Bló intervista david bowie/2
febbraio 24th, 2012 § Lascia un commento
(…)
DAVID BOWIE: Capisci che se sei a fare un film con Pieraccioni in qualche modo devi tirarti su.
BLÓ: Ha ha.
DAVID BOWIE: La cocaina era, come dire, il male minore.
BLÓ: Ha ha cazzo.
DAVID BOWIE: Capisci, io che ho lavorato con David Lynch, vado a finire con Pieraccioni, wtf!
BLÓ: Cazzo ah ah cazzo.
DAVID BOWIE: Btw, la mia parte in Dune è stata una delle mie cose migliori.
BLÓ: Ha…ehhhh… David?
DAVID BOWIE: Sì?
BLÓ: Tu non c’eri in Dune.
DAVID BOWIE: Come no, ho fatto una delle mie parti migl…
BLÓ: Quello era Sting.
DAVID BOWIE: …Sting.
BLÓ: Sting. In Dune c’è Sting. Tu con David Lynch hai fatto “Fuoco Cammina Con Me”.
DAVID BOWIE: “Fuoco Cammina Con Me” ma che cazzo dici Bló, non l’ho manco visto “Fuoco Cammina Con Me”.
BLÓ: Eh, ti consiglio di guardarlo perché…
DAVID BOWIE: “Fuoco Cammina Con Me”, che cazzo. È quello del trattore?
BLÓ: David…
DAVID BOWIE: Sting. Wtf, Sting che cazzo ci fa un Dune? Wtf.
BLÓ: David…
(…)
Bló intervista david bowie
febbraio 23rd, 2012 § Lascia un commento
(…)
DAVID BOWIE: Beh anche io una volta ho avuto problemi con la droga
BLÓ: Ah.
DAVID BOWIE: Cocaina.
BLÓ: Ah cazzo.
DAVID BOWIE: Eh.
BLÓ: E poi hai risolto?
DAVID BOWIE: Sì, sì, poi l’ho trovata.
BLÓ: Ah.
DAVID BOWIE: Era nella lavatrice, pensa te.
BLÓ: Pensa.
DAVID BOWIE: Sai, quando hai il cervello in pappa…
BLÓ: Capisco.
(…)
La prospettiva di Mountain Lion
febbraio 17th, 2012 § 4 commenti
Vorrei spendere alcune parole sul nuovo sistema operativo della apple, si chiama Mountain Lion e oh cristo non ce la faccio. Con il nuovo innovativo sistema operativo di apple, che sostituisce l’ormai logoro Lion del luglio scorso, Mountain Lion si prefigge alcuni obiettivi, ad esempio offre una grande esperienza utente nel poter ma perché, perché. Perché. Certo, non tutte le macchine possono avere il vantaggio di questo nuovo sistema operativo; le macchine precedenti al 2007 sono tagliate fuori dal supporto con cui sarà possibile avviare applicazioni certificate da Apple, e usufruire di nuove gestures per le notifiche di appuntamenti e messaggi chat e io un tempo parlo di molti molti anni fa andavo in questo centro che importava cose da taiwan. Parlo di schede con ideogrammi, roba che nessuno sapeva cosa fosse. Questi uffici erano immersi nel buio, c’erano cinque o sei compatibili ibm, misteriosi, monitor a colori, un odore di silicio. Fondo blu con scritte bianche, scritte in inglese. E poi c’erano questi compatibili apple ][, moniotr fosfori ambra o verde. In un angolo una telescrivente su cui erano scritte frasi in inglese, un rotolo lunghissimo che ogni tanto si accendeva e scendeva un po' di nastro. Frasi che provenivano dall'altra parte del mondo. A fianco dell'apple ][ c'erano tre grossi pesanti manuali fotocopiati. Il linguaggio macchina dell'apple ][, l'Applesoft Basic, un manuale sulle parti hardware. Io ero un bambino, un ragazzino, giravo per questo ufficio deserto. Curiosavo, toccavo, accendevo, spegnevo, giocavo. Facevo, toccavo. Imparavo. La scheda ottanta colonne, tutto era così meraviglioso, in prospettiva. Oggi apple ci mostra che la prospettiva era sbagliata.
8
gennaio 9th, 2012 § Lascia un commento
Mi infilo nel letto di mio figlio, è mattina prestissimo, lo abbraccio è un ranuncolo ispido e dal buio mi dice papà perché sei nel mio letto? Aggiunge: ero tranquillo, perché sei nel mio letto? E io gli dico non ti fa piacere che sto un po’ con te nel letto? E lui dice no, papà, hai le mani fredde e io ero tranquillo. E io gli dico vuoi che me ne vada, e lo abbraccio e lui dice, sì voglio che tu te ne vada e io, come un lenzuolo, svolazzo via, scompaio dalla camera pensando bella merda i figli, proprio una bella merda manco mi posso scaldare, con ‘sto freddo: e scivolo al piano di sotto dove c’è l’altro di figlio. È seduto a tavola che guarda nel vuoto. Mi vede.
