Il povero, povero pene di Sem

marzo 22, 2013 § Lascia un commento

La cosa era cominciata lentamente, all’inizio non se ne era nemmeno accorto. Era stata una specie di sorpresa all’incontrario, ma non un dramma, la prima cosa che gli avevano detto era che non si trattava di un dramma, anzi, era una cosa abbastanza normale, era una cosa che succedeva a più dell’ottanta per cento dei maschi, non c’era niente di strano. Se Sem avesse iniziato a considerare la cosa come un dramma, la cosa sarebbe andata sempre peggio, più Sem ci avesse pensato più la cosa sarebbe peggiorata, in maniera progressiva e certa. Bisognava invece ragionare in maniera nuova. Non era un dramma, era una novità. Poteva essere anche visto come un passaggio da uno stadio ad un altro stadio, così gli avevano detto, anche se -avevano aggiunto- Sem era ancora giovane.
In realtà, le prime volte Sem aveva pensato che la colpa non fosse la sua, ma che fosse l’apertura della ragazza che si era allargata. Era più grossa, o troppo lubrificata, qualcosa comunque non stava andando nella direzione giusta. Aveva caldo ai piedi, sentiva qualcosa che gli dava fastidio nei vestiti o nelle coperte. C’erano dei rumori. C’era puzza. Le coperte erano troppo pesanti. I piedi battevano contro il fondo del letto. Le coperte erano troppo umide. Pensava che non gli sarebbe venuto duro abbastanza: questo non le prime volte.
Le prime volte era convinto di avercelo duro, se lo sentiva duro, ma quando per qualche motivo lei lo toccava si rendeva conto che lui lo sentiva duro, ma non era così duro come pensava. Anzi. Aveva l’impressione che fosse duro, ma non era duro. No. Era una merda.
Il medico aveva detto che le cose gravi potevano essere due: un tumore alla prostata o un cancro al cervello. Il tumore alla prostata impediva le erezioni, mentre il cancro al cervello si mangiava la parte del cervello che avrebbe dovuto mandare l’impulso di gonfiarsi al pene. Queste erano le cose peggiori ed erano quelle che andavano escluse subito.
“Dobbiamo fare delle analisi del sangue, complete” disse il medico mentre nello schermo del computer dietro di lui piccole bandiere di Microsoft Windows si avvicinavano sempre di più fino a sparire nel nulla.
Uscito dallo studio medico Sem si era chiesto quale era la cosa peggiore, se il tumore alla prostata, il cancro al cervello o essere impotente, uno con il cazzo mollo. Ad un certo punto Sem pensò che il cazzo mollo sarebbe stato un modo per cambiare un po’ di abitudini.
Una delle prime cose che Sem fece mentre aspettava le analisi del sangue, fu quella di masturbarsi. Era davvero molto tempo che Sem non lo faceva. Si sedette sulla tazza del cesso, sospirò e prese in mano il cazzo. Lo guardò, per un tempo abbastanza lungo. Gli sembrava qualcosa di estraneo, un appendice aggiunta all’ultimo. Era brutto. Quelle vene diseguali, quella pendenza della carne, la parte bavosa in punta, e poi la peluria alla base, lo scroto; niente, Sem aveva sempre pensato che l’unica cosa affascinante del suo pene era il miracolo di sentirselo duro. Sentirlo scontrare contro i boxer, contro i pantaloni. L’orgasmo era anche meno importante, l’orgasmo era un po’ un modo elegante per chiudere.
Mentre si masturbava Sem sentiva come se il cazzo fose cavo, come se dentro ci fosse un canale. Come se dentro il suo cazzo ci fosse un pezzo di vegetale, un interno soffice di cotone vegetale che all’improvviso faceva venire fuori quello che doveva venire fuori, con un brivido spiacevole e sciocco. Di solito non era così, non era quasi mai stato così. Sem guardava il rotolo della carta igienica come se lo vedesse per la prima volta nella sua vita e non capisse a cose potesse servire quel cilindro.

