Potterville

febbraio 25, 2013 § Lascia un commento

Così si scopre che Harry Potter da vecchio abbandona la magia e si dà alla speculazione, diventa un capitalista senza anima, costruisce quartieri residenziali periferici che affitta a prezzi-capestro, compera la stampa, compera le banche e in breve la città diventa sua e la chiama Potterville. Al posto dei negozi di alimentari o librerie aprono negozi di gioco d’azzardo o spettacoli per adulti. È tutto in bianco e nero, questo film di Harry Potter, esiste davvero non me lo sono inventato.
In Potterville ci va mio figlio, che è un giovane esploratore, questo mi è successo davvero e io lo accompagno. Lo porto alla riunione degli scout e in questa riunione ad un certo punto cantano una canzone che conosco e che cantavo anche io quando ero un ragazzo scout. La canzone si chiama “in un mondo di maschere” e dice che viviamo in un mondo di maschere, di falsità, di avidità e che un mondo nuovo è possibile, basta essere uniti, non possiamo più assistere imponenti ed attoniti ma dobbiamo agire, essere responsabili. E ho visto mio figlio decenne che cantava queste cose e mi sono sentito male.
Perché anche io cantavo quella canzone, la cantavo e un po’ ci credevo, e tutto quello che ho potuto fare è stato subire Potterville. Vivere da buon cittadino di Potterville, farmi indicare i desideri dagli intellettuali del mercato, basare la mia vita sul mio reddito, prendere la mia casa nella periferia residenziale di Potterville.
Vedere mio figlio che cantava quella canzone è stata una ammissione di sconfitta, non della mia generazione, che ormai non so più nemmeno cosa sia, ma mia personale e delle persone che cantavano quella canzone assieme a me che, incidentalmente, erano figli di avvocati, di imprenditori, di banchieri e che adesso fanno gli avvocati, gli imprenditori, i banchieri.
Anche loro, come me, in gradi e forme diverse, hanno accettato e favorito Potterville.
E mi chiedo se adesso, a quaranta anni e tre figli nella saccoccia, io possa abbassare le braccia che avevo alzate per stringere la mano del mio vicino, smettere di cantare, smettere di aspettare che finisca la canzone.
Perché se vivi secondo le regole di Potterville sei forte. Sei socialmente giustificato in tutto, puoi fare debiti, puoi sprecare risorse, puoi soffrire da solo per ore in un appartamento deserto, è tutto giustificato nelle regole di Potterville. È scritto. Ma se vuoi uscire da Potterville, allora è un casino.
Nessuno ti impedisce di uscire, ma non sai bene come fare. Provi e dopo un po’ ti ritrovi in Potterville. Sei debole se non usi le regole di Potterville, che sono dappertutto. Non sai nemmeno come bere un po’ d’acqua, come procurarti un uovo, è solo un esempio, come procurarti un uovo fuori da Potterville. Esci e ritorni con una confezione da dodici e un sacchetto di plastica biodegradabile, sopra il marchio lampeggiante di Potterville.
E ti siedi e ti chiedi come sia potuto accadere di nuovo.

Il film termina con un miracolo laico, basato sul denaro, dico quello di Harry Potter vecchio. Io ho ripreso mio figlio e siamo tornati a casa di sera sotto un cielo bianco e nero, un vento freddo, le luci lampeggianti dei gioco scommesse a indicarci la strada fino alla periferia di Genova.
E mentre camminavo pensavo “no”.

Monica chi?