Mi dice, papà, perché un oggetto non può andare più veloce di duecentonovantanove milioni di metri al secondo? Mi fermo. Sai, Einstein, aggiunge. Hai presente, chiede. Penso a una qualunque risposta che possa pararmi il culo, non la trovo, mi sono appena svegliato e gli dico, nicco, non ne ho la più pallida idea. Lui mi guarda, alza un sopracciglio. Non ne ho la più pallida idea, ripeto e lui dice, ma papà, è importante! Mi siedo.
Lo so, dico, per questo ti ho generato. Non potendo pensare io a tutto ho generato te così puoi occuparti di queste cose relative alla fisica dei corpi. Lui sorride, scuote la testa e poi dice, per otto anni.
Per otto anni, ripeto.
Per otto anni, dice lui.
E dopo otto anni che succede, chiedo. E lui mi fissa negli occhi e dice dopo otto anni sono maggiorenne e me ne vado di casa. Ah faccio io. Eh, fa lui. Ma, chiedo, continuerai a tenermi informato sulle cose della fisica, chiedo, e lui risponde non credo. E io capisco che è vero.
La mia personale esperienza di vita con Steve Jobs.
agosto 25th, 2011 § 2 commenti
Eravamo io Steve Jobs e McLuhan, e Steve Jobs stava spiegandomi l’uso corretto della pinza per aragoste, con dovizia di particolari perfino eccessiva, quando da dietro vedo McLuhan che prende una piccola rincorsa e tira un calcio di punta nella zona posteriore del polpaccio di Steve Jobs. Oh, dico un calcio di punta ben dato, di quello che si dànno di solito al supertele nelle partite estive di porta a porta.
Jobs arranca, mi si aggrappa a un braccio, manda un gemito sottomesso, poi si gira all’indietro e manda un’occhiata furibonda e cavernosa a McLuhan che, per tutta risposta, inizia a far roteare l’indice verso l’alto, come ad avvolgere invisibili spaghetti. E sorride facendo una specie di fischietto.
Firulì firulà, una cosa del genere.
Fu in quel momento che Jobs infilò una della sue due mani in bocca e ne tirò fuori un piccolo osso, una specie di chela di gambero o di aragosta, e senza dire niente la allungò a McLuhan che –a quel gesto– smise di ridacchiare e fece un mezzo passo indietro.
Ma ormai era troppo tardi, la chela si stava moltiplicando in migliaia, cosa dico migliaia, in centinaia di milioni di piccole chele identiche alla prima che iniziarono a muoversi e mordere furiosamente tutto quello che incontravano.
Fu in quel folle masticamento che persi di vista McLuhan e iniziai a frequentare più da vicino Steve Jobs che, all’epoca, non voleva ancora farsi mitridare.
Messaggio privato ma non terminato agli alieni
agosto 24th, 2011 § Lascia un commento
Io non ho niente contro gli alieni. Sono alieni, ci sono da sempre, però penso che dovrebbero starsene a casa loro. Il vostro pianeta sta morendo? avete finito l’energia galattica? l’acqua è riarsa e la vostra civiltà millenaria sta per scomparire? Nessun probleama, noi vi aiutiamo, ma a casa vostra. Sul vostro pianeta, qualsiasi esso sia. Manderemo un cargo, un grosso cargo dei nostri, con dei sacchi di iuta. Dentro i sacchi, riso. Stiamo parlando di centinaia di sacchi di riso che noi, gratis, mandiamo a casa vostra. Robusti sacchi di iuta che poi porebbero essere usati anche per altre cose. Tipo se li bruciate ci fate dell’energia, il calore genera energia, dovrebbero saperlo anche degli alieni tecnologicamente avanzati come voi.
Ecco, se ve ne state a casa vostra, ve ne mandiamo centinaia. Con del riso, che voglio dire con il riso ci fai di tutto, polpette, risotti, minestre, se semini il riso poi nascono le piante di riso e puoi mangiare anche quelle. Verdura.
Nel cargo potremmo anche mettere delle femm
Conan contro gli dei suicidi
luglio 19th, 2011 § Lascia un commento

C’era questa cosa di Conan il sanguinario, quello di sprague de camp mi pare, che distingueva tra dei e esseri che possono essere colpiti. Se possono essere colpiti possono anche morire. E giù spadate. Conan era un duro ma anche molto pragmatico, sapeva che contro gli dei c’è poco da fare, per non parlare dei ministri degli dei, tipo bagnasco. Il creatore di Conan, ironia della sorte, si è sparato in bocca con un fucile se non ricordo male. Perché gli era morta la mamma, qualcosa del genere.
