La mia personale esperienza di vita con Steve Jobs.
agosto 25, 2011 § 2 commenti
Eravamo io Steve Jobs e McLuhan, e Steve Jobs stava spiegandomi l’uso corretto della pinza per aragoste, con dovizia di particolari perfino eccessiva, quando da dietro vedo McLuhan che prende una piccola rincorsa e tira un calcio di punta nella zona posteriore del polpaccio di Steve Jobs. Oh, dico un calcio di punta ben dato, di quello che si dànno di solito al supertele nelle partite estive di porta a porta.
Jobs arranca, mi si aggrappa a un braccio, manda un gemito sottomesso, poi si gira all’indietro e manda un’occhiata furibonda e cavernosa a McLuhan che, per tutta risposta, inizia a far roteare l’indice verso l’alto, come ad avvolgere invisibili spaghetti. E sorride facendo una specie di fischietto.
Firulì firulà, una cosa del genere.
Fu in quel momento che Jobs infilò una della sue due mani in bocca e ne tirò fuori un piccolo osso, una specie di chela di gambero o di aragosta, e senza dire niente la allungò a McLuhan che –a quel gesto– smise di ridacchiare e fece un mezzo passo indietro.
Ma ormai era troppo tardi, la chela si stava moltiplicando in migliaia, cosa dico migliaia, in centinaia di milioni di piccole chele identiche alla prima che iniziarono a muoversi e mordere furiosamente tutto quello che incontravano.
Fu in quel folle masticamento che persi di vista McLuhan e iniziai a frequentare più da vicino Steve Jobs che, all’epoca, non voleva ancora farsi mitridare.
Egregi Signori,
non ho idea di cosa significhi il verbo “mitridare”. Potreste darmi delucidazioni?
Vostra fulgida stella della senna,
a.
è una gran bella domanda. grazie per averla posta alla nostra attenzione.