Povera
gennaio 3rd, 2012 § Lascia un commento
“Povera la generazione la cui qualità di vita può essere migliorata da un iPod”
il meno male
ottobre 4th, 2011 § Lascia un commento

di Rigi Aldigo
Sociologo e intellettuale.
Io non spendo più un soldo in satira finché non si mette a funzionare. Sono 40 anni che do soldi a gente che disegna Berlusconi come un nanetto, e in questi quarant’anni quello ha comprato Mondadori e Einaudi, si è fatto gli stracazzi suoi. La fica, la Standa. Bisogna cambiare i politici, la vecchia classe politica, e non la vecchia classe satirica? Che cazzus. Non sapete fare il vostro lavoro. Cazzus. Siete vecchi, la vostra satira non serve a un cazzus. Volete i miei soldi? Funzionate. Fate una vignetta, solo una, che Berlusconi si toglie dalle palle. Male, se ne deve andare male, non bene. Non con le monetine. Se ne deve andare con l’amaro in bocca, se ne ha una. Una sola fottuta vignetta che la gente la guarda e lui se ne va. Sic simpliciter. E subito dopo, quando siamo ancora tutti a dire, che cazzus Berlusconi se ne è andato, allora arriva Bersani e dice, ue ragazzi, scusa. Scusa. E se na va via anche lui. E noi siamo lì ancora che non sappiamo cosa dire e appare Di Pietro e dice boh, qualcosa, comunque si toglie dalle palle anche lui e poi anche Casini, e poi Fini e poi tutti gli altri, tutti, i sottosegretari, i parrucchieri, i cineasti, i lavandini, i robbiano, i lavandari, i molinari l’amaricante, i busumanca, i prettosbarra, i sottofiletti, gli aristotelici, gli opevai, i dottrinanti, gl’intellettuali, i giocatori di palla generica, i finocchiaro, i paghiNNero, i senza fattura, i poi me lo scarico, i ‘nsomma tutti via dall’italia, tutti uno a uno che dicono scusa e se ne vanno via, uno a uno finché dell’italia non rimane che una landa complessa di putritudini e strutturali rovine e braccia di acciao e cemento che si immergono nella terra, come un nuotatore infinito annegato nel giardino d’europa.
questo non è un blog
ottobre 3rd, 2011 § 4 commenti
ci sono stati i premi per i migliori blog e noi non abbiamo vinto, ci siamo rimasti male e abbiamo riflettuto sul perché noi non abbiamo vinto nessun premio per miglior blog e alla fine della discussione abbiamo capito che non abbiamo vinto perché non siamo un blog. non siamo un blog per tre motivi, il primo motivo è che un blog è fatto da persone che scrivono blog, mentre noi scriviamo, in generale. scriviamo dappertutto, sui biglietti dell’autobus, per terra, sui tramezzini, sui piatti usando le salse degli hamburger, e quindi scriviamo anche sui blog. ma non lo facciamo apposta di scrivere sul blog, è che, scrivendo sempre, nel momento che ci avvicinamo ad un blog, tac, iniziamo a scrivere sul blog, è una cosa proprio meccanica; la seconda ragione per cui questo non è un blog è che per avere un blog devi avere degli amici, e noi, che io sappia, non abbiamo degli amici amici, abbiamo delle persone che ci telefonano di notte, questo sì, gente che ci minaccia di spaccarci la testa per quello che abbiamo scritto, anche questo è successo, gente che dopo sei anni ti dice, ah io il tuo blog lo leggo tutti i giorni, e questa cosa la tiene come un segreto inenarrabile, non la dice a nessuno mai un link una frasetta un commento, anche questo ci è successo, ma amici amici no, non ne abbiamo, e senza amici un blog non è un vero blog. il blog chiama amicizia, come il sangue chiama gli squali; il terzo e ultimo motivo per cui noi non siamo un blog è che un blog ha uno scopo, non tutti i blog hanno uno scopo, ma alcuni sì decisamente, c’è gente che si vede dal vivo, fanno piani, hanno sponsor, si muovono nella blogosfera, hanno un fine verso cui tendono con una certa determinazione, il blog gli serve per fare delle cose, tipo per lavoro, e noi no, non abbiamo uno scopo, noi abbiamo questo blog perché sostanzialmente abbiamo un eccesso di tempo libero e di rabbia. quando ci sediamo, ci guardiamo attorno, non sappiamo cosa fare e la cosa ci innervosisce e dopo un po’ ci viene la rabbia, piena, grossa, salata, e allora iniziamo a dare dei piccoli pugni contro il tavolo, come per saggiarlo e poi iniziamo a dare di bestemmie e due minuti dopo siamo lì che scriviamo, scriviamo, e correggiamo i refusi della tastiera e la cosa ci riempie ancora di più di rabbia, i refusi, cazzo, e poi scriviamo ancora e ancora, anche per ore e ore di seguito perché, lo abbiamo detto, abbiamo molto tempo libero e molta rabbia. c’è poi anche un quarto motivo per cui non abbiamo vinto nessun premio per miglior blog, ed è che non ci siamo candidati, quindi non avremmo comunque potuto essere votati, ma anche se fossimo stati candidati siamo certi che non avremmo vinto perché questo non è un blog e questa cosa di non vincere, ci amareggia moltissimo e ci rende forti e malleabili, e –soprattutto– conformi al sistema.