Quindi gli dei non cadono, ma –nel mondo reale– possono morire, anzi diciamo che muoiono tutti. Gli dei della terra hanno consumato per quanto possibile e poi sono morti, alcuni hanno consumato fino alla fine, altri hanno smesso un po’ prima, altri sono “morti male”. Il potere è una cosa che non si può toccare e che rende queste persone degli dei, nel senso degli alieni: si muovono in un mondo che è vicino al mio, ma che è altro, è un empireo mondato dai problemi terreni. Mondato dai miei problemi terreni. Resta dentro di loro la fame del consumo, è un virus inarrestabile, il potere è difficile da controllare, è invisibile ma dà dipendenza, non è la ricchezza, è il fatto di vivere in questo iperuranio. Una volta che hai toccato la visione, la città che naviga nel cielo, una volta che ti sei alzato in volo, tutto quello che vuoi è tornarci, vuoi restarci nonostante tutto, vuoi consumarne il più possibile.
Quando questi dei si ammazzano da soli, in giro leggo la soddisfazione. La gente gode del potente che viene distrutto dalla sua stessa onda d’urto. È come se gli dei vivessero per uno scopo diverso da quelli che godono della loro morte, ma non è vero, gli dei non fanno altro che assecondare gli stessi desideri di quelli che godono della loro morte. Chi gode della loro morte è qualcuno che consuma anche lui il più possibile e che consumerebbe ancora di più se potesse. Non si tratta di un godere della fine di una prevaricazione, ma il culmine dell’invidia: non che la gente voglia davvero lo stesso smisurato potere degli dei, vuole avere la parte di desiderio che la natura gli ha dato in dono. Ognuno mangia per il proprio appetito e intanto guarda la pancia di chi gli sta vicino.
Se Conan dovesse combattere contro questi dei non dovrebbe chiedersi se sono vulnerabili. Dovrebbe invece cercare la fonte della radiazione che li avvolge, che avvolge tutta la corte degli dei, avvolge anche i mortali che allevano figli dentro questa radiazione continua, impattante, tossica, che spinge ognuno a correre nella stessa direzione volgendo la testa e storcendo la bocca.
source code
maggio 5th, 2011 § Lascia un commento
oggi ho visto il film source code, l’attore è quello che ha fatto i cowboy froci, ha fatto anche donnie darko. donnie darko gli cadeva l’aereo nella casa. poi hanno fatto anche donnie sdarko ma non c’era lui, c’era la sorella.
donnie darko, era giovane non capiva un cazzo. questo source code è più grande ha la barba, dura 8 minuti, lui è sul treno ha 8 minuti per trovare la bomba, il treno esplode c’è la bomba, ha 8 minuti per trovare la bomba. in realtà è morto, è un soldato, è collegato con dei fili. dentro una cassa criogenica i vetri appannati una donna di una certa età gli parla da un monitor, potrebbe essere sua madre, ha due occhi che ciao.
la donna si chiama sergente qualcosa, o tenente, sono militari. stile uniform con due occhi che ciao, sembra certe foto di suze randall stile uniform che ciao. poi c’è uno con la barba con la stampella, un negro, non molto negro, un po’ negro, un po’ grasso, il capo, dice è il capo, fatemi parlare col capo, fatemi parlare con mio padre. tu non parli un cazzo gli dicono, trova quella cazzo di bomba, hai 8 minuti.
perché dicono, quando muori il cervello vive per otto minuti, così lui va lì, c’è la tipa c’è l’amore, ruba i cellulari, picchia la gente cercando il terrorista entro 8 minuti. in realtà è morto grosso modo, è un tronco umano attaccato con dei fili, c’erano delle vecchie nel cinema, tipo matrix dicevano, dicevano donnie darko sembrava mio figlio.
