
ano
giugno 26, 2010
Non ha fame, si sente bene, si toccava la pancia e si sente bene, la pancia di alberto è piatta, sembra la pancia di una ragazzina, è eccitante la sua pancia, alberto la trova una pancia perfetta, una linea, si vede il cuore sussultare anche se non è lì il cuore, la pancia sussulta in ogni caso e alberto fissa la sua pancia e sta bene si sente tranquillo e sexy, sente le sue costole, si sente sottile, si sente come uno che potrebbe sparire, che non è necessario, e resta immobile a fissare la cucina vuota, di pomeriggio, c’è questa luce di pomeriggio che entra dentro dalla finestra e crea delle lame che attraversano la stanza e illuminano il polpaccio di alberto. Nel niente ci sono piccoli granelli di polvere che si muovono nella luce e poi entrano nel cono d’ombra.
A seconda del sito nutrizionale a cui si collega, il giudizio cambia, in sostanza per nessun sito alberto è nel corretto peso forma, ma solo uno parla di pericolo di anoressia, per gli altri siti è semplicemente sotto peso. Alberto pensa che deve essere bello fare sesso con lui, con quella sua pancetta liscia che sussulta, si piace così come è si sente bene, non ha niente addosso più di quello che gli serve. Non è vero che non mangia, lui mangia regolarmente, ma mangia solo quello che gli serve e quello che gli serve è tanto semplice. La gola è uno di quei vizi, uno dei sette no? E alberto sa che mangiare troppo significa fare del male al proprio corpo, con quei pezzi di carne infilati dentro senza motivo, solo perché sono stati salati o zuccherati e chiedere li ha cucinati lo sta ingannando facendo credere che quella roba è roba che gli fa bene, che lo farà stare meglio, che quella roba è buona. Invece ogni cosa è un veleno per il corpo, il corpo avrebbe bisogno solo di luce. Anche se volesse non riuscirebbe a mangiare di più, quando si trova in mensa e gli mettono quegli enormi piatti di pasta immersi nel ragù lui prova a mangiarli ma dopo un po’ si ferma, rimane a guardare i canelloni unti, i piccoli pezzi di carne infilati nella pasta molle, quella crema: sembrano piccoli cazzi venuti, ecco cosa ricordano ad alberto, piccoli cazzi venuti, abbandonati nel piatto ancora caldi. Leggi il seguito di questo post »
i videogiochi sono usciti dal mio corpo
giugno 21, 2010
la cosa è questa io sono di fronte a questo carcere, siamo su un fottuto pianeta esterno e io devo liberare questo bambino idiota chiuso nel carcere e abbiamo anche una gran bomba che ci permetterà di sfondare le porte del carcere, abbiamo delle armi, abbiamo dei jet-pack, abbiamo dei nemici, cecchini, spezzatori, vermi alati, abbiamo tutto quello che ci serve e ogni volta ci ammazzano, il cuore rosso diventa nero, rendiamo l’anima al signore e simone dice ci proviamo di nuovo e io dico occhei e ci riproviamo e mi rendo conto, nella prima volta nella mia vita, che i videogiochi non mi piacciono più.
io capisco che per liberare il bambino nella prigione devo lavorarci ore, devo riuscire ad ammazzare i cecchini e i vermi volanti, senza scendere nella valle dove c’è la prigione, ma restando in alto e poi scendere e fare piazza pulita e solo alla fine, dannazione solo alla fine, scendere con la bomba che fa esplodere le porte del carcere, perché se prendo subito la dannata bomba il jet-pack non riesce a sollevarmi, sono troppo pesante, io questa cosa l’ho capita quasi subito e mi sono anche reso conto che con qualche ora sarei abbastanza skilled da fare questo piano e passare al punto dopo e –dicevo– per la prima volta nella mia vita mi sento che non ne ho voglia, dirò di più, non ne ho la benché minima intenzione, che stare due ore al computer a fare lavoro muscolare, puro lavoro muscolare, alla fine mi renderà solo svuotato, intontito, instupidito; che se passassi la sera, dico tre ore a diventare skilled e poi passare il dannato livello e fare esplodere le porte del carcere io sarei felice, per qualche attimo, perché avrei passato il punto, avrei finito un capitolo della mia vita.
