la morte di mio padre
settembre 21st, 2011 § Lascia un commento
Sono lì e ad un certo punto mi arriva un sms, è di mio fratello e l’sms dice ‘papà è morto’. Resto a fissare il piccolo display colorato con scritto papà è morto e non so se essere più stupito perché mio papà è morto o perché mio fratello ha imparato ad usare gli sms.
Sono in ufficio, sono passato a prendere del materiale personale che avevo lasciato quando era scaduto il contratto a termine, ‘materiale personale’ è un espressione dei miei ex datori di lavoro, non mia. Sono dei cd, un vocabolario di latino, una copia di un libro di Sallustio, alcune buste paga di tre anni fa.
Metto tutto in un sacchetto della Basko che mi ero portato dietro, faccio un gesto come un saluto a quelli che sono rimasti, guardo per l’ultima volta il computer con cui ho lavorato in questi ultimi sei anni e poi esco e penso che mio papà e morto e che in quegli uffici non ci metterò più piede.
Mio padre aveva qualcosa che non andava al sangue, non so esattamente cosa, non perché sono un cattivo figlio, ma perché mio padre non ci voleva mai parlare di queste cose. Lo vedevo in casa con la faccia verde che tirava cazzotti contro il tavolo alle cinque del mattino, non sapevo perché lo facesse. Poi dopo qualche mese ci diceva che era stato male, che aveva rischiato di morire, ma non ce lo aveva detto per non farci preoccupare.
Aveva questo senso eroico all’agamennone, una morale alla de amicis che faceva sempre incazzare mio fratello, un senso del martirio neorealista che non avrebbe sfigurato in un film del dopoguerra, ma che adesso nel, governo del reality, era solo ridicolo. Mio fratello si incazzava, io sotto sotto ero contento di non averlo saputo, non perché sarei stato in pensiero, ma perché avrei avuto dei sensi di colpa. Avrei continuato a vivere come al solito e magari mi sarebbe venuto il senso di colpa che invece avrei dovuto soffrire, passare le mie giornate all’ospedale con lui, tenergli il catetere, pulirgli la schiena ascoltarlo mentre si lamentava di me e della mia vita. Oppure avrei potuto scrivere un romanzo di successo per fargli vedere che gli anni in cui mi aveva pagato gli studi non era stati proprio buttati via.
L’atteggiamento di mio padre nei confronti della mia attività di scrittore era quella che aveva verso ogni altra cosa che facessi e avessi sempre fatto, ovvero io entravo in casa con il mio ultimo romanzo, gli dicevo papà ho pubblicato un romanzo, lui alzava gli occhi dal Corriere della Sera e mi diceva, posalo lì sul tavolo del tinello che poi ci do un’occhiata. Io lo posavo sul tavolo, me ne andavo e di quel libro non si parlava più.
Se proprio poi avessi ancora tirato in ballo il discorso, errore che evitavo di fare, lui avrebbe detto che sì, avevo scritto un romanzo, ma mi pagavano? Se gli dicevo che mi pagavano, lui mi avrebbe detto, beh ma non abbastanza. Se gli dicevo che la casa editrice era importante, mi avrebbe detto che boh, lui non l’aveva mai sentita prima, magari era famosa tra i miei amici. E poi mi diceva che dovevo un po’ smettere di giocare, che dovevo scrivere qualcosa che piacesse alla gente, che dovevo scrivere un romanzo ‘vero’.
Questa distinzione tra romanzo ‘vero’ e il romanzo che avevo scritto io era la madre di ogni suo discorso di letteratura e poteva durare anche ore. Se un giorno fossi corso da lui con un mio romanzo pubblicato da Einaudi Stile Libero, dicendo guarda papà questo me lo ha pubblicato Einaudi Stile Libero e mi hanno anche pagato, lui avrebbe alzato gli occhi dal Corriere, avrebbe guardato l’Einaudi Stile Libero e mi avrebbe detto, beh già che c’eri potevi farti pubblicare negli Struzzi Einaudi, ti sei sbattuto tanto, almeno potevi farti pubblicare negli Struzzi che è una collana Einaudi più prestigiosa, e avrebbe riabbassato la testa sul giornale.
Diciamo che in generale l’unico modo di colpire mio padre con l’uscita di un mio romanzo era scrivere un romanzo fiume e mirare alla testa.
Quando chiamo, mio fratello sta balbettando e la cosa mi preoccupa perché in famiglia quello che balbetta sono io.
“Ivo, dividiamoci le psicopatologie”
“Non, non sto balbettando, sono. Sono nervoso, dobbiamo andare all’ospedale”
“Sto già andando, ci vediamo davanti all’ingresso del pronto soccorso”
“Cristo Fabrizio”
“Cosa?”
“Non è al pronto soccorso, è alle camere mortuarie. È morto”
“Ivo, è solo per darci un appuntamento”
“Ok”
“In un posto che conosciamo, capisci, l’ingresso del pronto soccorso”
“Ok”
“Arrivo, sto correndo, ho un sacchetto della Basko in mano, ma sto arrivando”
“Ok, mi hanno telefonato, una voce femminile”
“Ho un vocabolario di latino nel sacchetto, ma sto correndo”
“Mi hanno detto che era morto e che alle nove avrebbero fatto il rosario, manca mezz’ora”
“Tra mezz’ora ci siamo tutti e due, tu dove sei adesso? Sei già lì?”
“…”
“Ivo?”
“Sono nella tenda, io non so…”
“Cristo, esci da quella tenda del cazzo e vieni in ospedale, adesso!”
“Io, non so…”
“Ivo!”
“…”
L’ospedale in cui è ricoverato mio padre è –di fatto– un riciclo di una struttura di fine ottocento: soffitti altissimi, marmi cimiteriali, corridoi chilometrici che avrebbero spezzato le gambe di un buon camminatore, figurati quelle dei degenti di ortopedia.
In fondo al corridoio principale, nel punto in cui svolta verso una zona moderna di ambulatori anni ottanta, ci sono le camere mortuarie.
Io e mio fratello siamo lì, ci guardiamo attorno senza vedere niente, cerchiamo di imprimerci bene nella testa tutto quello che vediamo. La cosa più terribile, per me, è che in quel momento, il momento in cui io sto per vedere mio padre morto, io sto pensando che devo ricordare tutto.
Guardo i particolari, la faccia di quelli che piangono, i vestiti del matrimonio dei parenti lontani venuti ad ascoltare il rosario di uno sconosciuto. L’odore nauseabondo dei fiori misto a quello dell’incenso, il corpo scuro di una donna buttato sul cadavere del marito, il suo gemito e i suoi baci.
Cerco di fotografare tutto nella mia testa e quello che è orribile è che lo faccio perché so che poi dovrò scriverlo.
Ho un virus dentro che si mangia ogni cosa che faccio e che vivo, non me la fa godere mai perché deve prendere nota di quello che succede. Divora ogni mio momento.
Poi penso a quello che dovrò fare io, piangere, abbracciare gente che non vedo da anni, stare in piedi con lo sguardo concentrato, occuparmi della vendita dell’appartamento in cui viveva mio papà, le pratiche testamentarie, stare in stanze con mio fratello e discutere della divisione delle cose di mio padre e pensare che sia io che mio fratello lo faremo controvoglia, con rancore e nello stesso tempo con la voglia di fare una cosa ben fatta, non far nascere casini, sapendo che le cose da dividere sono niente.
Mio fratello mi dice il numero della stanza in cui hanno messo mio padre, mio fratello è vestito per metà da boy scout, per metà con una giacca che probabilmente lui crede elegante. L’effetto finale è allucinante, come al solito.