donnie darko, era giovane non capiva una minchia, a un certo punto gli usciva dell’energia liquida-argentea dal petto che vagava per la casa fino a, dove?, al frigo, andava a prendere una birra dal frigo, oppure fino a dove? a suo padre, andava a chiedere-dire delle cose al padre, suo. oppure fino alla tipa, c’era la tipa c’era l’amore, donnie diceva la tipa limit-lacrime, eppoi il coniglio piangeva, m’hai ucciso gli spiegava, si fa poi per dire. altre cose poi sui conigli, seguiranno

cchio mio: la mu
aprile 21st, 2011 § Lascia un commento
Vecchio mio: la musica: la musica ci salverà. La scrittura: la scrittura non ci salverà: la scrittura non farà un cazzo per noi: la scrittura non ha mai fatto un cazzo per noi: la scrittura è una puttana malata di aids che ha sempre voglia di fottere, che ride e ha sempre voglia di fottere: questa non è mia: è di Bolaño: lui la usa non a proposito della scrittura ma a proposito della realtà tutta, c’è lui che parla con una politica, una donna con le palle, una deputata o cosa, in Messico, e parlano, quella donna racconta cose del suo passato, qualcuno sta indagando su degli omicidi, è notte, la donna parla e a un certo punto usa la cosa della puttana malata di aids, dice la realtà è una troia malata di aids che ha sempre voglia di fottere, non crede? Lui non risponde, Bolaño non risponde, non dice sì, lo credo, non dice no, non lo credo, non dice niente: è perché scrive: chi scrive non dice mai un cazzo. La musica, vecchio mio: la musica ci salverà. La scrittura no, la scrittura non farà mai un cazzo per noi a parte farsi stuprare. La stupreremo fino a farla diventare blu e poi rossa e poi esangue, e ancora lei ci guarderà ridendo a dirci: tutto qui? È tutto qui quello che sai fare? Era questa la cosa? Tutto quel casino per questo? Tutto qui? Tutto finito? Eh? Sei stanco? Eh? Eh? Non rispondi? Eh? Tutto qui? Piangi? Eh? Tutto qui? Starai mica piangendo? Eh? E così via: no exit: ma la musica. Le playlists, le cose. Ad esempio adesso sto ascoltando quel pezzo che c’è lui ubriaco al matrimonio di lei, cioè che dice: mi ricordo tu che entri: mi ricordo tu che entri. E poi dice: I’m gonna be drunk, so drunk, at your wedding: e poi non dice niente, lo ripete: I’m gonna be drunk, so drunk, at your wedding: e più lo ripete più salgono cose, strumenti, la chitarra, il violino, e lui che dice: I’m gonna be drunk, so drunk, at your wedding: e poi si aggiungono dei rumori: verso la fine: dei rumori come cose che si rompono in un’altra stanza. Cose che si rompono in un’altra stanza. Questa è la realtà: cose che si rompono in un’altra stanza. Poi sono tornato in libreria. Non quella, un’altra. Cose che si rompono in un’altra stanza: cose che si rompono in continuazione, distanti, fioche, in altre stanze. Per fortuna che c’è la luce. Di notte, dico, quando è buio, è bello pensare che prima o poi torna la luce. Sono tornato in libreria, non quella ma un’altra, non è lo stesso: può sembrare lo stesso: non lo è. C’era una tizia che si vendeva tutto King, la vedo lì davanti che appoggia una pilona di King sul banco, il banco è giallo, il libraio ha la barba, io penso alla torre nera, l’ultimo cavaliere, i primi tre li ho letti, non erano male, e poi ho iniziato a fare confusione, ho letto forse il quarto forse il quinto, non ricordo bene perché dopo il terzo è subentrata la confusione, i lupi del calla, ricordo vagamente i lupi del calla, ricordo il monorotaia, il treno che fa gli indovinelli, fino al monorotaia è tutto abbastanza stabile, poi è subentrata la confusione, e poi a un certo punto ho visto l’ultimo volume, l’ho aperto, ho letto la fine, l’ho rimesso a posto. E così m’è venuto da ridere, non so perché m’è venuto da ridere, non c’era un cazzo da ridere, eppure m’è venuto da ridere, forse per via della musica: la musica ci salverà: la scrittura no, la scrittura non farà un cazzo per noi. E così m’è venuto da ridere e ho detto una cosa stupida tipo alè tutto king o viva stephen king e gli ho chiesto come mai si vendeva tutto king, e lei ha detto eh perché mio marito li ha già letti tutti, questi non li rilegge. Ha detto “questi non li rilegge” che voleva dire che altri libri li rileggeva, ma quelli lì di king, no, il che posso capirlo, sai già come va a finire, sai già cosa succede, una volta letti sono fatti, finiti, non hanno più niente da dire, assolutamente più niente da dire a nessuno. C’era anche il talismano, quello con peter straub, grande, grandissimo libro, e sono stato tentato di prendermeli io, di dire bhè guarda, quasi quasi il talismano me lo prendo io, quasi quasi mi riprendo it o misery o un altro, ma poi mi sono ricordato che non è la scrittura che ci salverà: la scrittura non farà un cazzo per me, per noi, per nessuno: poi mi sono ricordato la fine della torre nera letta di straforo in libreria: non quella, neanche l’altra: un’altra ancora: così ho detto una cosa di convenienza, tipo “bene” o “ok” o “che bello” e poi ho venduto le mie cose: tutta roba vecchia club degli editori, il club degli editori dice, non lo prendiamo. Non hanno il codice a barre, non sono veri libri, sono spazzatura anche se c’era degli updike, dei greene, dei ginzburg che insomma uno dice, oh, se questa è la tua spazzatura dimmi dove la butti che vado a ravanare in mezzo alla tua spazzatura. Ora scusami un attimo, credo sia giunto finalmente il momento di interr