dicembre 3, 2012 § Lascia un commento

Monica

 
Monica chi? No guarda, non credo di conoscerla, ah no aspetta forse una volta l’ho sognata, sì mi sa che era lei, in piedi in una grande cucina all’americana, una grande cucina piena di sole, ma le superfici metalliche non scintillavano pur se colpite da tutta quella quantità di sole, una quantità di sole inusitata, un muro di sole sul quale si stagliava Monica Bellucci e io dicevo dimmi, cosa c’è, sentivo che doveva dirmi qualcosa, comunicarmi dati importanti, ma lei stava zitta, vestita con vestiti anonimi, struccata, e mi guardava, fuori da quella cucina stavano succedendo, o sarebbero successe, cose orribili, e presto o tardi saremmo dovuti uscire da quella cucina, non c’era frigorifero, non c’era cibo, non c’erano nemmeno fornelli. Eppure era una cucina. Non c’erano cassetti né pensili. C’era inoltre qualcosa di sbagliato nei muri, gli angoli erano sbagliati, la geometria, se guardavo i punti di intersezione tra pareti e soffitto mi veniva mal di testa, la luce entrava da una grande finestra priva di vetri, o con vetri pulitissimi ma attraverso i quali non si vedeva nulla, la luce era troppa, la Bellucci stava lì in procinto di comunicarmi molte informazioni alcune delle quali essenziali per la mia sopravvivenza fuori dalla cucina, stava ferma e mi guardava senza sorridere ma anche senza eccessiva serietà, senza cose passionali o erotiche ma anche senza rabbia o timore o tristezza, e io aspettavo. Dimmi, dicevo, sto ascoltando. Ma lei niente, e mi guardava. D’improvviso intuivo con terrore che solo io sarei uscito da lì per andare chissà dove, in mezzo alle bombe, quasi sicuramente incontro alla morte, mentre lei sarebbe rimasta lì a guardare il vuoto e con gli anni si sarebbe coperta di polvere.

Il diluvio

settembre 11, 2012 § Lascia un commento

La giornalista vomitatrice con le macchie di piadina romagnola sul maglioncino color crema ci dice di essere americana e pare che si sia messa in testa che -dannazione- deve convincerci tutti quanti che la guerra in medio oriente è una cosa giusta e santa, e urla con gli occhi che le ridono che quello là, saddam, dovevano già farlo fuori dieci anni fa, cazzo, non ci sarebbe stato l’undici settembre.
“Credo che tu stia mescolando due guerre per la libertà diverse. È Bin Laden quello delle torri” dice l’amico fichetto di Koch sorridendo e lei lo brucia con lo sguardo e dice che è tutta la stessa gente, Saddam, Bin Laden, Arafat, tutta gente che bisognava già ammazzarla dieci anni fa. “Voi -continua indicando solo me- voi non avete avuto l’undici settembre, non potete parlare voi!”, e io resto zitto e questo salto dal dieci al dodici non me lo ricordavo.
Sorrido, e quella continua, lancia un’occhiata di tanto in tanto a Simone e va avanti dicendo che tutta la religione mussulmana è basata sull’odio, che quelli ammazzano a sassate le donne che fanno i figli, capite, le donne che fanno i figli, le ammazzano a sassate, e la chiamano giustizia.
“Voi americani friggete le persone sulla sedia elettrica. Non è proprio cristiano”, dice di nuovo l’amichetto di Koch che sta chiaramente divertendosi e la giornalista si volta verso di lui e si ritrae indietro, nello stesso tempo, dice Gesù Cristo, che cazzo centra Gesù Cristo, Gesù Cristo è un perdente un loser di sinistra. “Noi americani abbiamo Dio!” esclama e ride, e poi spiega god bless america, god, mica Gesù Cristo bless america, niente intermediari.
“Dio benedice gli americani” traduce ponendo le mani a piramide davanti alla faccia di Simone e agitandole come se si trattenesse per non buttargliele negli occhi, e io -pensando a Dio con l’aspersorio colmo di acqua santa che benedice la sua america- capisco di colpo il diluvio.

(tratto da L’ultima avventura del signor Buonaventura)

L’editore, la missione

agosto 3, 2012 § 2 commenti

Mi aveva invitato a bere un aperitivo sulla costa ligure, pagava tutto la casa editrice, o meglio quel che ne restava. Erano sette anni che Ezechias non pubblicava più niente. Solo autori a proprie spese. “Se devo pubblicare della merda -mi aveva detto- almeno che sia rognosa” e si era messo a ridacchiare. Alla collana sopravvissuta Ezechias aveva dato il nome beffardo di I conti tornano, e con i soldi versati dagli autori Ezechias pagava tutto il resto, le ricerche del messaggio primordiale degli alieni, la scoperta della sua corrente minore. Il fatto che le apparizioni aliene e i rapimenti extrasensoriali della fine degli anni ’80 si fossero rivelati una copertura per la compravendita illegale di organi non aveva scosso neppure minimamente la fede del mio editore. “Sono tra di noi” aveva mormorato ad un tratto indicando la gente ai tavolini, una coppia di anziani stava fissando il vuoto da quando eravamo entrati.