Quando arriviamo alla camera c’è già della gente dentro, mio fratello mi guarda panico, teme che ci sia nostra madre, che abbiano avvertito prima lei di noi, dice ‘la mamma cazzo’ e io a mia madre non ci penso, entro dentro, ci saranno dieci persone attorno al letto con sopra il cadavere e queste dieci persone, quando entriamo, ci fissano con uno sguardo strano, insapore.
Io guardo il cadavere sul letto, gli occhi chiusi, le mani raccolte, la giacca elegante. Mi giro verso mio fratello che ha la mascella aperta, come certi morti.
Non è papà.
Quel morto non è mio padre, lentamente ci ritiriamo facendo numerosi segni della croce e usciamo fuori.
Fuori dalla stanza gli dico Ivo se è un cazzo di scherzo, inizio a scaldarmi, agito il sacchetto, Ivano non mi risponde, scuote la testa e poi ad un certo punto si irrigidisce e fissa un punto dietro di me.
“Eccoli i due stronzi!”
Mi giro, lentamente. Fotogramma dopo fotogramma, vedo il volto di mio fratello che sta iniziando a digrignare i denti, vedo la finestra del corridoio e poi mi giro del tutto e vedo mio padre, in pigiama, con il tubicino del catetere che gli esce dai pantaloni azzurri, scende quasi fino alle pantofole e poi risale fino a un bastone metallico da cui pende un sacchetto pieno di liquido giallastro, come una bandiera di qualche stato africano.
“Eccoli i due stronzi!” ripete mio padre con un ghigno sulle labbra, aggrappandosi al bastone del catetere per non cadere. “Sono sei mesi che sono chiuso qua dentro e nessuno di questi due stronzi mi è mai venuto a trovare!”
Non parla a noi, sta parlando direttamente a tutti i parenti dei morti. È uno spettacolo.
“Dovevo crepare per farvi venire!” urla, ha i capelli sporchi, unti, la barba sfatta, gli occhi vitrei. “Dovevo crepare!” ripete e scuote il bastone di metallo facendo ballare pericolosamente il sacchetto di plastica. “Ma io non crepo!” aggiunge di nuovo con una specie di risucchio della bocca.
Ora ci stanno fissando tutti.
“Ma papà…” inizio facendo un passo verso di lui, e in quel momento arriva quello strano gorgoglio alle mie spalle, qualcosa mi colpisce con una spinta rabbiosa, mi ritrovo contro la parete del corridoio e vedo mio fratello con la pesante struttura metallica di un portamozziconi di sigarette brandito sulla testa che manda una specie di urlo strozzato e fa dei salti incerti verso mio padre, mentre alle sue spalle sbuffano via nubi di cenere, in una pioggia di filtrini abbandonati e bubble-gum masticati alla nausea.
Di mia madre non si parlerà in questo romanzo perché ho perso la scheda del personaggio.
(dalla bozza di “È facile smettere di scrivere se sai come farlo” aka “life in a day”)
Eliza disse
settembre 20th, 2011 § Lascia un commento
Cloreen disse che andava bene. Citro1 disse ok, Citro2 disse ok, Citro3 non rispose. Quello vestito da ragazza aveva un foro nella pancia, deformato. Citro2 disse che la sua R-36W_A_RP era caricata, e Cloreeen disse che andava bene.
Eliza disse che voleva prima parlarci e ci chiese di cosa volessimo parlare. Cloreen disse amore, Citro1 disse ok, amore, Citro2 disse morte, Citro3 disse non voglio parlare.
Eliza disse ok, perché volete parlare di amore? e Cloreen si mise a piangere. Povera Cloreen. Citro1 disse perché sono innamorato.
Eliza disse ferma le tue lacrime giovane Cloreen.
Citro3 non c’era più, guardava cosa facevano gli altri.
Citro1 aveva cominciato ad accarezzare Cloreen.
Fuoco. Bang, bang, fuoco.
Pciiium. Sboom. Buuum.
Citro2 stava sparando. Sbeeeng.
Cloreen smise di scrivere. Eliza disse perché vuoi parlare di morte?
Citro3 disse io non la conosco e tanto mi terrorizza (la morte). Citro1 smise di accarezzare Cloreen. Tu non stavi piangendo, scrivevi, disse.
Cloreen disse, tengo memoria di ogni cosa mi succeda, ho scritto ad esempio:
20/09/11 10.18.30 WDDriveCloreen[315] *** piango (0x84f200)
Citro1 disse, oh. Citro2 fece fuzz fuzz fuzz sprapang. Tutto saltava in aria.
Eliza disse, perché hai paura della morte? Io non sono viva, vedi, e non ne ho.
Cloreen rise e iniziò a scrivere di nuovo. Citro1 disse mi stai annoiando. Citro3 disse io sono l’unico vivo.
Eliza disse, perché ridi, amore?
Io e giovanni lindo ferretti al supermercato
settembre 15th, 2011 § Lascia un commento
Sono lì al supermercato che sto cercando la maionese, inciso: deve esistere una qualche legge per cui alcuni prodotti come i funghi secchi, la maionese, lo zafferano, lo zucchero, non abbiano una collocazione precisa e possano essere in qualunque luogo del supermercato, dalle casse fino ai cessi, vale tutto: fine inciso, sto cercando la maionese dicevo e a un certo punto vedo una figura nota vicino al bancone dei prodotti in “sconto al 70%”, perché stanno per andare a male. Guardo meglio. Lo conosco.
È Giovanni Lindo Ferretti.
Lascio il carrello, mi avvicino piano piano e quando gli sono dietro gli do una pacca sulla spalla e gli dico forte, ciao ferretti! e lui si volta lentissimamente verso di me, pezzo di viso dopo pezzo di viso, rughetta incazzosa dopo rughetta incazzosa, quando ha finito il giro della testa mi fissa con le sue occhiaie e dice “ah ciao venerandi” e poi si volta a cercare un punto di fuga, ma questa volta siamo in un corridoio chiuso dal reparto pelati in scatola non ha scampo.
Deglutisce, il pomo d’adamo è facile da vedere in Ferretti.
“È un sacco che non ci vediamo” gli dico e faccio un sorriso amichevole, come quello di Spongebob, tanto per capirci.
“Eh” fa lui e indica i prodotti in offerta speciale.
Abbasso la testa e vedo tutta quella roba che sta per marcire e gli dico, beh Ferretti attento che è tutta roba che ti fa male, è roba che sta per marcire, fa le muffette, poi ti senti male e Ferretti alza la spalle e dice non è per lui, è per i maiali.
“Maiali?”
Ferretti annuisce cercando di spostare il carrello su cui mi sono appoggiato.
Ferretti vede che il carrello non si muove, lo molla. Mi guarda, fa un sospiro strano e mi spiega che adesso oltre ai cavalli tiene anche i maiali. “Tu non sai che soddisfazione, vederli così, la mattina sentire il loro suono. Sono grossi, vivono nella terra e sono bestie pulitissime. Sono le bestie più simili all’uomo. Lo sapevi che per alcuni organi interni il maiale è la bestia più simile all’uomo, dico per i trapianti?”
“Lo ignoravo” ammetto e intanto penso, vedi il Ferretti che cultura, ecco cosa distingue uno stronzo come il sottoscritto da uno come Ferretti, questo sa tutto e poi ridacchio e dico, sai Ferretti, non pensavo proprio che tu facessi la spesa in un supermercato.
“Ah” fa lui.