ma quel percorso, quelle tre ore passate a diventare skilled, sarebbero tre ore terribili, sarebbero l’anticamera dell’inferno, perché io sarei lì con il mio corpo a fare puro lavoro muscolare, ma dentro di me mi chiederei, cosa cazzo sto facendo, perché sono qua a fare questa cosa, perché sto usando questo prodotto per l’intrattenimento: da cosa mi deve intrattenere: per non pensare a cosa: per non pensare alla morte.
e mi vedo automaticamente, non posso non farlo, mi vedo automaticamente nella sala della mia casa a sant’olcese, davanti allo schermo fosfori ambra dell’apple ][ che faccio la parte finale di pitfall II, che voleva dire salire scale e non farsi uccidere da uccelli volanti, per infiniti piani, e io salivo con il cuore in gola, per ore e ore e oggi penso dio mio ma cosa cazzo ci stavo a fare lì seduto a muovere harry pitfall per ore e giorni su per quelle scale in salita, solo scale e uccelli, e il mio movimento muscolare che pensava che dovevo salire ancora un piano, ancora solo uno e poi sarebbe finito tutto e poi invece scrollava e c’era ancora un piano e così per sempre.
e dico a simone facciamo basta e lui dice no, ancora e io dico magari cambiamo gioco e lui dice va bene e ne metto un altro ed è ancora peggio, ora sono una palla di grasso che salta in una serie di sotterranei con cavità piene di lava infuocata e io mi butto indietro e vedo la palla di grasso che cade nel foro e muore, chiude gli occhi e tutto lo schermo diventa rosso sangue.
e capisco che niente, è finita, i videogiochi sono usciti dal mio corpo, hanno cambiato la loro forma o il mio corpo si è modificato, come succede a certo organismi, i miei muscoli si sono rigenerati in maniera inversa, si sono contratti e rilasciati, sono diventati avvelenati e ora ogni cosa che arrivi da fuori cambia forma e gusto, c’era questa vecchia a cui facevo assistenza anni fa, e mi diceva di prepararle dei piatti e io li cucinavo e lei li mangiava, in questa cucina di nervi e lei assaggiava il piatto e poi batteva il pugno sul tavolo e poi si picchiava la fronte e diceva, aveva la voce triste, rassegnata, diceva che gli era cambiata la bocca, che i piatti che le piacevano prima, adesso sentiva il gusto cambiato e non riusciva a mangiarli, non le dicevano niente, prima pensavo che fosse colpa mia, poi ho visto che anche quando venivano altri a cucinarli la scena era la stessa, gli era cambiata la bocca.
la prigione è rosso fuoco, come l’aria, e penso alle cose che posso fare e sento un senso di libertà e di pesantezza, guardo simone e sento una forza che mi schiaccia contro la terra, i suoi fori, la lava infernale e simone alza la voce e chiede se può giocare lui, adesso.
Hot summer
giugno 9, 2010
-Venerandi puoi tu sentire me
- Chi…
- Io sono Prince. Io chiamo te da america. Minneapolis.
- Prince.
- Yeah
- Il tuo italiano è migliorato molto dall’ultima volta che ci siamo sentiti
- Io avuto rapporti sessuali
- Capisco
- Con ragazza italiana
- Capisco. Senti Prince, non che non voglia fare conversazione…
- Io fatto nuovo singolo!
- Ah
- New track, e io pensato fare te sentire
- Beh cazzo prince, grazie questo cambia tutto
- Adesso io fare sentire te, avvicina orecchio a cornetta. Puoi tu sentire?
- Sì
- Senti batteria?
- Prince
- Eh
- Questa batteria è quella di Cinnamon Girl
- Ah. Dici tu?
- Prince, è identica.
- Forse io campionata, ma poi cambia, senti adesso tastiere?
- …
- Venerandi?
- Prince cazzo, sono le stesse tastiere di Cream!
- Ah. Dici tu?
- Cazzo Prince, sono le stesse!
- Forse io usato tastiere simili. Ma ora canto, puoi tu sentire mia voce?
- …
- Puoi tu sentire mia voc…
- Prince cazzo stai zitto un attimo che sento.
- Ok
- … prince
- Eh
- Siamo a metà canzone e non è successo ancora un cazzo
- E cosa dovrebbe succedere! E’ solo una canzone. Io canto!