Erano le prime cose da escludere. Una volta escluse quelle, che il medico diceva essere le peggiori, allora si poteva tirare un sospiro di sollievo. Non che il problema fosse risolto, diceva il medico, ma era un problema diverso. “In quel caso -affermava- è la testa”. Nel senso un problema di testa, un problema nervoso.
Sem sperava che fosse qualcosa. Che ci fosse qualcosa di fisico. Che le analisi del sangue fossero sballate, che i valori fossero assurdi, che sotto la sua pelle ci fosse una battaglia in corso e che il cazzo non fosse che l’ultimo problema di Sem, che al cazzo non avrebbe dovuto pensare per molto molto tempo. Che fosse una malattia enorme, totale. Che non fosse qualcosa legato alla sua vita, al fatto che la vita di Sem era una merda.
Non un problema nervoso, non qualcosa che avrebbe potuto affrontare solo rivedendo interamente la sua vita, anche perché Sem pensava che la sua vita era una merda ma che andava benissimo così. Che conosceva persone che facevano una vita di merda che in confronto la sua era cioccolato. Che la sua vita era una merda solo perché lui pensava che fosse arrivato a quel famoso punto di non ritorno, che non poteva inventarsi niente di nuovo. Quello che Sem pensava della sua vita era che doveva resistere fino alla morte senza fare troppe cazzate, andare avanti giorno dopo giorno vivendo il meglio possibile. Andare a teatro, sedersi, aspettare le telefonate, prendere le prenotazioni, vendere i biglietti, uscire da teatro, andare a scopare, dormire. Questa era la vita di merda di Sem ed era quello che Sem desiderava. La considerava di merda perché non era felice, ma era tranquillo.
Felice era una cosa diversa, felice erano cose tipo scosse di adrenalina, essere famoso, andare in posti, fare cose incredibili, essere conosciuto. Cambiare il mondo. Felice voleva dire significare qualcosa, mentre Sem stava più semplicemente passando sul pianeta terra. Oggi visita turistica sul pianeta terra, si scende per un po’ più di mezzo secolo, si fanno delle fotografie, dei figli e poi si tirano le cuoia. Fine della visita, quello che pensava della sua vita era questo, doveva arrivare alla fine della vacanza senza essere caduto in disgrazia. Il cazzo mollo era una disgrazia, in un certo senso.

(tratto da Bisanzio ovvero la fotografia dell’animale, opera mai conclusa)

Scusate

febbraio 26, 2013 § Lascia un commento

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non potrete scrivere di nuovo queste cose su di un blog parte ventunesima

dicembre 28, 2012 § Lascia un commento

dal vivo poi, figurarsi, perché sto scrivendo, per necessità, cura, grazia, sto scrivendo perché ho un tavolo da biliardo vicino alla tastiera, tanto vicino, voglio dire, da poterci dare una gomitata mentre bevo il caffè del primo mattino e il caffè, così sollecitato, casca sulla mia tastiera che costa un botto, nel senso che non esiste più, non la fanno più e io sono terrorizzato, da ora in poi non correggo più gli errori che faccio, sono terrorizzato, la stacco amorevolmente, la porto in cucina la pulisco la accudisco, la netto con i cotton fioc, tutto questo alle sette del mattino e poi mi dico l’acrò rotta, l’aVrò distrutta, la sua circuiteriria sarà davvero cortocircuitata e le mie parole ferme per sempre? sguardo drammatico verso la telecamera, mai fidarsi di un gemelli, o almeno non del sottoscritto, anche nei momenti di grande tragedia si vedono che le lacrime sono posticcie, che la barba è di fachiro, non è vero, nel momento delle grandi tragedie anche io sono stato male, fidatevi del mio dolore, un tempo forse no, un tempo forse mi vedevate soffrire, con lo sguardo che sembrava fisso verso l’infinito e invece era acidità di stomaco, adesso sono stato male, ho visto le cose da tutti e due i lati, sono stato dentro al budello e ho visto che basta poco e niente per passare dal paradiso borghese, dalla bella felicità del’inserimento sociale e affettivo, alla parietaria del niente, del non potere, del non avese senso, del non poter prendere o lasciare di cadere pe sempre come in quel videogioco in cui si fanno buchi nelle pareti per passare da un posto all’altro, l’eterna caduta, diove per eterno si intende un posto in cui si sta talmente male ch cinque minuti sono un infinità di tempo da passare a letto senza muoversi senza vere la forza di muovere un muscolo, la voglia, la necessità, di sapere che un caffà bollente che ti rotola addosso non ti rovina niente se non la pelle, la voglia di dire di tirare avanti di maledire: eppure poi viene la voglia di vedere se funziona ancora, se parla la cosa che volevi dire, mi sto perdendo, vi ho già perso, la tastiera sembra funzioanre anche se un tasto fa un suono strano per ricordarmi che anche lui non è più come prima che tutto si rovina per sempre ed è questo che ci rende così affascinanti e curiosi e instabili e instancabili e rotti e aggiustati nellos tesso tempo e desiderosi di cambiare e di rimanere per sempre eterni come quelle statue che il viaggiatore lovecraftiano andava a cercare la notte nelle isole più distanti dal centro dei suoi sogni