“Mi sembravi più un tipo da mercato all’aperto, o tipo andare dai pastori a prendere direttamente da loro i beni primari, tipo latte, formaggio. Patatine”
Ferretti mi prende sotto il braccio e mi indica il carrello. “Vedi qua dentro hanno un sacco di prodotti bio”
“Bio”
Ferretti annuisce. “Un sacco di roba bio. Ottima. Meglio di quella che trovi da certi contadini, che poi, non sono certo contadini. Usano macchinari”
“Uh”
La voce di ferretti è diventata un bisbiglio, come quando parla basso al microfono. “Fertilizzanti. Trattori”. Fa un sorriso strano e poi mi molla il braccio. “Invece questa roba bio è buonissima. La fanno nel cuore dell’Africa”
“Uh. Capisco. Ma…” sto per dire ma lui mi interrompe riprendendomi il braccio.
“E poi -continua- io faccio la raccolta del punti coop”
“Tu…”
Ferretti abbassa ancora di più la voce. Sembra davvero uno degli ultimi cd, quando parlotta invece di cantare. “Venerandi, mia sorella fa la raccolta punti coop da anni. Anni”. Sospira. “Abbiamo anche la tessera risparmio. E oramai è un vizio di famiglia, abbiamo…”
“Ferretti” lo interrompo.
“Lo so, lo so” fa lui senza ascoltarmi. “Le coop sono rosse –continua– e io ormai ho chiuso con il vinile rosso”. Sorride. “Ma mia sorella…”
“Ferretti” lo interrompo di nuovo, stringendogli più forte il braccio.
“Eh”
“Questa non è la coop”
“Come non…”
“Siamo alla Basko. Non la coop. È proprio un’altra catena di supermercati. Antagonista. Non credo che i punti coop…”
“Cazzo”
“Eh”
“La Basko, ma…”
“Vedi, c’è anche il logo sui carrelli”
“Cazzo”
Ferretti si ferma. Guarda ora me, ora il carrello, ora il logo Basko su fondo verde che rimbalza di prodotto in prodotto. Cazzo, cazzo ripete, si sente circondato, e poi fissa il carrello pieno di prodotti bio e di roba marciscente avvolta nel domopack e con la stampigliatura dell’offerta speciale. “E ora -dice con la sua voce adesso squillante- cosa me ne faccio di tutta questa roba?” e come se si fosse sganciato dal mondo come noi lo conosciamo, abbandona il carrello e precipita in orizzontale, verso l’uscita luminosa di colori nuovi e indicibili.
Nel centro del posto dove vivo c’è un pozzo fatto di carne.
settembre 12th, 2011 § Lascia un commento
In questa storia io sono dentro di lui e gli parlo e lui sbuffa e corre. Corre per il bosco e urla, spacca i rami io sono dentro e non vedo niente, ogni tanto gli chiedo se è notte. “È notte!” risponde lui, “è sempre notte in questo bosco!” urla, io sono dentro di lui è tutto soffice anche se bagnato.
Quando sento che inizia a mancare l’aria gli parlo e lui sbuffa, si mette ad urlare, così entra altra aria, non riesce a controllarsi.
In fondo non si sta male qua dentro, basta farci l’abitudine. Quando lui mangia entra dentro un sacco di roba, un po’ la mangio io, un po’ la faccio cadere nel pozzo.
Nel centro del posto dove vivo c’è un pozzo fatto di carne.
Quando smette di correre lui si ferma e ansima per un sacco di tempo, allora io dormo. Se si addormenta anche lui con la bocca aperta ogni tanto si sente l’odore della luna e del bosco notturno.
Poi si risveglia e urla, torna a correre e spezzare i rami nel bosco e io mi siedo e ogni tanto mi metto a cantare. Se canto lui continua a correre ma non spezza più i rami e non urla più niente. Ma non posso cantare per sempre.
In fondo io lo amo, quello là fuori, mi sono abituata al suo sapore, al rumore della sua voce e al suono dei rami spezzati.
Quando fa freddo freddo, alzo sulla testa il mio cappuccio rosso e mi stringo tutta mentre fuori quello ulula, corre e spacca tutto quello che incontra.
Ricercare
agosto 22nd, 2011 § Lascia un commento
Il posto dove si teneva il famoso laboratorio di scrittura Ricercare era una struttura antica a due piani, il tipico posto post-fichetto, soffitti altissimi, affreschi, stucchi bianchi, marmi, tavolozzi in legno, e la grande sala delle letture che era la versione messa a lucido dell’aula magna di un qualunque liceo classico provinciale.
Il posto era gremito di tutto quello che ruota attorno al reparto editoria: scrittori, editori, poeti laureati, agenti letterari, giornalisti, artisti in genere, avvoltoi, politici e critici, tutti mescolati ad un pubblico di aspiranti scrittori, aspiranti editori, aspiranti poeti laureati, aspiranti agenti letterari, aspiranti giornalisti, aspiranti artisti in genere, aspiranti avvoltoi, aspiranti politici e aspiranti critici, in un frullamento di membra che andava stringendoli ed allargandoli, fino a farne un indistinto pastone, di per sé ben diviso per casa editrice, città, giornale, corrente letteraria, fonte di stipendio e altre cose del genere.
“Dio mio” disse Bonaventura entrando nella bolgia e cercando con gli occhi il Koch, che doveva essersi fatto piccolo piccolo per il terrore, era sparito.
Mentre il Bonaventura, forte dei suoi due caffé e perplesso ancora per il fatto di essersi svegliato con un braccio dello Strindberg sotto alla maglietta alla pelle che giochicchiava (lo Strindberg) con i suoi (di Bonaventura) peletti capezzoidali e un secondo braccio infilato sotto alle mutande sue (del Bonaventura) mentre tirava (lo Strindberg) dolcemente e poi mollava svariati peletti pubici (del Bonaventura ovviamente), perplesso -dicevamo- per il fatto di aver trovato la cosa tutt’altro che spiacevole (sempre Bonaventura), mentre lui, dunque, forte dei suoi due caffé presi con lo Strindberg sotto l’albergo che faceva finta di nulla (lo Strindberg) ma ogni tanto si passava una mano sotto i baffetti ispidi (sempre lo Strindberg qui, fino a fine periodo) e aspirava voluttuosamente gonfiando il suo viso verde, ecco, mentre il Bonaventura forte dei suoi due caffé girava la testa ora a destra ora a sinistra a cercare il Koch, una voce amplificata avvertiva che si iniziava e si lanciava in una presentazione e ringraziamenti vari a tutti gli enti e tutti i politici che avevano sganciato i soldi anche quell’anno per la manifestazione che eccetera, tradizionalmente eccetera, la letturatura eccetera, eccetera.
E qui avveniva questa esplosione centripeta, nel senso che mentre nella sala centrale cominciava la rappresentazione per la quale tutto il pubblico era accorso, nelle salette laterali si dava avvio a un incontro sommesso e sussurrato di scrittori ed editori, tutti preoccupati a scambiarsi diritti di autore come se fossero figurine panini, con tanto di serie a, b e c e anche di scudetti, e poi mani che si tendevano gente che guardava il soffitto, mentre da distante Bonaventura vedeva il corpicino del Koch, abbandonato solo su di una sedia maròn nel mezzo della sala, completamente fottuto dalla stanchezza, con gli occhi rossi dal sonno, con la testa che ciondolava e che di tanto in tanto crollava nel mezzo del petto, per poi risollevarsi, come un pallone aerostatico giunto alla sua cosiddetta fase diapason, nella quale si accascia e si rialza non avendo abbastanza gas nervino per slanciarsi in alto ma non così poco da rilassarsi a terra come un, boh, budello suino.