Il locale era un posto fichetto, tavoli in vetro, musica ambient/new age, vino bianco frizzante e frutti di mare. Il cameriere aveva un vestito più elegante di quello che avevo usato io quando Paolina era diventata soldatessa di Cristo.
Quando dalla finestra entrava un po’ d’aria, arrivavano a ondate zaffate di orina, come esplosioni invisibili del mare che tutti ai tavoli fingevano di non sentire.

“Philadelphia” mi raccontava intanto Ezechias abbassando la voce, tutto spesato, si era messo d’accordo con Jonathan, te lo ricordi il vecchio Jonathan.
“No”
“Gaitano. Te lo ricordi Gaitano?”
“Sì”
“Ecco, ora sta negli states e si fa chiamare Jonathan”
“Ah”

Ezechias immerse la mano nella ciotoletta degli spicchi d’aglio aromatizzati e poi disse che Jonathan non sapeva niente, che non era lui il contatto, Jonathan era soltanto un tramite. Si infilò due spicchi in bocca e prese a masticare lentamente. Fuori dalla finestra passavano di tanto in tanto ombre di gabbiani, ma non si vedeva il mare: solo un cielo plumbeo, carico di nubi grigie. Ezechias terminò la sua masticazione poi abbassò la voce e mi rivelò che il contatto era David Crane. Che aveva frammenti del messaggio originario degli alieni e che aveva promesso di fornirne una parte per il libro definitivo di Ezechias. Un contatto costoso, oh davvero costoso, ma che aveva in mano documenti di cui Ezechias aveva soltanto immaginato l’esistenza: reperti originali, copie miniate autenticate, materiale rimasto per millenni custodito da circoli segreti e ricopiato a mano in versioni singolarmente incomprensibili, ma che ricomposte -mi confidò ingoiando un altro spicchio di aglio- avrebbero portato alla verità prima. E tutto questo era in mano a David Crane.

David Crane.

Voglio dire: David Crane.
Non il produttore della famosa serie per WASP Friends, ma il programmatore di videogiochi degli anni ’80, David Crane, cazzo David Crane.
“Ma quel David Crane?” avevo chiesto tradendo un brivido nella voce.
“No, non quello di Friends” aveva risposto Ezechias fraintendendo l’oggetto dei miei desideri e vuotando l’ennesimo bicchiere di frizzantino.
“Non sarà facile” aggiunse il mio editore porgendomi un foglietto scarabocchiato a mano con alcune indicazioni sull’università e un magro anticipo sulle spese di viaggio. Adesso aveva lo sguardo un po’ allucinato di chi ha bevuto più del dovuto e si sente in vena di confidenze fuori luogo. “Dovrai mappare e non potrai fare salvataggi” biascicò ormai preda del vermentino.
“Ezechias non so se posso farlo, non ho molta fiducia nel progetto. Non sono così sicuro che gli alieni esistano davvero” ammisi a bassa voce.
L’editore fece un gesto vago per aria e disse che siamo tutti alieni. “Io, te, tutta questa gente seduta ai tavoli, siamo tutti alieni da millenni! Abbiamo una scrittura interna, lo sapevi questo?” stava alzando la voce. I due vecchi del tavolino vicino al nostro si erano girati verso di noi e ci guardavano con gli occhi azzurri, spenti.
“Una scrittura interna Ezechias, una scrittura eseguibile. Verrà il giorno in cui ognuno di noi riceverà il comando dall’altissimo e la scrittura andrà in esecuzione. Il nostro corpo diventerà un tutt’uno!”. Senza accorgersene si era alzato in piedi, e adesso tutta la sala lo stava fissando.
“Siediti” lo pregai ma l’editore ripeté a voce più bassa “un tutt’uno” e poi aggiunse tra sé e sé, “siamo d’accordo”. Mise le mani contro il tavolo, piegando la schiena e poi -mandando un piccolo gemito- si spinse via dal tavolino e a passi malfermi uscì barcollando dal locale.

Io restai seduto a guardarlo allontanarsi. Da dietro vedevo i pantaloni lisi sul sedere, le toppe sulle maniche, le scarpe slabbrate.
Ezechias, Ezechias.
Mi stavo alzando per raggiungerlo quando il cameriere posò una mano sulla mia spalla e sorridendo mi porse un bigliettino. Era il conto.