- Prince, io ascoltavo la tua musica perché nelle tue canzoni succedevano delle cose
- Eh
- Qua non sta succedendo niente
- Venerandi…
- Sembra una canzone di Bennato dopo Kaiwanna
- Io non conoscere. Ma se tu ora ascolti miei testi…
- Prince cosa cazzo vuoi che ascolto tuoi testi, canti in americano!
- Eh
- Non ci capisco un cazzo di quello che canti!
- Eh testo molto bello parla di estate calda
- Estate calda
- Sì, estate calda e amore
- Prince hai 52 anni
- Tu non sapere di preciso
- 52
- Forse io meno
- Prince 52 circa, ok? Alla tua età Frank Zappa faceva Civilization Phase III
- Io non conoscere
- Prince cancella sta roba
- Cancella io? Io vendere! Io fare un sacco di soldi in radio!
- Prince, te lo dico con il cuore, cancella
- Venerandi tu ingrato… moffo…
- Sei tu che mi hai svegliato nel cuore della notte…
- Notte? Qui sole!
- In america sole! Qua europa, hai presente?
- Europa
- Europa, qua notte, io dormivo
- Io conosco europa, io stato spesso in europa
- No, prince tu sei stato in aereo, poi in auto, poi in un albergo
- Eh
- Non hai manco messo un piede per terra in europa
- Tu venerandi, io non ti chiamo più
- Ti sei mai messo della terra in bocca, prince?
- Io non conosco
- Parlo di pezzi di terra europea, l’hai mai fatto?
- Io pensavo di fare te piacere con mia canzone su estate calda e tu…
- Prince
- Eh
- Io il disco te lo compro lo stesso
- Ah, grande venerandi! Altra copia venduta!
- … però vaffanculo. Di cuore, eh.
- Amico bravo. Bravo venerandi. Bravo amico italiano.
- click -
- venerandi? venerandi?
Non puoi scrivere queste cose su di un blog vol.8
giugno 3, 2010Pensare forte agire forte. Tipo lui è scomparso di nuovo. Pensare alla grande. Hanno fatto dei segni sul mio monitor, sono come delle righe bianche. Lo hanno fatto di nuovo. Lo rifaranno. Ero a tavola ieri, ero con mio figlio. Nessuno parlava eravamo soli, stavamo mangiando. Se piangevo; mio figlio ecco che mi riempie il bicchiere di vino.
Mio figlio è molto cortese. O forse mi vuole ammazzare con calma; a tempo debito.
Gli dico, mi giro verso di lui. Gli chiedo figlio & amore mio, lui si gira. Gli dico siamo tutti amici & fratelli, lui guarda il mio bicchiere; non è vuoto. Lo riempie lo stesso, il vino cade sulla tovaglia.
Gli dico ma è meglio farsi capire o fare i soldi, più o meno così, poi piango & mio figlio guarda il bicchiere. Ha la bottiglia in mano non sa cosa fare. Nella bottiglia galleggiano; cosa; galleggiano cadaveri piccoli di vespa.
Mio figlio posa la bottiglia e mi fissa e poi alza le spalle & a questo punto sparisce di nuovo. Scende dalla sedia & dice vado là. Sento la porta che si chiude & io guardo il muro: dietro al muro c’è la strada che adesso mio figlio sta andandoci sopra. Io vedo solo il muro. Mi viene da piangere di nuovo. Piango. Ma farlo da solo mi sento male.
Guardo la bottiglia & penso chissà come sono. Mi alzo e lo cerco. Nelle posate: non c’è. Nei piatti: non c’è. Pentole? Non c’è. Alla fine è nello scolapiatti, lo prendo & penso come potrei fare. Prendo una pentola. Una pentola non è mai una cattiva idea. Prendo la pentola & torno al tavolo.
Al tavolo.
Sul tavolo c’è dei piatti & della carne, forchette (due), un bicchiere (pieno) & una bottiglia. La bottiglia contiene piccoli pezzi di vespa. Chissà come sono. Prendo la bottiglia & la metto sul lavandino, poi prendo quella cosa & la metto tra la bottiglia & la pentola & poi rovescio il vino nella pentola & in quella cosa rimangono i pezzi di vespa, i cadaverini.
Finisco. Poso la bottiglia. Prendo quella cosa che avevo cercato & dentro ci sono i cadaverini. Penso ancora chissà come sono.
Prendo la forchetta & ne infilzo uno, si sfalda. Posa la forchetta. Prendi il cucchiaio.
Fatto.