Bonaventura si sedette a fianco del Koch che, quando si accorse dell’arrivo del compagno, disse a bassa voce domani mi ammazzano, nient’altro che questo , domani mi ammazzano.
In quel momento la giornalista americana salì i suoi tre gradini e iniziò a leggere al microfono, muovendo la grossa bocca viola, e -per quanto Bonaventura si mettesse di impegno- non si sentiva niente, solo un continuo rumore di bocca.
(tratto da L’ultima avventura del signor Buonaventura)
Nei videogiochi ci sono sempre le cose migliori.
agosto 4th, 2011 § Lascia un commento
Oggi Vanity ha i capelli rosso fuoco. Si chiama ‘vulcan island’ è il nome della tintura. È seduta su un puf color arancione, sprofondata, con la schiena che le fa male da quanto è rilassata. Le finestre sono aperte, tutto è spalancato, fuori c’è un sole tropicale, si sente il suono dei grilli che viene dai prati, tutta campagna, il rumore di voci, l’odore tremendo della carne che arrostisce. Tutti gli uomini hanno il cazzo duro, prima o poi.
Vanity ha in mano un bicchiere di bianco, è frizzante, fa venire sonno e fa vomitare. Da quando ha avuto la bella idea di venire alla grigliata è l’unica cosa che ha preso, bianco vermentino. Forse non è vermentino. Allunga una mano fino al gomito e inizia a grattare finché non si stacca un pezzetto di crosta, allora lo prende e lo infila in bocca e inizia a mordicchiarlo fino a spezzarlo a pezzettini che si attaccano ai denti. Non sa di sangue. Non sa di niente.
Mentre andava all’aeroporto è caduta con la moto, scivolata sull’asfalto si è raschiata via la pelle del gomito e del ginocchio, è arrivata al check-in con i pantaloni infangati e sangue che le colava sulla maglietta, era splendida, era terribilmente splendida anche se non aveva ancora i capelli vulcan island. Se avesse avuto i capelli vulcan sarebbe stata perfetta.
Raschia ancora una crosta e sente male. Spera che togliendo la crosta venga fuori il buco rosso, che si veda la carne, il sangue bagnato. Invece sotto c’è solo una pelle rugosa e incerta, nuova. Come nasce in fretta la pelle. Vanity sente qualcuno che la chiama, da fuori. L’unico motivo che potrebbe spingere vanity ad uscire è che ha visto che hanno cominciato a girare le canne, ma quello che la tiene lontana mille miglia da fuori sono le madri. Le madri.
Hanno una decina di anni in più di vanity e oggi si celebrano. Circondate dagli esserini fragili che urlano e cadono e piangono e chiedono e corrono, celebrano il loro essere madri, si muovono come imperatrici perché sono delle madri. Parlano tra di loro e intanto amministrano la casa e quei cosi, quei granchietti maleducati. Vanity delle madri in questione pensa che siano delle nullità. Sembrano attrici, gesticolano come se stessero recitando in qualche reality, fanno dell’umorismo, declamano le glorie dei loro mariti. Parlano dei figli, alla nausea, delle maestre dei loro figli, degli insegnanti dei loro figli, degli amici dei loro figli, delle madri degli amici dei loro figli, delle malattie dei loro figli, di quanto siano fantastici, intelligenti e sensibili i loro figli, gli stessi che da ore urlano e piangono per qualsiasi cosa. Bisanzio.
L’odore di carne entra dalla finestra e prende lo stomaco della ragazza che ha problemi alimentari, tanto per cominciare non mangia carne. Vomita a solo pensare di mangiare carne ed è andata a una grigliata, ma quanto sono stronza, pensa, a una grigliata, che stronza. L’odore della carne bruciata, abbrustolita, il pensiero del grasso che si scioglie per il calore, cola sulla griglia e cade nel carbone facendo partire delle piccole fiamme animali; e anche tutta la carne che suo padre le faceva mangiare quando era una bambina, i ceffoni se non mangiava la fettina fatta all’olio. Con quello che era costata.
Era dura. La fettina fatta all’olio di suo padre era dura, durissima, poteva masticarla fino a spaccarsi i denti perché era carne di scarto, era la carne economica, era la carne per poveracci. Dura e senza gusto, sembrava una spugna rassodata.
Suo padre faceva spessissimo la fettina all’olio per lei e per suo fratello, perché si faceva in due minuti. Non è un piatto che abbia bisogno di una ricetta la fettina all’olio, si prende una padella si mette sul fuoco, si mette un po’ di olio dentro, si aspetta un attimo che si scaldi e poi ci si mette sopra una larga, dura, rossa fettina di carne che inizierà a sfrigolare e a mandare nella cucina quell’odore di olio e di carne fritte assieme, un odore dolciastro che Vanity ha ancora dentro la testa. Dopo un po’ girarla. A cottura ultimata, cioè quando la carne ha assunto il suo colorito marrone, allora buttare sopra del sale, quando basta. Servire calda ai figli con contorno di pomodoro tagliato a metà in senso orizzontale e riempito di olio fino a esondare. Sale quanto basta. Dire che la carne si mangia tutta, con quello che è costata non si lascia neanche un pezzo. Ceffoni.
Suo fratello la mangiava lentamente e quando suo padre andava nell’altra stanza a vedere la televisione o si chiudeva nel cesso a fare Quelle Cose Che Vanity Avrebbe Preferito Non Scoprire Su Suo Padre (da ora in poi nel racconto, QCCVAPNSSSP), allora suo fratello prendeva il piatto, si alzava in piedi, andava fino alla finestra che dava nel vuoto del condominio, e con una forchetta la faceva cadere di sotto. Poi si risedeva e senza dire niente fissava Vanity che masticava piangendo e avrebbe masticato finché suo padre non fosse venuto a darle i due ceffoni, i vecchi cari due ceffoni tanto promessi, e allora finalmente se ne sarebbe andata a letto, era per questo che piangeva, era un pianto preventivo.
Suo fratello non era un bastardo, era qualcosa di diverso. Vanity amava suo fratello, lo aveva cercato in cento occasioni, con i ginocchi sbucciati, con la faccia rossa di sberle, e suo fratello era sempre venuto. Non si era mai comportato da bastardo con lei, ma come qualcosa di diverso. Di diverso da un fratello, certo.
Fuori si sente di nuovo urlare, ridono. Vanity si passa un dito sulla crosta del gomito e tira dolcemente. Questa volta fa più male di prima, deve essere un pezzo che va in profondità. Vanity tiene la punta dell’unghia sotto la crosta, tira fino a sentire male e poi lascia andare e poi riprende ancora, finché la crosta con una fitta viene via, è un pezzo grosso. C’è del bagnato. La ragazza si infila la crosta in bocca e inizia a tagliarla con i denti e intanto si guarda il gomito, ora c’è uno strappo nella pelle, si vede del bagnato. La voce del fratellone echeggia da fuori, ci sono delle nuvole basse, sono arancioni per il tramonto, hanno un colore da videogioco. Nei videogiochi ci sono sempre le cose migliori.