Con un ultimo guizzo Ezechias sparì oltre la porta a vetri.

{tratto dall’evergreen “Chi ha ucciso David Crane?“. Hai comprato la tua copia, vero?)

i golem che si nutrono di carne umana

luglio 23, 2012 § 1 commento

golemla narrativa si nutre di questo. date a un popolo una cattiva narrativa, per decenni, e verranno fuori dei golem che si nutrono di carne umana. quando la birra al supermercato costa meno dell’acqua, capisci che tutto si frantuma facilmente. sono segnali. bisogna saperli leggere. se imbastisci un sistema che per funzionare deve produrre cattiva narrativa, e ne deve produrre continuamente, tu sai che stai aprendo delle piccole falle. sono falle che servono per fare stare a galla quelli con il salvagente mentre la nave affonda, imbarca acqua. le falle si nutrono del benessere delle persone. il problema del benessere delle persone è che non è sistemico. chi ti dice che non c’è niente di male, che va tutto bene tutto sommato, non sta mentendo. è solo dentro al sistema, in un punto del sistema in cui non prova molto dolore e abbastanza piacere. anche le olive. avete presente le olive. se tutte le olive fossero nel tubo in cui una punta metallica le fora e sforza il nocciolo a sfondare l’intestino la pelle lo stomaco dell’oliva fino a esondare fuori, a schizzare di fuori per terra, se tutte le olive fossero in quel punto, beh non avremmo mai le olive snocciolate. si infilerebbero nei meccanismi, tra le ruote dentate, si sacrificherebbero. farebbero saltare il congegno.

ma non tutte le olive sono in quel punto, nel tubo in cui le forano. non tutte contemporaneamente almeno. la distribuzione del dolore è abbastanza attenta che non ci sia mai una concentrazione molto alta. non è un complotto. non c’è un grande vecchio con un grande piano. è animalesco, si capisce. fa parte del mantenimento della struttura, si mantiene da sola. capisce queste cose da sola. è un ambiente di sviluppo e fa sì che non succeda mai che la coagulazione sia troppo estesa, per non morire.

la cosa che rende questo sistema ancora in vita, è che funziona. la gente è realmente felice. o non è abbastanza triste, o se è triste pensa che sia un suo problema personale. si ammazza perché non è stata abbastanza felice. come se la felicità fosse qualcosa che puoi governare da solo. la felicità è una situazione sociale. per questo iniettano ogni giorno tonnellate di cattiva narrativa, per farti stare tranquillo, per mantenere l’ambiente di sviluppo sempre coerente con la situazione di partenza.

e non vedono i golem che spuntano fuori dal niente e si nutrono di carne umana, come se niente fosse. tanto per fare un esempio.

appunti dalle memorie del divano

giugno 6, 2012 § Lascia un commento

Eravamo quindi nel 40 in questo divano, di questa stanza buia, grande immersa nel buio, stiamo parlando di una stanza antico nobiliare, quadri alle pareti, luci fioche, specchi opachi, e su questo divano ci siamo io, frank zappa, lucio battisti e carlo battisti. Aspettiamo. Frank zappa si sta – credo – massaggiando i testicoli con una lentezza e una meticolosità che non credevo fossero possibili in un musicista, passa dall’uno all’altro come un orafo farebbe con due bocce dorate durante una complessa partita al campetto degli anziani del posto, per soppesarne le eventuali capacità taumaturighe o semantiche nel senso del seme. Comunque. Vicino a me c’è carlo battisti che mi vuole parlare di questa sua idea di un nuovo romanzo, è entusiasta e un po’ odoroso, mi parla di questa idea di noir, un noir basato sulla memoria, in cui la fisicità (sbadiglio) dei personaggi si trasforma (secondo sbadiglio) in una sorta di introizione (sbadiglio grosso) in cui comunque alla fine c’è una protagonista con le tette enormi che indossa direttamente maglioni di lana caprina.
Alle parole “tette enormi” lucio si risolleva un attimo, ci fissa e poi torna con la schiena contro lo schienale, da qui il nome.
A questo punto frank, dico frank zappa, si volta verso lucio e dice, in perfetto italiano, “lucio io vorrei musicare alcune tue canzoni”, e resta a guardarlo, sempre massaggiandosi i testicoli.
Lucio fa un sorriso, un po’ freddino e poi tossice e dice “le mie canzoni sono già musicate”.
Zappa alza un sopracciglio, si guarda con gli occhi il naso, una cosa del genere e poi fa un gesto per aria con la mano. L’altra mano.
Cesare ha seguito il dialogo con un entusiasmo un po’ ragazzino e poi inizia a darmi dei colpi con il gomito, come se fossimo in confidenza, e mi dice, “capito? vuole musicare battisti!” e ride guardandomi fisso negli occhi. Tutto questo era già successo una volta con coso, il leader dei communards.