In Italia non c’è trippa per piccioni

marzo 16, 2012 § Lascia un commento

rigi aldigo

di Rigi Aldigo
Sociologo e intellettuale.

L’Italia è in ritardo. È una provincia dell’impero, non c’è innovazione, non c’è ricerca. Cosa ci vuole per fare della seria innovazione? Ci vuole talento, curiosità, decisione, una sede fiscale in Lussemburgo e gli operai in Cina. Noi abbiamo invece i cinesi in casa nostra. Cinesi che fanno ristoranti cinesi che se ci vai a mangiare a pranzo per due o tre volte di seguito ti esplode il fegato, infatti i cinesi di nascosto mangiano i gli spaghetti. Le lasagne. La pasta in bianco. Le vongole. Chiamali scemi. Non c’è innovazione, non c’è ricerca.
Non abbiamo le figure di grande spessore come un Zuckerberg. Non abbiamo quello spirito nell’innovazione che ha portato a invenzioni come Hungry Birds. Non sappiamo far alzare la nostra ombra da terra. O anche cose più semplici come fare soldi. Non sappiamo fare soldi. Lasciate perdere le ombre, che sono roba buona giusto per i cinesi. Staccare le ombre, come cazzo. Non sto bene. Non abbiamo i soldi, le idee. Andiamo avanti con i franchising, abbiamo l’anima in franchising. I coiti in franchising, le idee in franchising. I gadget, gli stipendi. La nausea. Anche quella in franchising. Lasciami dire. Lasciami il braccio. I piccioni. I cazzo di colori. Il cobalto. Lasciami dire.

il meno male

ottobre 4, 2011 § Lascia un commento

rigi aldigo

di Rigi Aldigo
Sociologo e intellettuale.

Io non spendo più un soldo in satira finché non si mette a funzionare. Sono 40 anni che do soldi a gente che disegna Berlusconi come un nanetto, e in questi quarant’anni quello ha comprato Mondadori e Einaudi, si è fatto gli stracazzi suoi. La fica, la Standa. Bisogna cambiare i politici, la vecchia classe politica, e non la vecchia classe satirica? Che cazzus. Non sapete fare il vostro lavoro. Cazzus. Siete vecchi, la vostra satira non serve a un cazzus. Volete i miei soldi? Funzionate. Fate una vignetta, solo una, che Berlusconi si toglie dalle palle. Male, se ne deve andare male, non bene. Non con le monetine. Se ne deve andare con l’amaro in bocca, se ne ha una. Una sola fottuta vignetta che la gente la guarda e lui se ne va. Sic simpliciter. E subito dopo, quando siamo ancora tutti a dire, che cazzus Berlusconi se ne è andato, allora arriva Bersani e dice, ue ragazzi, scusa. Scusa. E se na va via anche lui. E noi siamo lì ancora che non sappiamo cosa dire e appare Di Pietro e dice boh, qualcosa, comunque si toglie dalle palle anche lui e poi anche Casini, e poi Fini e poi tutti gli altri, tutti, i sottosegretari, i parrucchieri, i cineasti, i lavandini, i robbiano, i lavandari, i molinari l’amaricante, i busumanca, i prettosbarra, i sottofiletti, gli aristotelici, gli opevai, i dottrinanti, gl’intellettuali, i giocatori di palla generica, i finocchiaro, i paghiNNero, i senza fattura, i poi me lo scarico, i ‘nsomma tutti via dall’italia, tutti uno a uno che dicono scusa e se ne vanno via, uno a uno finché dell’italia non rimane che una landa complessa di putritudini e strutturali rovine e braccia di acciao e cemento che si immergono nella terra, come un nuotatore infinito annegato nel giardino d’europa.