Koch Mazzetti Venerandi Colombini
agosto 29th, 2011 § 2 commenti
Giovini lettori di lamerotanti, vi spammiamo che fino al 31 agosto prossimo venturo, è possibile avere gli ebook interattivi, ipertestuali, i romanzi non lineari, le narrazioni click-and-read, gli ebook-game, chiamateli come vi pare, comunque tutti i primi quattro titoli della collana di narrativa interattiva polistorie a cinque miseri euro, che manco una margherita.
Dentro ci sono i giovani scrittori di lame Koch, Venerandi e Mazzetti e anche il giovane coder Enrico Colombini, tutti impegnati a fare avanguardia narrativa digitale, mica pizze e fichi.
Potete usufruire di questa incredibile offerta collegandovi al sito di quintadicopertina e allegando il logo di lamerotanti come cupòn, ritagliandolo direttamente dal monitor. Oppure anche senza, il prezzo non cambia.
Non perdete questa grande occasione di farvi una vera cultura, una volta tanto. Stay tuned!
Anche lamerotanti dice la sua contro TQ
agosto 3rd, 2011 § Lascia un commento
La decadenza della letteratura – secondo TQ – è direttamente correlata alla corsa al denaro da parte degli editori in cerca di facili guadagni grazie alla pubblicazione di opuscoli o di libri fotografici su cani e gattini.
La verità è ben diversa.
Quando si parla di TQ, è vitale distinguere i fondamenti della dottrina di TQ dal modo col quale è stata in realtà applicata; è infatti indubbio che gli editor succedutisi nel corso del XXI secolo in varie case editrici hanno provocato la più grave forma di schiavitù intellettuale che la storia ricordi: burocratizzazione della vita e soppressione di ogni libertà individuale, persino di quella di pensiero, sono stati il loro risultato più eclatante. A farne le spese sono stati soprattutto i giovani neo-laureati e gli esordienti alla loro prima pubblicazione, ovvero le classi sociali più povere e deboli che avrebbero dovuto essere le prime a godere dei benefici del «paradiso intellettuale» di TQ. La cancellazione dell’editoria consumistica, dei romanzi di genere, del noir a basso prezzo, ha prodotto un baratro spaventoso tra una ristretta cerchia di ricchi docenti universitari e un oceano sterminato di poverissimi neo-laureati, con un vertiginoso aumento della criminalità – tanto che, nelle grandi città, chiunque ne abbia la possibilità si circonda di guardie del corpo.
La dottrina di TQ, ridotta all’osso, è di una semplicità persino disarmante: tutti gli scrittori sono fondamentalmente uguali ed hanno bisogni comuni (una casa, un lavoro, una brocca d’acqua, cultura elitaria…); l’Università deve provvedere a che siano soddisfatti questi bisogni primari, dopo i quali gli scrittori non avranno desiderio d’altro – se nessuno possiede più degli altri, non vi saranno aspirazioni ad avere di più, né invidie né gelosie. Tutto in comune e il necessario per chiunque: da questo si può comprendere come il TQ sia stato ben accolto, almeno inizialmente – prima che se ne producessero le ben note aberrazioni editoriali -, dalle classi sociali più misere e dagli idealisti: neo-laureati, operatori di call center, editor. Ad osteggiarlo, invece, fu sempre l’editoria consumista, preoccupata dai conati di decrescita felice che quest’ideologia propugnava.