Vanity fa uno sforzo in avanti e poi si alza. Barcolla. Va fino alla finestra, si appoggia con i gomiti sul davanzale, osserva il prato e la griglia che manda un fumo chiaro. Davanti ci sono i maschi che parlano, gli amici di suo fratello. Sani amici di suo fratello. Sono molto allegri, si muovono e parlano, si avvicinano in gruppetti da due e da tre si dicono qualcosa e poi si allontanano. Qualcuno sta a muovere la carne sulla brace, guarda le femmine sudando, c’è un caldo terribile. Un biondino con i capelli lunghi ha lasciato i maschi e si è messo nel mezzo delle mamme, c’è sempre un maschio che va dalle mamme, Vanity è una che nota queste cose e poi ci ricama sopra. Il biondino ridacchia e dice qualcosa a voce alta a Patrizia. Ha la pelle gialla, deve essere straniero. Arabo. La moglie di suo fratello è vestita da sesso, ha un vestito corto e morigerato che fa venire ancora più sesso, Vanity odia francamente Patrizia.
Dalla finestra alla terra quanto ci sarà? Due metri fino allo stipite porta-giardino e poi un altro metro e mezzo tra lo stipite della porta-giardino e l’inizio della finestra. Tre metri e mezzo circa. Vanity fissa lo spazio vuoto che c’è tra lei e la terra e pensa a come potrebbe cadere da tre metri e mezzo, cosa succederebbe. Buttandosi in avanti finirebbe con la testa sulle piastrelle davanti alla porta, sarebbe un colpo secco, sarebbe più che doloroso. Sarebbe inutile. Nevio adesso ha in mano dei fogli di giornale con cui fa vento per alzare il fuoco della piastra. Il biondino continua a scherzare con Patrizia e Nevio inizia a osservare la scena. La cosa migliore sarebbe cadere di gambe, come buttarsi di sotto, si potrebbe slogare una caviglia o spezzare una gamba, rotolerebbe a terra e poi vedrebbe la gamba storta con l’osso spezzato che spinge contro la pelle tumefatta. Griderebbe. Sarebbe una cosa diversa. Ma dovrebbe scavalcare la finestra, mettersi a cavalcioni, come l’uovo di Alice. Come si chiamava. Nevio ha messo via la carta e ora con un grosso forchettone gira la carne, ogni tanto si volta verso il biondino, Patrizia ride e parla, il biondino non sta zitto un attimo. Uno dei bambini che corrono nel prato ha visto Vanity e la chiama, Nevio si gira verso di lei. Humpty qualcosa, un nome del genere. Tiene ancora in mano il forchettone il fratellone, è rimasto immobile a fissarla. Nel forchettone c’è una salsiccia, grossa e tumida.
‘Ciao ciao fratellone’ pensa Vanity facendo un saluto con la mano a Nevio che fa un passo verso di lei, sempre con il forchettone in mano. Oppure potrebbe sbilanciarsi di lato, scivolare nel vuoto tenendosi la testa fra le braccia, sbattere sulle piastrelle con i gomiti, i polsi. I denti sbatterebbero si spezzerebbe qualcosa. Tre giorni prima attorno alle sei del mattino Vanity correva con il centocinquanta verso l’aereoporto, pioveva non c’era nessuno. Alla rotonda prima del centro commerciale Vanity aveva girato verso destra e poi di scatto a sinistra e poi ancora a destra, la moto era sbandata, lei era caduta raschiandosi braccia e gambe per un metro buono, la moto le era rimasta sulla gambe lei era sotto che urlava, non riusciva a spostarla. Godeva.
Sotto la pioggia sentiva dolore in tutto il corpo, la marmitta le bruciava una coscia, lei urlava e basta, non muoveva un muscolo. Sarebbe rimasta li sotto per ore, sotto la pioggia, con la marmitta rovente, la pelle strappata. Tutto che le girava intorno. Stava così bene, era così emozionata. Si sentiva così viva.
Vanity dondola la testa al di là della finestra e cerca con un piede un appoggio sul puf per sporgersi ancora di più in avanti, cerca di capire come potrebbe essere sicura di cadere di lato e non di testa, mentre il fratellone ha fatto cadere il forchettone con la salsiccia per terra, ha iniziato a correre per il prato. Sembra un giocatore di rugby e viene verso di lei, come se Vanity fosse la meta. Le femmine alzano la voce, Patrizia dice qualcosa e cammina verso la casa a passo lento, il biondino si mette a correre anche lui, sembra la parodia di suo fratello.
Tutti vanno verso Vanity che sorride, fa un gesto con la mano e poi sbalza in avanti, ruota come non pensava e cade di schiena, un tonfo che fa un rumore normale. I bambini corrono verso la casa sono felici, le madri urlano ai figli di stare fermi di non fare niente mentre Vanity vede solo il cielo, quelle nuvole che ormai stanno diventando grigie e dice lasciate che i bambini vengano a me e poi niente.
II
“Non sto male” dice Vanity.
Genova d’agosto sembra Genova a settembre, solo tutto è arido. Non fa caldo, Vanity si muove con lentezza, si aiuta con il bastone di metallo, le piace il bastone di metallo, sono diventati amici, lei e il bastone. Si chiama freddy, il bastone, perché è freddo.
Andrea cammina vicino a Vanity, fa finta di non vederla, le vorrebbe chiedere di andare da mondadori per dei fumetti. Le sembra stronzo, dopo quello che è successo. La vede che cammina con la schiena rigida, il gesso al polso, il bastone, è dimagrita, ha i capelli blu. Il numero di pugnette che Andrea si è sparato pensando di farsi Vanity è incalcolabile. Quando, questa cosa non l’ha mai detta a nessuno, quando Andrea ha iniziato a scrivere ‘Vaggina vs alienoids’, ecco, Vaggina era ispirata da Vanity. Andrea di Vanity conosce l’odore, il vero nome, sa come è morta la madre, sa che gran bastardo è il padre, ha visto qualche volta il fratello, sa che lavoro fa, conosce il giorno del mese in cui Vanity regolarmente cambia colore ai capelli, sta male in agosto nudo sotto le coperte senza Vanity e con Vanity.
Una volta lei ha detto ad Andrea, io non ho amici, ma se ne avessi uno vorrei che fosse come te, ma un po’ più fico. E questa frase è la cosa più gentile e intima che Vanity abbia mai detto ad Andrea e che comunque è sufficiente a farlo rodere nel suo stesso grasso per anni.
Vanity cambia colore ai capelli il giorno delle mestruazioni.
È regolare. Appena Vanity si sente le fitte e al cesso scopre la solita permutazione, si pulisce, infila la testa ne lavandino e prende una delle boccette.
Andrea si era studiato un intero saggio sul metodo Billings per esserne certo.
[da bisanzio aka la fotografia dell'animale]
questo scambio tipo osmosi tra poeta e pubblico della poesia
agosto 2nd, 2011 § 2 commenti
Il semiologo si gira verso di me, mi squadra e fa un sorrisino amichevole, io sorrido di rimando, pare che mostrarsi i denti abbia un significato ambiguo e qui dentro bisogna stare attenti. È un tipo magro, con il volto che sembra parzialmente scavato dalla fame e parzialmente da qualcos’altro che non sai cosa sia, e preferisci non saperlo. Gli occhietti vitrei sono nascosti dietro ad un paio di occhiali finto trasandato ed indossa una giacchetta di lana verde, che dà l’idea di essere di terza mano, ma a guardarla bene capisci che è *nata* per sembrare una giacca di terza mano. Insomma, per farla breve è uno che sembra aver dormito sotto la cuccia del cane però puzza di soldi.
Sul palco intanto è salito un ragazzo smunto, con i capelli neri che gli cascano sopra sulla fronte, ha preso in mano dei fogli, si è messo a ridere parlando con i ragazzi delle prime file e poi ha detto al microfono: “No, io non uso il microfono!” e lo ha allontanato da sé.