Osama Bin Laden è vivo

maggio 3, 2011 § Lascia un commento

ehi

di Rari Nantes
esperto politica internazionale
e cook marketing per ragazzi

Cioè, volete credere davvero che gli americani trovano Osama, sanno dove è da mesi e non lo prendono vivo, entrano dentro e casualmente gli sparano in testa e poi, oddio sto ridendo, il cadavere viene bruciato, b r u c i a t o, e le ceneri disperse in mare, ah ah ah, perché –lasciatemi finire– nessun paese voleva il cadavere? Voglio dire, noi in Italia non volevamo il cadavere di Osama? Abbiamo Berlusconi e non ci prendiamo Osama? Cadavere. No, ragazzi, qui c’è puzza di bruciato e non è aruba, ve lo dico io.
È tipo il verme solitario sapete come si toglie il verme solitario no? Si prende il paziente e lo si fa sdraiare nel letto, posizione fetale anzi fecale e gli si ficca nel retto una brioches e un cioccolatino. Via, torni il giorno dopo. Il giorno dopo, di nuovo posizione fecale, di nuovo una brioches e un cioccolatino. Nel retto, che per le signorine on-line, sorry, è il culo. Poi ciao a casa a domani. Giorno dopo, ancora una brioches e un cioccolatino, sempre nel retto, che del culo è la parte depressa. Giorno dopo si fa mettere il paziente in posizione fecale e gli si infila nel retto una brioches. A questo punto si aspetta un attimo e appena viene fuori la testa del verme solitario che chiede “e il cioccolatino?”, zac, si taglia.

di luce

marzo 22, 2011 § 2 commenti

I grandi incipit di Dina Gona

dicembre 28, 2010 § Lascia un commento

di Dina Gona
Poetessa e addetta arti meccanici

“Era tutto un sborrare di schiuma dentifricia”.

Le poesie di Dina Gona

dicembre 13, 2010 § Lascia un commento

di Dina Gona
Poetessa e addetta arti meccanici

ragazzina brava di bocca con ardi
mento, pregotti non ti nettarti
‘l mento.

il potere della parola: semantica e inseminazione

novembre 5, 2010 § Lascia un commento

rigi aldigo

di Rigi Aldigo
Sociologo e intellettuale.

Tipo che l’umanità è orrenda, non so se ci avete fatto caso. Tipo padri di famiglia che aprono la bocca e dicono queste cose orrende. La gente non muove un dito. Si salvano quelli che fanno la bellezza. L’unica cosa che ha senso è la bellezza, il resto è l’orrore. Questo rigonfiamento è il sacchetto del catetere. Il catetere tecnicamente è un tubo che ti entra dentro al foro centrale del corpo. Fa male solo quando entra e quando esce. È una specie di guinzaglio: l’umanità tenuta per le palle. Beh non proprio le palle, in odor di palle. Odore molto forte nel caso in questione.
Mi servirebbe una cosa, una spugnetta. Potrei chiamare l’infermiera e chiedere una spugnetta. Ma la scorsa volta. Io parlo male, ho la bava in bocca. Ho il naso spaccato anche. È stata l’infermiera.
Beh per farla breve io volevo la spugnetta per farmi un po’ di bidé e ho chiamato l’infermiera e quando è arrivata ho tirato giù le mutande, ho indicato in basso e ho chiesto una spugnetta. E quella ha capito “pugnetta”.
E mi ha tirato un pugno, e poi. Cristo, qua ci muoio. Un cazzotto, così. Mi sono scosso. Ho anche fatto dell’aria per l’emozione. E intanto urlavo “fpugnetta! fpugnetta!” e quella giù con i cazzotti.
Niente, poi mi ha messo il catetere, la stronza, perché dice che non sto fermo con le mani e hanno finito il coso. Il batrace, come si chiama. Quello. Bromuro. Ecco, bromuro, non batrace.

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