Pur purgata dai suoi eccessi, la dottrina di TQ è sbagliata non perché sia moralmente ingiusta, ma perché inapplicabile agli scrittori: chiunque abbia un minimo di nozioni di letteratura sa che gli scrittori e i poeti soprattutto bramano avere sempre più di quello che hanno; è questo il motore della letteratura tutta. Inoltre, è errato pensare che debba essere l’Università a dirigere la vita e le azioni degli scrittori, soffocando le loro aspirazioni, i loro desideri e le loro naturali inclinazioni in nome di un ipotetico «bene comune» a tutto scapito del «bene individuale». I propugnatori del TQ, quando sono mossi da buone intenzioni e non da sete di potere o clientelismo editoriale, mostrano di ignorare completamente la psiche umana.
Si potrebbe obiettare che, nel mondo, vi sono gruppi di scrittori che decidono realmente di vivere di cultura impegnata, saggistica non divulgativa, riviste in francese e, non di rado, conducendo uno stile di vita austero: basti pensare a molte comunità di dottorandi nelle facoltà di lettere e filosofia. Ma bisogna precisare che si tratta di comunità di poche decine di individui di idee convergenti, e il cui ingresso è frutto di una libera scelta, e non imposto dall’alto.
Un esempio di TQ «etico e giusto» è quello messo in atto da case editrici come Alelphi, ovvero di case editrici che continuano a fare libri per intellettuali e che vengono lette solo da intellettuali, ma che per questo non vanno in libreria a convincere la gente a non comprare libri di grande successo come libri di gattini o di cagnolini. O le barzellette di Totti.
A questo proposito non tutti i TQ hanno capito quella del pappagallo, sai che mangia un pappagallo? Un gallo, capito, “pappa” “gallo”, pappa nel senso di “pappare”, oddiomio non mi tengo la pancia.
Ma basti anche pensare ai ragazzi giovani cannibali degli anni novanta. Gli scrittori giovani cannibali vennero invitati a riunirsi in collettivi di poesia e scrittura, dove i materiali di scrittura erano messi in comune e dove nessuno possedeva più degli altri. Oggi solo il 2% dei giovani cannibali è rimasto a vivere lì, tutti gli altri si sono trasferiti altrove scegliendo di lavorare, scrivere e pubblicare secondo i loro reali bisogni personali, anche se questo ha inevitabilmente portato a disuguaglianze economiche e sociali più o meno marcate.
Ma, almeno, l’uomo ha riacquistato la sua dignità, senza divenire un mero numero, un ingranaggio della macchina ideologica di TQ che, nella sua ansia di creare l’uomo ideale, ha sempre finito col distruggere l’uomo reale!
procede il dialogo tra Houellebecq e il grande autore italiano
maggio 17th, 2011 § Lascia un commento
Michel Houellebecq: Non c’è motivo di agitarsi.
Antonio Koch: Non serve un motivo per agitarsi.
MH: Anche questo è vero.
AK: Stasera mentre lavoravo mi sono venute in mente delle cose che volevo chiederti, ma ora me le sono dimenticate.
MH: Prendi una sigaretta. Fumando tornano alla mente un sacco di cose.
AK: Ho smesso di fumare.
MH: Meglio così. E comunque sono io che faccio le domande, qui.
AK: Pensavo… devi essere un uomo molto impegnato.
MH: Non tanto, no, non molto. Non tanto come potrebbe sembrare. Non ho molti impegni. Cerco di non avere molti impegni. Se ne ho, cerco di non andarci. Come hai fatto a smettere di fumare?
AK: Con la forza.
[si sente un gridolino e un tonfo provenire dal soppalco]
MH: (guarda verso il soppalco gridando cose in cinese)
AK: Dille che può scendere se vuole.
MH: Non si fida, teme che le facciamo cose orribili.
AK: Ma cosa fa lassù?