Prendo il cucchiaio & gratto per prendere il cadavere sfaldato di vespa, mi chiedo chissà come è & me lo infilo in bocca. Sembra annodato, sa di vino & di marcio. Non è un cattivo gusto tutto sommato. Mi sono tolto la cosa. Ho voglia di piangere ancora.
Poso il cucchiaio, mi siedo, guardo il bicchiere. Prendo il bicchiere (pieno) & bevo, tutto mi cade attorno & poi poso il bicchiere (vuoto).
Mi giro verso mio figlio & non c’è, sento che mi manca. Piango. Guardo il bicchiere, è restato vuoto. Piango più forte.
Batto un pugno contro il tavolo. Aspetto. Non è successo niente.
figlioletto binario
maggio 28, 2010ho preso alla berio questo librogame di peterpan per niccolò che è felice se lo porta a letto per leggerlo e io gli dico ok ma alle nove e mezzo si spegne, vado a fare le mie cose e poi torno e vedo che sta ancora leggendo e ridacchia e io gli chiedo tutto bene? e lui si gira verso di me, si accorge che ci sono e mi dice sì, papà mi piace molto il libro, sono riuscito anche e fare per il dado.
“‘uh? che dado?”
“ogni tanto bisogna tirare un dado, ma io non avevo il dado”
“ah, allora come fai”
e lui sorride e mi fa vedere una moneta.
“ah, quindi fai solo testa o croce e scegli così?”
“no papà, non hai capito” e mi fa vedere che di monete nel letto ne ha altre. ne ha sei.
“io le lancio tutte e sei e poi conto quelle che hanno fatto croce: se è croce è uno se è testa è zero, e poi sommo”
Lo guardo, lui mi guarda, io lo riguardo, lui mi riguarda. “sai niccolò quando mi hai detto che non capivi come facesse un computer a funzionare usando solo lo zero e l’uno?”
“sì”
“ecco, lo hai appena fatto, hai creato un dado da sei usando solo zero e uno”
lui mi guarda senza capire, poi distoglie lo sguardo e si illumina, nel silenzio della stanzetta e dice eh eh, non molto di più e poi dice che ha capito, il mio figlioletto binario.
bug
maggio 23, 2010cammino con i miei figli siamo quasi in cima alla collina, il piccolo si lamenta che ha male alle gambe da quando abbiamo fatto il primo passo in salita, il grande non parla sembra che pensi.
spero che stia sognando o fantasticando e invece ad un certo punto mi dice papà ma come faccio a fare per rallentare il computer.
“A rallentare?”
“Sì, voglio che ci sia un rallentamento” e mi spiega che deve controllare un “inkey dollaro”, che ha fatto una variabile che va a scalare per fargli fare un ciclo a vuoto ma il computer è troppo veloce.
Il piccolo ci manda sguardi carichi di odio perché capisce che stiamo parlando di programmazione e lui non ci capisce niente. Inizia a lamentarsi più forte del male di gambe.
“Beh, aumenta il valore massimo della variabile”
“Già fatto, mi dà errore di numero troppo grosso”
“Capisco. Beh, fai un incremento decimale”
“Niente da fare mi dà errore”
“Eh” faccio io e intanto cammino e sono in debito d’ossigeno per la salita e penso che è meglio troncare la discussione con qualcosa di forte e aggiungo eh beh, dovresti nidificare.
Silenzio.
“Sai cosa vuol dire nidificare” faccio io e intanto guardo gli uccelli volare nel cielo carico di luce. Mi sto già preparando a fare lo spiegone quando niccolò scrolla le spalle e dice che certo che sa cosa vuol dire che stava pensando dove spostare l’inkey dollaro.
Tossisco. “Chicco tu sai *davvero* cosa vuol dire nidificare?”
Figlio numero uno non mi risponde nemmeno, figlio numero due guarda me e niccolò, è incerto.
“Sì papa” risponde chicco e lo dice con quel tono un po’ rassegnato che può avere solo chi sa davvero cosa vuol dire nidificare.
“Ok” faccio io e sto zitto.
Il piccolo resta a guardarci e poi approfitta del silenzio per dire che il suo coso, il suo ombelico, se lo tira fuori dalla pancia, il dentro dell’ombelico, ecco, quello puzza.
“Interessante” faccio io annuendo meccanicamente. Poi mi chiedono perché preferisco il primogenito.