Poi si è schiarito la voce e ha fatto questa cosa, nel senso che interpretava le cose che diceva, ad esempio urlava “Io sono!” e poi si rannicchiava per terra e faceva la vocina il falsetto e urlava “piccolo!” e poi si alzava e diceva che dentro a lui c’era però un grande, e si alzava sulla sedia e urlava con tutta la voce che aveva in corpo ” BOATO!” e poi scendeva ed è andato avanti così per parecchi minuti leggendo queste poesie in cui si parla di sé, oppure delle vittime della guerra e tutti non capiscono un cazzo di quello che dice ma ridono per questa cosa dell’interpretazione perché è una cosa che fa davvero ridere vederlo.
A quel punto il semiologo si è girato verso Koch e gli ha chiesto quanti anni ha quello sul palco e Koch gli ha detto boh, trentacinque.
“L’età giusta per smettere” dice allora il semiologo e si alza dicendo che lui esce a prendere dell’aria poi va in una galleria d’arte che di sera c’era la presentazione di un suo libro e forse passava anche Sanguineti e lo doveva salutare. Mi guarda, mi fa lo stesso sorrisino di prima, distratto, ed esce di scena, per ora.
Intanto il poeta ha finito, i suoi amici gli fanno l’applauso e il poeta riprende il microfono e dice che tra il pubblico c’è il suo maestro, indica un tavolino dove un tipo alto con lo sguardo teso alza un braccio e resta serio, non dice niente, e vicino a lui c’è una tipa vestita da fica, ma con la faccia brutta.
E, insomma, questo maestro si alza, fa tre passi con le sue gambe ossute, si piazza vicino all’allievo che si va a sedere tra il pubblico, c’è sempre questo scambio tipo osmosi tra poeta e pubblico della poesia, sembra quasi un gruppo di psicanalisi di gruppo, adesso tocca a te fare il pubblico ora è il mio turno fare il poeta, eccetera, insomma il maestro prende il microfono, si stira la camicia grigia sui jeans blù, e inizia a dare dei colpi di tacco con questa specie di evoluzione dei camperos che porta ai piedi, sono degli stivaletti di cuoio che gli arrivano a metà tibia, tira questi colpi di tacco sul palchetto di legno e tutti restano zitti a guardarlo fare ‘sti colpi e allora lui si avvicina al microfono e inizia pure a darsi dei pugni sul petto e declama -a memoria- dei versi, tipo vado per il mondo / con la terra dentro agli occhi, e mentre declama la terra dentro agli occhi si dà questi colpi sul petto in modo che diano ritmo alle cose che sta dicendo e anche con il piede, con i camperos.
“Uh” dico tra me e me e mi giro verso Koch che mi guarda e lo indica con un dito e poi mi si avvicina all’orecchio e mi dice ‘peso!’, e io mi allontano da Koch e mi passo una mano sulla faccia.
Intanto l’amichetto di Koch, che finora se ne era stato acciambellato vicino ad Antonio, mi si avvicina con la faccia e mi dice che quello è una merda, ma è meglio tenerselo buono.
“Mena?” chiedo intimidito dall’aspetto cupo del suo volto poetico, ma soprattutto dai grossi camperos a punta metallica.
“No” mi sorride nell’orecchio l’amichetto di Koch, ma -mi spiega- è uno che conta perché ha fatto il Festival Globale della Poesia, e ha trovato quel valore aggiunto che trasforma la poesia da semplice passatempo per ex-laureati, in vera poesia con la v maiuscola e la p pure.
“L’ispirazione?” chiedo io un po’ ingenuamente.
“No, i soldi” fa il mio confidente, e racconta che [...]
(tratto da “L’ultima avventura del signor Buonaventura“, 2010 quasi 2011, editrice zona)
Volevo pubblicare per una grande casa editrice
giugno 24th, 2011 § Lascia un commento
Io resto zitto, non dico niente, guardo fuori il diluvio che si sta abbattendo sull’auto.
“Marco -dico dopo un po’- sai cosa facevo quanto ero un ragazzino?”
“Mh… sì”
“No, non quello, cioè, anche quello. Non è colpa mia se il buon Dio ci ha messo l’organo sessuale esterno”
“Alleluja”
“Voglio, dire, non poteva infilarlo dentro a un buco anche a noi?”
“Misteri”
“Comunque, non solo quello. Io da ragazzino leggevo. Leggevo Harry Harrison e scrivevo, leggevo Poe e scrivevo, leggevo Lovecraft e scrivevo, leggevo Strindberg, Kafka, Beckett e scrivevo, leggevo Joyce e scrivevo”
“Una volta afferrato il concetto è semplice”
“Fammi finire. Leggevo Nove e scrivevo, leggevo Benni e scrivevo, leggevo Pasolini, Busi e scrivevo, leggevo Baricco e scrivevo”
“Baricco?”
“Lasciami parlare. Scrivevo, macinavo dentro di me tutta quella gente e scrivevo, e sai cosa volevo più di ogni altra cosa?”
“La fica?”
“Marco cazzo, ti sto confidando delle cose”
“Scusa”
“Certo che volevo la fica, ma in seconda istanza volevo pubblicare”
“Ah”
“Più di ogni altra cosa, volevo pubblicare per far vedere al mondo che sapevo scrivere, capisci?”
“È orribile”
“Volevo pubblicare per una grande casa editrice, volevo fare il libro importante, il libro che tutta la mia generazione avrebbe preso come esempio, il libro di cui tutti i critici avrebbero parlato e poi mi sedevo e scrivevo delle stronzate. Mi sedevo e mi rendevo conto che non sapevo cosa scrivere. Volevo scrivere il libro della mia generazione e non sapevo cosa fosse la mia generazione. Ero vuoto, Marco, ero piatto come un frisbee di plastica. Volevo scrivere e non avevo niente da dire”
“Ecco”
“E sono andato avanti e il fatto di non aver niente da dire non è più stato un problema perché ho scoperto che potevo scrivere anche di niente. Potevo restare al comando del mio ufo frisbee di plastica a navigare tra le nuvole di Time Zone che sarebbe andato bene lo stesso, l’importante era tenere a bada il mio ego, dargli un biscotto ogni tanto e tenere a freno il suo rancore”
“Fabrizio…”
“Fammi finire Marco. E la cosa mi stava benissimo, potevo stare lì sopra e dire che ero uno scrittore, potevo fare avanguardia, potevo andare, voglio dire Marco, potevo continuare a non contare un cazzo per dieci anni, dieci lunghi anni, e continuare a stare sul frisbee a dire che facevo underground, e scrivere di niente, sedermi e stare lì a scrivere il niente in cui mi avevano pucciato da quando ero bambino, sai Marco cosa succede ad un frollino quanto lo pucci ben bene per la colazione?”
“Si ammorbidisce”
“No, si sfalda. Si spezzetta in una poltiglia molla in cui puoi far annegare lo zucchero fino ad avere un pastone dolciastro e nauseabondo. Io ho fatto colazione così, per dieci anni ho mangiato così”
“Ti piace”
“Cosa?”
“Farti pena, ti piace farti pena”
La voce di Marco è diventata quasi metallica, non mi guarda, fissa solo davanti a sé i tergicristalli che si agitano come impazziti. Ti piace farti pena.
Io sto zitto, sospiro. “Certo che mi piace Marco” gli dico. “Da morire”. Gli dico e mi sento che ‘da morire’ lo dico piangendo e mi stupisco perché non voglio piangere, e invece sto piangendo, come se da un ginocchio fosse sgorgato sangue all’improvviso, nel mezzo di una partita di calcio.
“Oh cazzo” dice Marco.
