio che si sta abbattendo sull’auto.
“Marco -dico dopo un po’- sai cosa facevo quanto ero un ragazzino?”
“Mh… sì”
“No, non quello, cioè, anche quello. Non è colpa mia se il buon Dio ci ha messo l’organo sessuale esterno”
“Alleluja”
“Voglio, dire, non poteva infilarlo dentro a un buco anche a noi?”
“Misteri”
“Comunque, non solo quello. Io da ragazzino leggevo. Leggevo Harry Harrison e scrivevo, leggevo Poe e scrivevo, leggevo Lovecraft e scrivevo, leggevo Strindberg, Kafka, Beckett e scrivevo, leggevo Joyce e scrivevo”
“Una volta afferrato il concetto è semplice”
“Fammi finire. Leggevo Nove e scrivevo, leggevo Benni e scrivevo, leggevo Pasolini, Busi e scrivevo, leggevo Baricco e scrivevo”
“Baricco?”
“Lasciami parlare. Scrivevo, macinavo dentro di me tutta quella gente e scrivevo, e sai cosa volevo più di ogni altra cosa?”
“La fica?”
“Marco cazzo, ti sto confidando delle cose”
“Scusa”
“Certo che volevo la fica, ma in seconda istanza volevo pubblicare”
“Ah”
“Più di ogni altra cosa, volevo pubblicare per far vedere al mondo che sapevo scrivere, capisci?”
“È orribile”
“Volevo pubblicare per una grande casa editrice, volevo fare il libro importante, il libro che tutta la mia generazione avrebbe preso come esempio, il libro di cui tutti i critici avrebbero parlato e poi mi sedevo e scrivevo delle stronzate. Mi sedevo e mi rendevo conto che non sapevo cosa scrivere. Volevo scrivere il libro della mia generazione e non sapevo cosa fosse la mia generazione. Ero vuoto, Marco, ero piatto come un frisbee di plastica. Volevo scrivere e non avevo niente da dire”
“Ecco”
“E sono andato avanti e il fatto di non aver niente da dire non è più stato un problema perché ho scoperto che potevo scrivere anche di niente. Potevo restare al comando del mio ufo frisbee di plastica a navigare tra le nuvole di Time Zone che sarebbe andato bene lo stesso, l’importante era tenere a bada il mio ego, dargli un biscotto ogni tanto e tenere a freno il suo rancore”
“Fabrizio…”
“Fammi finire Marco. E la cosa mi stava benissimo, potevo stare lì sopra e dire che ero uno scrittore, potevo fare avanguardia, potevo andare, voglio dire Marco, potevo continuare a non contare un cazzo per dieci anni, dieci lunghi anni, e continuare a stare sul frisbee a dire che facevo underground, e scrivere di niente, sedermi e stare lì a scrivere il niente in cui mi avevano pucciato da quando ero bambino, sai Marco cosa succede ad un frollino quanto lo pucci ben bene per la colazione?”
“Si ammorbidisce”
“No, si sfalda. Si spezzetta in una poltiglia molla in cui puoi far annegare lo zucchero fino ad avere un pastone dolciastro e nauseabondo. Io ho fatto colazione così, per dieci anni ho mangiato così”
“Ti piace”
“Cosa?”
“Farti pena, ti piace farti pena”
La voce di Marco è diventata quasi metallica, non mi guarda, fissa solo davanti a sé i tergicristalli che si agitano come impazziti. Ti piace farti pena.
Io sto zitto, sospiro. “Certo che mi piace Marco” gli dico. “Da morire”. Gli dico e mi sento che ‘da morire’ lo dico piangendo e mi stupisco perché non voglio piangere, e invece sto piangendo, come se da un ginocchio fosse sgorgato sangue all’improvviso, nel mezzo di una partita di calcio.
“Oh cazzo” dice Marco.
“Non voglio” dico, e mi fermo perché sto continuando a piangere e dico vaffanculo, due o tre volte, vaffanculo.

(tratto da “è facile smettere di scrivere se sai come farlo”, fabrizio venerandi, prossimamente presso GEI)

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