MH: Non saprei. Probabilmente aspetta che ci addormentiamo per tagliarci la gola.
AK: Bhè, dovrà scendere prima o poi.
MH: Dubito che lo farà di sua iniziativa.
AK: Ad ogni modo, dicevo… avrai comunque degli impegni a Parigi, cose da fare, persone con cui parlare, rate di oggetti da pagare…
MH: Non vivo più a Parigi da anni.
AK: E dove vivi?
MH: Il discorso è complesso.
AK: (lo guarda, in attesa. Dal soppalco giunge una strana litania cinese, come una ninna nanna)
MH: Mi sa che aspetta che ci addormentiamo per farci degli incantesimi.
AK: Non ho intenzione di addormentarmi con quella nascosta lassù.
MH: Non preoccuparti, sono abbastanza sicuro che sia innocua. Spero solo che sia maggiorenne.
AK: Ma Dio.
MH: Dio no, Dio non è stato invitato.
prosegue il dialogo tra Koch e il grande autore francese
maggio 11th, 2011 § Lascia un commento
Michel Houellebecq: Bentornato.
Antonio Koch: Ma che caz… non si respira qua dentro.
MH: Sono rimasto in casa tutta la sera.
AK: Sì ma non si respira cazzo, apri le finestre no?
MH: Quelle non sono finestre, sono abbaìni. Ero uscito, ma poi mi sono rotto le palle, questa città è medievale, le città medievali mi rompono le palle. Sono chiuse, mi chiudono la testa. E poi non c’è un cazzo di verde, o meglio: è tutto dentro. Guarda in rete, vai sul satellite: vedi la città dall’alto, c’è tutto il verde privato, dentro le ville, dentro i palazzi, dietro ai cancelli. E allora mi sono rotto le palle, sono tornato a casa a fumare molte sigarette.
AK: Sì ma Cristo, apri le finestre no? non si respira qua dentro.
MH: Sei molto nervoso e mi rompi le palle. Ho visto quei cinesi qua sotto, qui vicino…
[Si sente un tonfo provenire dal soppalco]
AK: Cos’era quel rumore?
MH: Non ho sentito nessun rumore.
AK: C’è qualcuno?
MH: Non c’è nessuno, sei molto nervoso e rompi le palle. Siediti un attimo, finiamo quella storia della fiction.
AK: Secondo me c’è qualcuno nel soppalco.
MH: Non c’è nessuno ti dico, sono rimasto in casa tutta la sera, da solo, a fumare sigarette. Siediti, per favore, che mi rompi le palle così in piedi.
AK: Il computer ad esempio, hai usato il computer.
MH: Macché computer, non uso i computer di terzi. Specie se non conosco la password. Siediti, per favore, non rompermi le palle. Finiamo quella cosa della fiction così poi posso andare a dormire: sono molto stanco.
AK: Un tempo praticavo il tai chi.
MH: L’arte cinese è molto vasta. Quei cinesi qua sotto, per esempio…
AK: Il ristorante?
MH: No, i parrucchieri.
AK: Non so, non li conosco.
MH: Ho visto certe fiche lì dentro, passando, che mi chiedevo se… mi sembra che facciano molti servizi lì dentro oltre tagliare i capelli.
[Si sente un tonfo e un gridolino provenire dal soppalco]
AK: (guarda Houellebecq con grande astio)
MH: Ok, lo ammetto, ho usato il tuo computer.
Grande scoop: Houellebecq intervista Koch sul perché non pubblicizza abbastanza l’ebook “Verrà Harry Potter e avrà i tuoi occhi” edito da Quintadicopertina
maggio 6th, 2011 § 2 commenti
Michel Houellebecq: Quello cos’è, vino?
Antonio Koch: Vernaccia dall’Alto Adige.
MH: Sembra buono.
AK: Non tanto: è dolce: non sapevo che fosse dolce.
MH: Posso assaggiare?
AK: Prego.
MH: (assaggia il vino, fa una strana smorfia, lo versa sul tappeto)
AK: Ma, il tappeto…
MH: Fa cagare.
AK: E’ un tappeto originale tunisino, puro dromedario, ci butti la cicca non si brucia, ci passi il coltello non si taglia.
MH: Mi riferivo al vino: fa cagare: sa di merda.