“Non voglio” dico, e mi fermo perché sto continuando a piangere e dico vaffanculo, due o tre volte, vaffanculo.
(tratto da “è facile smettere di scrivere se sai come farlo”, fabrizio venerandi, prossimamente presso GEI)
medieva
maggio 29th, 2011 § Lascia un commento
Sao ke kelle terre sono piene de orketti dico a bradamante che mi casta e dice nn kredo e dice andiamo a livellare e dice anche
e io dico nn so, dico qua lagga tutto e infatti vedo a scatti i draghi e i troll tutto mi va a scatti e nn so questa millenaria computazione keste terre composte in strutturali complessioni sono Palus Putredinis, dimora di orketti e draghi di sesto livello e bradamante mi dice sei lollissimo, dài, m’invita e io vedo: vedo che sei in un antro scuro e tenebroso, vedo che c’è ghiaccio, sei castato mi dice bradamante e io dico, k, dico ho freddo, dico sto male, e lei dice nn, sei restorato, hai forza full, agilità full, cibo full, sei full, andiamo a livellare????, e io dico k, ma in real life sto una merda.
In real life domani vado a mediorama, vado a cercare skeda audio e video con 1 giga di ram e chip dedicatissimo, vado a cercare anke nuova tastiera moddata per medioevo, tasto spell, tasto kill, tasto chat, tasto speak, tasto cast 39,99 euro sto una merda penso devo killare, bradamante dice è roba da poco, troll di secondo livello roba che si killa in auto, tanto chattiamo, bradamante è lì che mi tiene per le braccia ma bradamante è a 376 kilometri di distanza, dice google maps.
A mediorama nn c’è niente, una volta sono stato a mediorama per sei ore e poi alla fine ho preso una cosa che costava 16,99 e ho scoperto che ero senza i soldi, lasciati dal desktop, sei ore e nn ho comprato niente mi sentivo una merda, uno stronzo sono uscito di corsa da un’uscita speciale per gli stronzi, ho gridato per il corridoio, da mediorama è pieno di fica.
Se laggo è colpa del server, guerrieri, elfi, maghi e chierici connessi in dsl in massa e il server lagga, crolla, ha troppo successo dicono, dicono che va da dio, dicono che usciranno delle nuove espansioni, speriamo: bradamante è andata avanti, ha un culo quadrato, grosso, da chierica elfa ma ho il dettaglio della skeda video troppo basso, sento l’odore del vento, l’odore del vento è la ventola della skeda video che va a mille, senti l’odore del silicio, da dove viene estratto il silicio, wikipedia.
Eccolo il primo troll, spada dx 1000, troll è lì da millenni ad aspettarci dall’inizio del medievo, quando è iniziato il medievo, wikipedia, il troll attacca bradamante che fa uno spell, ora bradamante è una pioggia, bradamante è di chieti e ha un figlio che fa il turistico alberghiero, mi sono fatto alcune cose pensando a bradamante. In cuffia la voce di bradamante è erotika, dice cose tipo oh poi c vediamo. In jpg bradamante è fica ma sembra mia madre. Una notte eravamo in palude, rest, mangiavamo frutta per prendere forza e bradamante mi ha detto che lei si faceva i compagni di classe di mattè. Che era giovane dentro ke kazzo.
376 kilometri, il troll mi colpisce, lo skudo era fratturato, ma bradamante mi casta e mi restora, nn perdo forza, lo colpisco più forte che posso, ho spada con rune elfiche, droppo lo skudo fratturato e prendo ascia nana bipenne, mi getto contro troll che esplode in sangue, skizza in quadrettoni, domani skizzerà più liquido, dopo mediorama. Killato dice bradamante e mi chiede di venire in voce e io nego la connessione voce, sono senza niente.
Ho armatura da 600px difesa, ma sono nudo in real life sono sul divano con la tastiera sul cazzo e ruoto l’ascia nanica e penso a bradamante, alle tette di mamma bradamante, nel jpg aveva un occhio rosso e uno azzurro, lenti.
Dàiiii vieni in voceeeee, mi prega bradamante e io penso ke se la sento in cuffia poi mi joysticco la carne, ha quella voce che mi fa joysticcare la carne e poi lei ride è già successo, una volta lei mi diceva cose tipo come è fatto il tuo joystick??? ma lo tieni in mano???? e rotfl e si capiva che diceva joystick ma pensava cazzo e io alla fine sono venuto sulla keyboard wireless che mi sono spaventato, nn lo avevo sentito arrivare, pensavo ci volessero ancora millenni del cazzo.
Entriamo in questo dungeon, tutto è molto dettagliato in 3d, bradamante adesso è un vapore che gira per le stanze e mi dice cosa c’è dentro, mi dice che ci sono numero tre troll ancora e c’è un nano in connessione che sta aspettando un reset, mi dice che vuole venire in voce, ed è un vapore che può entrare in tutte le cose bradamante, certe cose le capisco perché anche io ho avuto una fidanzata qualche anno fa, mia madre nn è bradamante nn capisce internet nn capisce i computer mia madre è ancora periodo televisione, sta ore davanti alla televisione finché nn si addormenta, io prendo un plaid quando vado al cesso e la copro con un plaid e la lascio dormire perché mia madre come mestiere fa infermiera e quindi ha turni di lavoro molto stressanti, le persone periodo televisione mi fanno pena perché vivono in ritardo di millenni su tutto, si fidano di quello che gli viene detto, nn hanno motori di ricerca nn possono confrontarsi, chattare andare nel medioevo, la loro vita è normale, è come la vita di mia madre, bradamante mi ha detto che per lei internet significa essere viva, che senza internet la vita sarebbe una merda, che la prima volta che se ne è resa conto si era spaventata ma poi ha detto, eh beh?, imho ha ragione lei, la vita è una merda se nn ci fosse internet, una volta era caduta la luce a chieti e bradamante ha detto che nn stava ferma, guardava il computer spento il modem spento, alla fine si è messa a piangere al buio nn sapeva cosa cazzo fare mi ha chiesto il mio cellulare nel caso capitasse di nuovo almeno parla con me, le ho detto di no.
La real life è un’altra cosa. L’unica cosa che vorrei è scopare con bradamante anche se ho paura che mi farebbe skifo. Perché scarico le jpg e i dvx porno, dove ci sono donne porno che fanno sesso in ogni modo, ho visto cose porno che nn pensavo che si potessero fare, intendo dire legalizzate
e alla fine sembra una cosa così facile, se guardi film porno sembra che tutto il mondo nn aspetti altro che fottere, che tutto il mondo sia fatto da persone che ogni due secondi si alzano la fica o si slacciano il cazzo e scopano e donne che se lo prendono in bocca immediatamente e tanti cazzi anche assieme e poi invece stacchi il computer, esci e sei tra gente che cammina, e parla e si incazza, e gente che suda e vomita, che cerca un posteggio e altra gente che cammina e non guarda niente e ti rendi conto che nessuno scopa, nessuno nella real life scopa così facile, sono tutti immersi nella merda e scopare è una fortuna, capisci che è uno stato di grazia riuscire a scopare in mezzo alla merda e e al nervoso che ti fai tutti i cristo giorni in real life, e solo prendere una mano significa sentirla sudata, o sentire la puzza del cazzo di quella ragazzina, insomma, scopare è una cosa che viene meglio da soli, fai più cose, te ne immagini un casino, te la gestisci meglio. Imho.