(continua)

Tutta la verità sui bug dei computer e su Luke Skywalker

maggio 31, 2012 § Lascia un commento

Il buon vecchio segreto dell’informatica è che i computer tendenzialmente non funzionano. Non si tratta di cattivo coding, o di utenti poco capaci, ma di un problema che tutti i computer hanno e che è legato alla tradizione millenaria dell’informatica. Avete presente la storia del bug, il primo bug nella storia dei computer, no? Quello della farfalla notturna che si introduce in questo computer fatto di valvole e pistoni, diodi incandescenti, un computer grosso come una stanza, e svolazzando questo bug, questo insetto si schianta contro una diodo, o una bobina, qualcosa che mandava una luce primordiale e l’insetto muore, un po’ come Luke Skywalker si schiantava contro la morte nera nella prima – rimossa – sceneggiatura di Guerre Stellari. Pochi lo sanno, ma originariamente Guerre Stellari finiva male, Luke esplodeva contro il buchino della morte nera, per un colpo sparato dal padre all’ala della sua navicella, ciao ciao rosso cinque. Lucas all’epoca era tutto concentrato in questa triade matriarco-pater-filiale. Il foro che va riempito dal figlio, questa enorme madre/morte nera che va saziata dal giovane esuberante figlio carico di feromoni e – si spera – di semenze e varie spermaglie: dietro di lui, novello voyager, nel senso di voyeur, Dart Fenner, il padre, il quale per motivi vari non può più riempire il foro della morte nera, si arrangia con succedanei e protesi meccaniche che però lo rendono sordo e anche un po’ affannato: e si rifà sul figlio: se non godo io con mamma, caro mio, non godi manco tu. Niente fuochi pirotecnici finali, niente esplosione nel vuoto dello spazio, niente temperature siderali che si scaldano per le fiamme orgasmiche di mamma morte che finalmente coita qualcosa. Niente di tutto questo. Solo il figlio che ci prova, fa la sua macchietta sul bordo del buco e si schianta sulle cosce di questa mamma borgogna. Fine film, dissolvenza, non c’era manco la morte della principessa: Guerre Stellari terminava con un lungo monologo in bianco e nero di Dart Fenner che recitava Shakespeare a braccio, il Macbeth, mentre attorno a lui sfilavano le longilinee navi dell’impero.
Poi in postproduzione hanno tagliato questa parte e hanno messo dei pupazzetti colorati e niente, è saltato tutto.
Come possiamo allora biasimare la farfalla notturna che – di notte- sfida la skyline di diodi, bulbi, per andare poi a schiantarsi contro il grosso vetro caldo e luminoso, il phallum del progresso, la tecnologia grossa e calda che stava germogliando all’interno dei grandi campus americani?
Il primo bug.
I computer a quel punto smettono di funzionare, iniziano a mostrare un senso di fastidio, di disagio, di morte. La matematica è una scienza esatta, all’interno di un certo paradigma di regole. Ma esistono regole che sbocciano, spurgano (è il caso di dirlo), fibrillano e muffiscono al di fuori del bel paradigma matematico, e crescono tutto attorno a quell’ambiente perfetto, e si contraggono e si rilasciano, fuori da ogni logica, fuori da ogni buon senso, si reticolano e figliano con spore malate e scoordinate, fanno vapori, zampe di insetti, liberano tossine benefiche con uno scarico nervoso e appiccicoso. Stanno fuori dall’ambiente pulito dell’informatica, ma per osmosi emettono le loro imperfezioni, mandano radiazioni, torio, decadimento di metalli e di grafismi. I computer sentono tutto questo.
Loro funzionano, scaldano il loro silicio, stanno a pochi metri da noi come se fossero eterni. Ma in realtà dentro di loro cova il seme della fine, dell’imprecisione, della realtà.