Niccolò comunque scuote la testa e mi dice che il nonno però lo fa arrabbiare.
“Parli di mio padre? È normale”
Niccolò inspira e dice, vedi il nonno è bravo a fare i giochi. “Ha fatto questo gioco che tu ti muovi e raccogli dei cuori”
“Romantico”
“Più cuori raccogli più punti fai e alla fine fa anche le statistiche”
“Forte”
“Ecco solo che questi cuori cadono e ogni tanto cadono nella riga venticinque”
“Eh”
“E tu ti puoi muovere solo fino alla riga ventiquattro”
“Acci”
“È un bug”
“Eh sì, è un bug”
“Io l’ho detto al nonno”
“Hai fatto bene”
“E lui ha detto ‘vabbé’”
“Vabbé”
“Esatto, vabbé. Solo che così non va bene è un bug”
“Mio padre ha detto vabbé. Avrei voluto esserci”
“Allora io mi sono detto, beh lo correggo io”
“Torvalds ha cominciato così”
“Cosa?”
“Niente, finisci il racconto”
“Solo che il nonno ha detto che non vuole che io gli cambio il suo programma”
“Ah”
“Così io ho aperto il suo programma, che si chiama teamg…”
“Teamg”
“Sì, teamg”
“E cosa vuole dire?”
“Team galattico”
“Ah certo, scusa. Potevo arrivarci da solo”
“Comunque l’ho aperto e l’ho salvato con il nome teamr”
“Teamr. E teamr cosa vuol dire?”
“Niente, papà, ho solo cambiato una lettera per salvarlo diverso”
“Capisco”
“E adesso lo sto cambiando per togliere il bug” conclude e poi mi guarda con uno sguardo felice ma proprio felice e intanto simone dice che noi abbiamo un tubo che dalla bocca passa dentro al cuore e arriva fino al pisello e al sedere.
“Certo” dico a simone prendendomelo addosso e rigirandolo come un animaletto urlante che mi entra fino a dentro la testa.
E lui ride e siamo in cima alla collina.
il coccodrillo
maggio 19, 2010
Ieri è morto Sanguineti e mi hanno chiesto di fare il coccodrillo di Sanguineti per un sito, io ero seduto che mi guardavo le mani pensavo, come deve essere fatto il coccodrillo di Sanguineti, e mi sono detto avrà delle squame, tutti i coccodrilli hanno le squame, o qualcosa che sembrano squame, praticando un taglio longitudinale nell’addome fino all’ultraosso si potranno estrarre dal corpo del coccodrillo delle penne di rapace che se opportunamente trattate potranno servire per offendere. Le penne di rapace feriscono le mani di chi colpisce e di chi subisce il colpo.
Il corpo del coccodrillo sarà nel mezzo di una palude prosciugata, con la terra seccata dal sole e spaccata a creare fessure nere come un reticolo. Scavando nel terreno si potranno trovare altre ossa.
Ieri mattina stavo cercando di parlare con qualcuno, con Sanguineti, cercavo in rete il suo numero di telefono, volevo parlargli. Erano settimane che lo dicevo, cercavo il numero, sapevo dove abitava.
Il coccodrillo di Sanguineti sarebbe aperto, con già i segni per dissezionarlo. Chiuse con un filo le ghiandole lacrimali, dalla nascita. Il coccodrillo respirerebbe comunque, con o senza acqua, perché non crederebbe alla morte o alla vita.
Avrebbe, questo coccodrillo, centinaia di squame pericolose e fragili, che sono nate in quarant’anni di sfregaure del coccodrillo contro le cose, i sassi, o i rovi della palude.
In ultimo, il coccodrillo non farebbe nessun rumore, nessun suono aspro che non sia quello che si può immaginare guardandolo muoversi in un televisore senza volume.