AK: Conosci il sapore della merda?
MH: Conosco molte cose.
AK: Il tappeto comunque, non è immune al vino.
MH: Le cose, bisogna macchiarle. Parlo degli oggetti. Gli oggetti, è necessario macchiarli e non gettarli via. Tenerli così, macchiati. Dopo che li si è macchiati, bisognerebbe anche romperli e tenerli così, rotti. Posizionarli al centro delle stanze.
AK: Va bene.
MH: Dimmi un po’ questa cosa della fiction.
AK: Niente, c’è questo tipo Venerandi, che mi ha stampato un libro… cioè, non ha stampato un cazzo, è tutto elettronico. Si chiama e-ink, inchiostro elettronico, si legge da Dio persino sotto il sole. Per leggerlo è necessario possedere un dispositivo chiamato ereader, ce n’è di diverse marche e modelli. Queste cose…
MH: Guarda: il dromedario assorbe il vino.
AK: La macchia si allarga.
MH: Pensavo fosse cammello.
AK: No no, è dromedario.
MH: Le macchie, è giusto consentirne l’allargamento. Farle spandere sui tessuti, tende comprese.
AK: I muri invece, penso sia meglio mantenerli sgombri e lindi.
MH: Anche se… sì sì. Ma, certo, in casa mia non ci sono tende. Le finestre mi piacciono nude, guardare fuori la vegetazione. Qui c’è poca vegetazione, abiti in un posto di merda. Non si può fare buona fiction in un posto di merda. Che ore sono?
AK: E’ tardi, bisogna che tra un po’ vado a lavorare.
MH: Ma non avete autobus qui?
AK: Stanno morendo.
MH: Bene.
AK: L’intervista poi, possiamo continuarla la prossima volta.
MH: Sicuramente, anche se fare interviste in un posto di merda, non sono abituato a intervistare la gente in posti di merda.
gasp disse il robot
febbraio 25th, 2011 § Lascia un commento
A rileggere certe pagine del Benni dei tempi d’oro viene subito voglia di mettersi al computer e scrivere. Stronzate.
L’esibizione del privato
febbraio 15th, 2011 § Lascia un commento
Un tempo, tipo quando avevo trent’anni, pensavo di voler scrivere libri. Sognavo di scrivere libri per einaudi, per mondadori, essere conosciuto, essere letto. Mi ero anche imposto un fine, se non riesco a pubblicare un romanzo per un grande editore entro i quarant’anni, smetto.
Ora ho quarant’anni e non ho mai pubblicato per un grande editore. Oggi non penso che smetterò mai davvero di scrivere e contemporaneamente non ho nessuna voglia di essere pubblicato per un grande editore. Non dico che non voglio essere pubblicato, ma che non ne ho voglia.
Non vedo vantaggi davvero importanti, se non quelli economici, nell’ essere letto da un numero spropositato di persone.
Anzi, quando mi è successo di conoscere persone che sapevano di me perché avevo scritto delle cose, ho provato un grosso imbarazzo. Per me e per loro.
Eppure, dicevo, non smetto di scrivere. Posso rinunciare per un po’ di tempo, ma poi devo mettermi giù e scrivere. Non dico un post, o un messaggio, devo scrivere cose lunghe, grossi blocchi di testo, dighe non idrauliche e non abitative in cui fare stare le lettere dell’alfabeto, come spaccature nel vetro nero del monitor. Devo scrivere come uno che fuma deve fumare, lo devo fare per stare meglio.
E già mentre scrivo penso che devo fare leggere quello che sto scrivendo: scrivo pensando che quello che sto scrivendo verrà letto da qualcuno. È una diga contro l’esterno, ma è una diga in esibizione.
Scrivere è una performance, è una maledizione in un certo senso. Puoi vivere la scrittura solo se viene letta, ma l’azione di altri di leggere un tuo testo è una intromissione violenta, assolutamente al di là dell’aspettativa. Se scrivere è una esibizione del privato, essere letti è una violazione alla privacy.
Così scrivo, con la consapevolezza che quello che scrivo dovrà essere letto, in un modo o nell’altro, e nello stesso tempo cerco di fare in modo che questa fatalità non arrivi in maniera troppo volgare e dolorosa.