Bló intervista david bowie/2

febbraio 24, 2012 § Lascia un commento

(…)
DAVID BOWIE: Capisci che se sei a fare un film con Pieraccioni in qualche modo devi tirarti su.
BLÓ: Ha ha.
DAVID BOWIE: La cocaina era, come dire, il male minore.
BLÓ: Ha ha cazzo.
DAVID BOWIE: Capisci, io che ho lavorato con David Lynch, vado a finire con Pieraccioni, wtf!
BLÓ: Cazzo ah ah cazzo.
DAVID BOWIE: Btw, la mia parte in Dune è stata una delle mie cose migliori.
BLÓ: Ha…ehhhh… David?
DAVID BOWIE: Sì?
BLÓ: Tu non c’eri in Dune.
DAVID BOWIE: Come no, ho fatto una delle mie parti migl…
BLÓ: Quello era Sting.
DAVID BOWIE: …Sting.
BLÓ: Sting. In Dune c’è Sting. Tu con David Lynch hai fatto “Fuoco Cammina Con Me”.
DAVID BOWIE: “Fuoco Cammina Con Me” ma che cazzo dici Bló, non l’ho manco visto “Fuoco Cammina Con Me”.
BLÓ: Eh, ti consiglio di guardarlo perché…
DAVID BOWIE: “Fuoco Cammina Con Me”, che cazzo. È quello del trattore?
BLÓ: David…
DAVID BOWIE: Sting. Wtf, Sting che cazzo ci fa un Dune? Wtf.
BLÓ: David…
(…)

Bló intervista david bowie

febbraio 23, 2012 § Lascia un commento

(…)
DAVID BOWIE: Beh anche io una volta ho avuto problemi con la droga
BLÓ: Ah.
DAVID BOWIE: Cocaina.
BLÓ: Ah cazzo.
DAVID BOWIE: Eh.
BLÓ: E poi hai risolto?
DAVID BOWIE: Sì, sì, poi l’ho trovata.
BLÓ: Ah.
DAVID BOWIE: Era nella lavatrice, pensa te.
BLÓ: Pensa.
DAVID BOWIE: Sai, quando hai il cervello in pappa…
BLÓ: Capisco.
(…)

La prospettiva di Mountain Lion

febbraio 17, 2012 § 4 commenti

Vorrei spendere alcune parole sul nuovo sistema operativo della apple, si chiama Mountain Lion e oh cristo non ce la faccio. Con il nuovo innovativo sistema operativo di apple, che sostituisce l’ormai logoro Lion del luglio scorso, Mountain Lion si prefigge alcuni obiettivi, ad esempio offre una grande esperienza utente nel poter ma perché, perché. Perché. Certo, non tutte le macchine possono avere il vantaggio di questo nuovo sistema operativo; le macchine precedenti al 2007 sono tagliate fuori dal supporto con cui sarà possibile avviare applicazioni certificate da Apple, e usufruire di nuove gestures per le notifiche di appuntamenti e messaggi chat e io un tempo parlo di molti molti anni fa andavo in questo centro che importava cose da taiwan. Parlo di schede con ideogrammi, roba che nessuno sapeva cosa fosse. Questi uffici erano immersi nel buio, c’erano cinque o sei compatibili ibm, misteriosi, monitor a colori, un odore di silicio. Fondo blu con scritte bianche, scritte in inglese. E poi c’erano questi compatibili apple ][, moniotr fosfori ambra o verde. In un angolo una telescrivente su cui erano scritte frasi in inglese, un rotolo lunghissimo che ogni tanto si accendeva e scendeva un po' di nastro. Frasi che provenivano dall'altra parte del mondo. A fianco dell'apple ][ c'erano tre grossi pesanti manuali fotocopiati. Il linguaggio macchina dell'apple ][, l'Applesoft Basic, un manuale sulle parti hardware. Io ero un bambino, un ragazzino, giravo per questo ufficio deserto. Curiosavo, toccavo, accendevo, spegnevo, giocavo. Facevo, toccavo. Imparavo. La scheda ottanta colonne, tutto era così meraviglioso, in prospettiva. Oggi apple ci mostra che la prospettiva era sbagliata.

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