Il nano ha orientamento casuale mi dice bradamante non sappiamo se ci attacca, anche io sono orientamento casuale, anche bradamante, sono tre mesi che io e bradamante stiamo attaccati 12/24, 7/7, dice che vuole conoscermi io le dico di stare alla larga che non sono un tipo, poi ho paura degli odori, ho paura che non mi viene duro abbastanza, ho paura che mi fa schifo, ho paura che poi mi si attacca, ma lo stronzo son io che le ho anche detto ‘tu mi kasti il kuore’ erano le cinque del mattino e l’avevo in cuffia che parlava diceva delle cose mentre su medieva il sole era a 16 bit in rendering tempo reale, mi diceva delle cose sull’amore e io ero sdraiato che mi joysticcavo e le ho detto tu mi kasti il kuore e lei ha fatto un respiro, cazzo, un respiro che era in digitale ma mi sono messo a sudare tutto e lei ha detto ke tenero, ha anche detto come moccia.
E stasera ci lanciamo sul nano che dice fucking bastards, dice stay away from me e bradamante me lo butta addosso e io vado di spada elfica e sono stracastato da bradamante che lancia delle palle di fuoco 400px, il nano dice ancora fuck!!!!!!1!!! e poi diventa una luce ed è off-line, rekiem, restano gli oggetti droppati per terra e prendiamo diademi e anelli e alcuni spells in pergamena, prima che torni siamo alla scala del secondo livello.
Il secondo livello si carica a pezzi, metto la visio 3d e uso uno spell luce per vedere buio e i non-morti, se penso che una volta i non-morti mi killavano solo se si avvicinavano e io li temevo e scappavo mentre ora un non morto lo tocco e si sfascia e esplode con un suono di carne, ecco capisco che in questi mesi sono progredito con il mio personaggio medieva, che ho fatto un casino di punti experience e che il mio personaggio ora ha 1 spessore e diventa sempre più esperto e conosce le cose della vita medieva, capisco che ho fatto bene a tirarlo su e non perdere tempo con ghost e multipersonaggio, ma stare solo con lui con server pubblici e non privati e devo anche dire che è grazie a bradamante che mi ha preso sotto di lei ke sono cresciuto tanto che ieri un senza-guscio mi ha chiesto se lo castavo e lo portavo nei dungeon a livellare con lui cose piccole per crescere un po’, mi sono sentito uno esperto e grande, gli dicevo le cose, ero tranquillo e lo portavo in giro e attaccavo troll di terzo livello anche e quando li stavo per killare uscivo dal combattimento e dicevo al senza-guscio di entrare lui che ormai il troll era mezzo morto e lui entrava e lo killava, faceva punti xp e mi diceva grazieeee, mi ha detto che sono un mito, che l’ho aiutato un casino a crescere.
Nella mia classe siamo in due a giocare a medieva ma non ci vediamo mai, nella mia classe siamo in ventisei e abbiamo dei problemi, specie con il prof di pascal perché ci sta sul cazzo a tutti, il prof di pascal è uno atletico, fa palestra pesi e noi gli diamo della merda di continuo perché a nessuno gliene frega niente del pascal e quando siamo in labo ci colleghiamo con medieval o i forum o cerchiamo con google i siti della cabrio e lui si incazza dice che dobbiamo fare pascal, una volta gli abbiamo detto che a noi non ce ne frega un cazzo e ci siamo messi tutti a farci i cazzi nostri e lui ha detto che ci sospendeva o che ci bocciava, urlava e si metteva tra noi e il monitor, sembrava un troll che spunta dal nulla e noi gli abbiamo detto ‘e chi se ne frega’, distrattamente perché stavamo usando internet e non potevamo stargli troppo dietro. Lui ha detto che andava dal preside ma prima ha staccato tutti cavi dal router ed è uscito dal labo con il router sotto la giacca, e noi gli urlavamo no proffe, ci lasci almeno il router! lo tiravamo per la giacca, cercavamo di chiudergli la porta, lui non sapeva se ridere, urlava invece, eravamo felici. Ci hanno dato la settimana dopo un lavoro socialmente utile che era dare il bianco all’atrio, abbiamo dato il bianco.
E bradamante mi dice guarda ke se non mi fai venire in voce io vengo da te eehhh, in real lifeee e io le dico che non sai manco dove sono, e lei dice ah noo? e dice anche >:-| e anche sono a 376 kilometri da te e mi dice anche come mi chiamo e il nome della mia città e della mia via in real life e io penso caaazzoo, mi viene una para durissima sono bloccato davanti a bradamante e le dico e come lo sai?? e lei mi dice sono una maga no? e dice anche
)) e io no dài come cazzo hai fatto e lei dice rotlf e dice che sono tenero e lollissimo e poi mi spiega che ha fatto i motori di ricerca e mi ha preso, ke tre anni fa ho scritto in una chat che ero di XXX e che lei ha trovato i log in una cache di google e ha fatto delle ricerchine, ke sa molto di me e che ora o la faccio venire in voce o viene in real life e io dico che ho le cuffie rotte e che in real life tanto non viene che maga ma 376 kilometri sono in real life, sono un casino di roba, e allora lei zitta, non dice niente, e io non dico niente dico magari si è staccata, ma la vedo ancora elfa fika che ondeggia in 3d e poi chatta e dice sai cosa sono 376 kilometri per una che ti ha kastato il kuore? e io dico sono un sacco di roba, e lei dice no, sono tre ore e mezza, e dice ke in real life lei ha anche un auto e ke tre ore e mezza e lei è lì da me a vedere un po’ questo cazzo di joystick e io dico 8-( dico non ci pensare e lei dice che non lo pensa e bradamante adesso non c’è più, diventa una nuvola e poi è off-line e io yello bradamante non fare cazzate! e resto lì, sono terrorizzato, vado in chat entro e esco e bradamante ha l’icona grigia con la X di disconneX, e io dico no, e resto nudo con la tastiera sul cazzo che adesso sta urlando anche lui, viene in voce quello e sono l’una di notte, alle quattro e mezza bradamante viene a livellare e io penso magari mi faccio una doccia.
Proust: fu vera morte?
marzo 25th, 2011 § Lascia un commento

Bava, roba che cola sul collo. Zuccheri. La fine di Proust, anzi l’incidente può essere fatto coincidere con quelle cose. Le cose che mangiava. Altri, a Cuba, venivano uccisi con una accettata in testa, da perfidi stalinisti, ma Proust, il buon Proust, mangiava brioches. Non si trasformava in scarafaggio, non aveva figlie bombarole e non guardava coso lì, gola profonda. No, il nostro sifilico Proust, novello Nanni Moretti, faceva cultura, beato, in poltroncina, masticando le sue brioches e bevendo caffellatte intiepidito dal buon vecchio servo. Bell, fedele Bell. Ecco. Proust avvicina la bocca alla brioches, ne strappa un morso, decapitando uno di quei capezzoli glassati, manduca, manduca ancora, tende la mano verso la tazza del caffellatte e in quel momento inizia a tossire.
E tossire.
E tossire.
E tossire e ancora. Paonazza. La bocca si apre, è orrenda pastoia.
L’aria non passa. Non arriva ai polmoni, non attraversa i canali ambulacrali e quindi non arriva al cuore e da lì attraverso i gangli venosi non raggiunge il cervello. Il cervello del buon Proust che comincia a ossidarsi, a sgonfiarsi, come di palloncino a cui non arrivi più elio. Tende ancora la mano, un tempo pargoletta, ora fornicatrice di nequizie. La tazza, scontrata cade a terra. PP della tazza a terra da cui esce il liquido scuro. Rumore di rantoli. Goodbye mr. Proust.
Ma fu vera morte?