Roma
maggio 15, 2010
Non so perché gli ho detto di sì, forse per farmi salire la nausea fino al massimo, come la farsi la grande dose per smettere, forse perché voglio andare lì per urlare, per andare a cercare i miei editori, tutti quelli che mi hanno pubblicato e tutti quelli che non lo hanno mai fatto e dirgli che ho smesso di scrivere, ad alta voce, ha capito?, con lo sguardo alterato, dire che cazzo io non scrivo più, ha capito?, non scrivo più ho smesso, e perdere un po’ di bava ai lati della bocca e balbettare senza vergogna, forse per questo, perché ho bisogno di urlare, di balbettare, di gridare a tutti che è finita, una grande fase della mia vita è finita, o forse perché gli voglio bene a marco, e adesso siamo a grosseto sotto una pioggia infernale con la macchina che balla sotto i colpi di un vento invernale e scuro che sembra volerci spingere fuori di strada o accompagnare decisamente verso uno svincolo qualsiasi che ci riporti a genova, alla vecchia e cara genova, dove tutto è così immobile e provinciale da decenni, dove ci sono ancora le acciaierie e dove puoi vivere bene a meno che tu non decida che nella tua vita vuoi fare qualcosa, qualsiasi cosa, in tal caso devi lasciare genova perché a genova non si fa niente, bisogna andarsene, sentire il telefono squillare e poi sentire la voce di marco che dice oh venerandi mi accompagni? e chiedere, beh certo marco ma dove, e sentirsi dire, a roma cazzo venerandi a roma, e chiedere, bene marco, ma a roma e fare cosa? e sentirsi dire, beh amico alla fiera della media e piccola editoria, sai di cosa sto parlando, la fiera della media e piccola editoria, a roma, la capitale, il colosseo, l’eur, e dire, ah marco ma io ho smesso, io non scrivo più, cosa ci vengo a fare alla fiera della media e piccola editoria e sentire marco che ride e dice a soffrire, fabbrì, a soffrire.
Il problema delle fiere, dei saloni, dei meeting della media, piccola, grande editoria è che te scrittore ci sei attirato come una mosca è attirata dalla roba che marcisce e si contorce, e tu ci vai e pensi di essere al tuo posto, tu scrivi libri e lì si vendono libri, si vendono le cose che tu hai fatto, credi di essere al posto giusto, e invece tutte le volte che ci sono andato ho avuto a che fare con persone come posso dire, spiacevoli, cioè gente a posto, ma con la quali si costruivano situazioni spiacevoli, dialoghi imbarazzanti, rapporti malsani e per un certo periodo ho pensato che fosse colpa mia, che non ero adeguato, poi invece ho capito, è il posto che è sbagliato, è una fiera di venditori, di gente che è lì per vendere della roba, che pensa di venderne ancora di più che ragiona con altra gente su come vendere quel prodotto low-cost che si chiama ‘libro’ e che è ammantato di una nobiltà sempre più grottesca man mano che passa il tempo.
Ci dovrebbe essere una fiera anche per chi scrive, una fiera degli scrittori dove tu entri e ci sono tutti gli stand degli scrittori dove gli scrittori sono seduti dietro al loro stand e parlano di quello che fanno, di scrittura, di cosa scrivere, insomma una vera fiera destinata a chi scrive, ogni scrittore il suo stand con i suoi libri e potrebbero andare a vederlo i suoi lettori e lui parlerebbe con i suoi lettori, tranne quelli che sono a loro volta scrittori, perché quelli sarebbero già seduti al loro stand ad aspettare i loro lettori e ci vorrebbe un posto molto grosso per contenere tutti gli scrittori con il loro stand personale, un posto enorme, e penso che se mai qualcuno facesse davvero la fiera degli scrittori sarebbe una cosa fantastica perché uno entrandoci dentro capirebbe immediatamente cosa è l’inferno. L’inferno è quello, scrittori ognuno con il proprio metro quadro, sepolti dietro ai loro libri, tutti convinti di fare letteratura e tutti pronti ad azzannarsi al collo a parole. Gli scrittori sono gente orrenda, gente che non è capace, oh non so se posso continuare. Gente che non è capace di leggere tre righe di seguito di qualcosa ma capace di scrivere centinaia di pagine, di parlare, di pontificare, state a tavola con uno scrittore e non arriverete alla frutta, ecco cosa mi dice marco gesticolando pericolosamente mentre sorpassa un furgonato croato.
Tutto è grigio intorno, il cielo sembra un grosso telone cerato che butta la sua ombra sulle colline bagnate, le auto scure.
“Capisco” dico e fisso con tristezza l’autoradio spenta. “Ma io che c’entro?” chiedo.
Marco non mi guarda, non direttamente, si passa una mano sotto la maglietta alla pelle e poi dice che questa cosa che ho smesso di scrivere gli scazza. “Mi scazza” ribadisce. Leggi il seguito di questo post »



